“L’economia cinese nel XXI secolo” di Alessia Amighini

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Prof.ssa Alessia Amighini, Lei è autrice del libro L’economia cinese nel XXI secolo edito dal Mulino. L’ascesa economica della Cina è senza dubbio la più grande sfida a uno dei principi cardine della filosofia liberale: l’importanza della libertà politica per la crescita economica; quali sono le strutture dell’economia cinese?
L'economia cinese nel XXI secolo, Alessia AmighiniLe strutture fondamentali dell’economia cinese – terra, lavoro e capitale – sono ancora oggi sotto il saldo controllo dello Stato: è questa la più grande peculiarità della “transizione” cinese dal piano al mercato, o meglio di capitalismo di Stato. Dopo i “Trenta gloriosi anni” (1980-2010) di rapidissima crescita (in media il 10% annuo, secondo le fonti ufficiali cinesi), le strutture dell’economia cinese sono profondamente cambiate. Tuttavia, nonostante i molti cambiamenti istituzionali e le riforme del sistema economico, il Partito oggi si garantisce ancora un fermo controllo su tali strutture. Il controllo avviene attraverso una forte regolamentazione del mercato del lavoro – seppure indirettamente, attraverso il sistema delle residenze –, del mercato della terra – attraverso la proprietà pubblica del suolo e quindi le politiche di destinazioni d’uso dello stesso –, e del mercato della moneta – attraverso il controllo ormai diretto (da parte della banca centrale nei dispositivi mobili dei singoli cittadini) della circolazione monetaria con l’introduzione della moneta sovrana digitale. Controllando le linfe vitali del funzionamento del sistema economico, il Partito può permettersi di far entrare il mercato nei settori che sono popolati da milioni di imprese private che vivono in contesto estremamente concorrenziale. Nonostante il settore privato abbia acquisito un ruolo di primo piano, contribuendo in misura decisiva all’espansione della produzione, lo Stato mantiene tuttora un ruolo preponderante e strategico, soprattutto con la recente svolta autoritaria e centralistica del Presidente Xi, il cui segno sulle strutture dell’economia sembrerebbe arrestare e forse invertire la direzione intrapresa all’epoca delle grandi riforme strutturali inaugurate nell’ormai lontano 1978 con la politica della Porta Aperta.

Cosa ha reso possibile questo caso unico di successo di capitalismo di stato?
Dopo 30 anni di riforme volte alla modernizzazione dell’economia, all’inizio del XXI secolo il sistema economico cinese è diventato unico al mondo per la coesistenza di meccanismi di mercato con uno Stato totalitario molto forte. Dal 1992, il progetto del PCC di fare della Cina “un’economia socialista di mercato” ha lasciato che le forze del mercato, la libertà degli scambi e la concorrenza assumessero un ruolo rilevante nell’attività economica, ma la presenza e l’intervento dello Stato sono maggiori che in gran parte delle economie di mercato. Da un certo punto di vista il peso dello Stato è comparabile a quello delle economie europee tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, tanto che alcuni osservatori stranieri definiscono il sistema ibrido della Cina di oggi “capitalismo di Stato” (Hsieh e Song, 2015), mentre altri hanno posto l’accento piuttosto sull’inarrestabile ascesa del settore privato e della concorrenza (Lardy 2014).

