Dottor Manzella, Lei è autore del libro L’economia arancione. Storie e politiche della creatività edito da Rubbettino: cos’è l’economia arancione?
L’economia arancione. Storie e politiche della creatività Gian Paolo ManzellaPer “Economia Arancione” si intendono le attività economiche che hanno come loro punto di partenza la cultura. Potrebbe sembrare una ricostruzione un po’ vaga, ma non lo è. Semplicemente perché sono state fatte delle codificazioni statistiche molto precise del fenomeno, che oggi vede 12 categorie: dal cinema al teatro, dalla musica alla moda, dalla pubblicità al design, al software, all’editoria per citare solo alcuni dei settori. Insomma si tratta di una macrocategoria che ha oramai una sua configurazione ben definita. Niente fuffa, dunque. Poi, ma è un altro aspetto, non è facile misurarne con precisione l’impatto sulla crescita economica e a livello occupazionale. Semplicemente perché ci sono molti lavoratori creativi anche ‘fuori’ dal perimetro delle imprese creative: pensate al designer di una fabbrica di automobili, all’architetto che è dipendente di una catena di supermercati, al grafico che lavora in uno studio legale. Tutti questi sono dei ‘creativi’ che lavorano in settori che potremmo dire ‘non creativi’. E che contribuiscono, spesso in maniera molto importante, al loro sviluppo. Quindi, se vogliamo, l’importanza della creatività va ben oltre i settori codificati in senso stretto. Detto questo, anche grazie all’attenzione che su queste industrie si sta sviluppando a livello istituzionale, andiamo sempre più verso una definizione di standard statistici capaci di dare un valore al settore con sufficiente precisione.

Ecco, proprio parlando di valore economico, in che modo la creatività può rappresentare un fattore di crescita economica?
Prima di tutto dobbiamo tenere presente che il settore dell’economia arancione è non solo ‘grande’, ma uno di quelli che cresce di più. Bastano, per convincersene, le ultime stime che come ogni anno sono elaborate dalla Fondazione Symbola. Si parla di un comparto che vale 90 miliardi di euro. Il 6% dell’economia italiana nasce insomma qui, da questo settore, che occupa 1.5 milioni di persone e conta 413 mila imprese. E già questo è un primo dato importante. Tanto più perché i settori dell’Economia Arancione crescono più della media dell’economia. Così, ad esempio, i dati dicono che tra il 2014 e il 2015, l’economia creativa italiana è cresciuta del 2.4% mentre quella ‘tradizionale’ dell’1.5%: un dato che ricorre anche a livello europeo. Ma, se vogliamo, l’aspetto ancor più interessante è che quando le imprese creative entrano in contatto con imprese tradizionali, queste ultime divengono più disponibili all’innovazione, più aperte. Ci sono risultati statistici che lo provano e che dicono che chi investe in creatività innova di più ed esporta di più di chi non lo fa (il 64.1% contro il 23.8% e il 57.3% contro il 39.2%, rispettivamente). Ma, se ci pensate, è intuitivo sia così. Immaginate imprese ‘normali’ che scoprono i benefici del design, della comunicazione, della grafica, della pubblicità, delle potenzialità della rete. Non solo avranno un beneficio in termini di produttività e di penetrazione commerciale ma anche in termini di trasformazione e modernizzazione della loro cultura imprenditoriale. Ed in questo senso le cronache sono piene di storie di cambiamenti legati all’innesto di cultura creativa. C’è, poi, un più generale ‘effetto moltiplicatore’ della creatività che è calcolato in 1.78. Questo significa che l’attività creativa è in grado di ‘attivare’ altri comparti al di fuori del proprio perimetro, il che fa sì che l’intera ‘filiera creativa’ – sempre secondo il rapporto Symbola – valga attualmente 250 miliardi di euro nel nostro Paese.