Sebbene apparentemente contraddittorie, ambedue le prospettive sono condivisibili in quanto pongono l’enfasi su due elementi complementari e strettamente interrelati, entrambi supportati dall’evidenza empirica. Da un lato, l’attività economica dello Stato è stata pervasiva e decisiva nel rimuovere gli ostacoli alla crescita: quelli istituzionali (il riconoscimento della proprietà privata e del ruolo propulsivo della produzione del settore privato), quelli fisici (attraverso la costruzione di infrastrutture di comunicazione, di trasporto ed energetiche) e quelli tecnologici (facilitando l’apprendimento e l’avanzamento tecnologico attraverso il trasferimento, con mezzi più o meno leciti e condivisi, della proprietà intellettuale estera). Dall’altro lato, è indubbio che sia stata l’attività economica del settore privato a contribuire maggiormente alla trasformazione dell’intero sistema produttivo: nel primo decennio del XXI secolo il numero delle imprese private è aumentato del 30% all’anno e oggi le imprese private registrate sono oltre 15 milioni. La crescita del settore privato è stata imponente solo a partire dalla fine degli anni Novanta non solo per ragioni istituzionali (il riconoscimento della proprietà privata), ma anche perché il ridimensionamento delle imprese di Stato ha permesso il trasferimento di parte delle risorse di manodopera e capitale verso il settore privato, più efficiente e produttivo. Nel “capitalismo alla cinese”, è senza dubbio la mano invisibile del mercato che ha operato la magia della crescita in un paese arretrato e inefficiente, ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la lunga mano ben visibile dello Stato.

Quali forme ha assunto il modello di crescita cinese?
La crescita economica cinese, avvenuta in maniera estremamente rapida tra il 1980 e il 2010, ha richiesto e richiede tuttora enormi investimenti di capitale. Il tasso di investimento (quota di spesa per investimento fisso sul Pil) è stato molto elevato nel corso di tutto questo periodo (tra il 30 e 35%). È cresciuto soprattutto negli anni 2000, fino a superare il 40% nel 2003 e avvicinarsi al 50% nel 2013: un record a livello mondiale. Oggi il tasso di investimento nel 2020 è stato del 43,7%, ancora molto alto rispetto ai paesi a un livello di sviluppo comparabile.

Gli elevati investimenti hanno permesso la costruzione delle infrastrutture necessarie alla modernizzazione del Paese (reti di trasporti, porti e reti per la distribuzione di energia), alla sua urbanizzazione (alloggi, servizi pubblici e municipali), all’espansione e al potenziamento delle sue capacità industriali. Negli anni 2000 gli investimenti fissi sono andati in maggior parte a favore del settore dei servizi (56%) e l’investimento in immobili urbani è arrivato al 20% del totale.

Lo stock di capitale fisico, nonostante sia aumentato in misura notevole (moltiplicato di 7,5 volte tra il 1990 e il 2010), resta nettamente inferiore a quello dei paesi sviluppati e rappresenta meno della metà di quello del Giappone e un terzo di quello degli Stati Uniti. Se confrontato con il numero di abitanti, lo scarto è abissale: lo stock di capitale per abitante cinese equivale al 4% di quello giapponese e al 7% di quello statunitense. Il livello delle infrastrutture dei trasporti, quali le ferrovie, le strade e gli aeroporti, rapportati al numero di abitanti appare più vicino a quello dell’India che a quello del Brasile, anche se è vero che l’elevata concentrazione della popolazione cinese in una piccola frazione di territorio rende tale confronto meno schiacciante.

La crescita cinese è quindi costosa in termini di capitale. Gli investimenti di capitale necessari per garantire un’unità di produzione sono molto elevati e in costante aumento. L’intensità capitalistica della produzione (rapporto capitale/prodotto) è passata da 2,7 degli anni ’90 a 3,4 nel periodo 2001-2007, per raggiungere quota 3,95 negli anni 2007-2012, superiore al livello giapponese (3,5), tedesco e sudcoreano (3) e statunitense (2,5). Il piano di rilancio 2009-2010, volto ad ammortizzare gli effetti della Grande Crisi Finanziaria sull’economia cinese ha esacerbato la tendenza strutturale all’eccesso di investimento. Esso si è tradotto nel finanziamento a credito di un gran numero di progetti infrastrutturali ed edilizi, l’unico settore che in quegli anni poteva essere potenziato, dal momento che i settori esportatori soffrivano del diffuso calo della domanda da parte dei paesi avanzati. Il rallentamento della crescita cinese dal 2012, per effetto del ristagno della domanda globale e delle misure prese dalle autorità per porre fine alla bolla immobiliare, agli alti livelli di indebitamento e alla corruzione, ha messo in evidenza gli eccessi della capacità produttiva di molte industrie.

Quali sfide pongono allo sviluppo del Paese gli scenari attuali?
Popolazione e forze di lavoro, protagoniste negli ultimi due decenni del XX secolo della grande ascesa del paese in molti settori manifatturieri ad alta intensità di manodopera, hanno vissuto grandi mutamenti che segneranno il corso dello sviluppo del paese nei prossimi decenni. Nel decennio in corso la Cina è entrata in una fase in cui le riserve apparentemente illimitate di manodopera sono in via di esaurimento e la svolta demografica sta diventando un ostacolo alla transizione economica. La popolazione cinese è ancora prevalentemente giovane, ma in rapido invecchiamento, ormai in maggioranza urbana e in un paese dove la rapida espansione della classe media è accompagnata da molteplici linee di frattura sociale e territoriale. Inoltre, il sistema produttivo è cresciuto principalmente per effetto dell’accumulo di capitale fisico e in misura limitata per il miglioramento della produttività dei fattori.

Quale futuro per l’economia cinese?
Dopo tre decenni di incrementi medi annui del Pil nell’ordine del 10 per cento, nel 2014 è stato annunciato un nuovo tasso obiettivo del 6,5 per cento all’anno come nuovo ritmo “contenuto, ma sostenibile”. Già molto ridotto rispetto ai tassi a doppia cifra cui il paese era abituato, il nuovo tasso obiettivo è stato raggiunto a mala pena: il 2018 la Cina ha registrato la minor crescita dal 1990 e oggi le cose non sono migliorate, perché i vecchi motori della crescita sono inceppati. Certamente l’economia cinese risente degli effetti di uno scenario commerciale molto deteriorato rispetto agli anni scorsi a causa della guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma altri fattori sono in azione e il calo dell’interscambio potrebbe non essere la causa principale della frenata cinese. Dopo un crollo dell’attività economica nel 2020 a causa della pandemia da Covid-19, nel 2021 un forte stimolo fiscale ha spinto la crescita oltre le aspettative (18,3% nel primo trimestre). Ma le cause strutturali del rallentamento saranno evidenti già dal 2022: tra queste vi è l’alto tasso di risparmio delle famiglie cinesi, motivato dalla necessità di far fronte alle spese legate alla sanità, all’istruzione e al pensionamento. L’assenza di un sistema di previdenza e assistenza a copertura universale non solo svantaggia i lavoratori cinesi, ma ostacola gravemente la capacità del governo di raggiungere altri importanti obiettivi, tra cui l’aumento del consumo interno per garantire una crescita economica più stabile ed equilibrata in futuro. Con il rapido invecchiamento della popolazione, i fondi pensione e i fondi di assicurazione medica non sono in grado di coprire tutte le spese pensionistiche e mediche previste in futuro. La transizione demografica sta anch’essa riducendo la crescita economica, dal momento che la popolazione in età da lavoro diminuisce e l’età media aumenta. Per continuare a crescere a ritmi soddisfacenti, oggi la Cina deve perseguire politiche di sviluppo economico e sociale. Ciò richiede, da un lato, un aumento del consumo e pertanto un sistema ben funzionante di sicurezza sociale che fornisca assistenza e previdenza; dall’altro lato, una maggiore produttività attraverso l’innovazione tecnologica, il fattore di crescita più rilevante nel XXI secolo.

Alessia Amighini è co-responsabile dell’Asia Centre e Senior Associate Research Fellow all’ISPI. È professore associato di Economia presso il Dipartimento di Studi Economici e Aziendali dell’Università del Piemonte Orientale (Novara). In precedenza ha lavorato come economista associato presso la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD, Ginevra). La sua pubblicazione più recente è Money and Might (Bocconi University Press, 2021).

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