Come può la politica favorire l’economia della creatività?
Guardi io penso che il nostro Paese debba semplicemente ‘prendere sul serio’ quella che può definirsi la questione creativa. Capire cioè che si tratta di una parola ‘utile’ per inserire tutta una serie di cambiamenti necessari allo sviluppo e alla modernizzazione del Paese. Questo significa prima di tutto riconoscere e valorizzare il settore. Significa farne capire a tutti il peso, far crescere la consapevolezza del fatto che dietro questo termine apparentemente un po’ frivolo ci sono, invece, posti di lavoro, impatto economico, immagine italiana nel mondo e molte altre cose. Quindi la prima cosa che un’azione pubblica per la creatività dovrebbe fare è fotografare il settore, raccontare le eccellenze, dare un respiro strategico alle politiche per la creatività. Ci sono da adottare programmi per sostenere le imprese creative a nascere e consolidarsi: vincendo i problemi di accesso al credito che caratterizzano il settore, risolvendo questioni di ordine amministrativo o legale, promuovendo la collaborazione con altre realtà. Chi decide di fare il creativo e ha una buona idea deve avere chi lo assiste in maniera professionale nei primi passaggi e, se ha gambe buone, durante la crescita. E, ancora, vanno promossi ecosistemi startup puntando su settori specifici. Faccio un esempio. Secondo me, in occasione dell’Anno europeo del Patrimonio culturale, nel 2018, dovremo puntare sulle tecnologie applicate ai beni culturali. Basta vedere i successi dei progetti di ricostruzione 3D e di percorso multimediale del Foro di Cesare e del Foro di Augusto, a Roma, per capire l’impatto che si può avere in questo campo. Ecco noi dobbiamo scegliere i settori sui quali puntare e su questi indirizzare finanziamenti, far nascere startup, specializzare le Università, sostenere l’internazionalizzazione. Poi ci sono da fare passi concreti per innestare la creatività nella scuola, cambiando i curricula ma anche sostenendo programmi per portare il coding, il pensiero critico, le nuove tecnologie nelle aule. Di recente ho letto un articolo su quello che si può definire un esempio di metodo creativo nell’insegnamento, e che arriva da una scuola finlandese, in cui sostanzialmente hanno abolito le materie. Lo studio dell’eruzione del Vesuvio in quella scuola è diventato una miscela di storia, geologia, metodologia, fino all’utilizzo di una stampante 3D per ricostruire il cratere. E tutto con una continua comparazione tra la situazione di Pompei ed Ercolano e quella della Finlandia. Finito di leggere l’articolo mi sono trovato a pensare alla ricchezza di questo approccio, a quanto a quei ragazzi rimarranno impresse le interrelazioni tra aspetti e profili diversissimi. E poi bisogna fare un intervento che innesti la creatività nelle nostre città: abbiamo un patrimonio pubblico dismesso enorme e secondo me va fatta un’azione molto decisa per metterne una parte a disposizione delle imprese creative. In tutto il mondo c’è una precisa ‘architettura’ dell’innovazione che sta rivitalizzando pezzi di città e reinventando edifici di archeologia industriale in spazi creativi: acceleratori, incubatori, spazi di coworking e altro. Ecco penso che un’azione per la creatività dovrebbe aiutare questo sviluppo anche da noi.

E cosa può fare la creatività per la politica? 
Nel libro vado a vedere quello che si fa nel mondo su questo tema e racconto diverse esperienze. E la risposta alla sua domanda, anche per quello che ci siamo detti sino ad ora, è: moltissimo. Penso a come i videogiochi possono essere utilizzati in Sanità, oppure a come le tecniche di design servano a realizzare servizi pubblici migliori. E a molto altro. Ma c’è, secondo me un qualcosa in più che va tenuto presente. La questione che mi pone mi fa venire in mente il film “Viva la Libertà”, di Roberto Andò con un indimenticabile Toni Servillo. Un film che per come l’ho letto io dice quanto la cittadinanza abbia bisogno (e ricerchi) un modo nuovo di interfacciarsi con la politica e quanto la politica debba ritrovare le parole per farsi capire. Come spesso accade i film sono rivelatori delle cose della realtà. Proprio qualche mese fa aprendo un rapporto sul tema dell’innovazione nel settore pubblico pubblicato da IDEO e Nesta – due tra i think tank più importanti in questo settore – ho trovato scritto che la qualità dei servizi pubblici e del loro design sarà sempre più cruciale per la ‘credibilità’ della pubblica amministrazione. Ecco, il termine credibilità mi ha molto colpito. Era come dire che le industrie creative possono dare una mano al settore pubblico a riguadagnare il rapporto con i cittadini, a rimettere in linea questo piano che sembra per molti versi irrimediabilmente inclinato. Ed è significativo che sia la stessa linea anche di un recente lavoro dell’OCSE, che indica tra le professionalità di cui il settore pubblico dovrà dotarsi nel futuro, operatori della comunicazione, designer, storyteller, operatori dei data e altri professionisti tipicamente riconducibili all’Economia Arancione. Insomma io penso che siamo in una fase di cambiamento in cui inevitabilmente anche la pubblica amministrazione cambierà: diventando più creativa.

Il nostro Paese è molto in ritardo sul tema rispetto ai paesi più avanzati: esistono da noi isole virtuose e come si può colmare il gap?
Sicuramente noi abbiamo perso qualche treno in questa materia. Basta pensare che l’Italia pubblicò un Libro Bianco sulla creatività nel 2007 che è rimasto lettera morta. Altrettanto sicuro è che ci sia ancora spazio per intervenire. C’è, innanzitutto, la possibilità di imparare dalle esperienze degli altri Paesi: vantaggi dei ritardatari, potrebbe dirsi. Tanto più che l’Italia è uno dei Paesi creativi per antonomasia e negli ultimi anni sono nate – ed è giusto parlare di isole – moltissime esperienze di eccellenza, spesso lontane dai riflettori. Pensiamo a Riccardo Donadon che vicino al suo incubatore ha fondato la H-Academy per testare un nuovo modo di insegnare creatività. Pensiamo alla Fondazione Mondo Digitale, che vince un premio di Google per aver portato istruzione innovativa nella periferia di Roma. Solo due casi dei tantissimi che si potrebbero citare. Quindi gli esempi virtuosi ci sono e sono essenziali perché una politica di sistema si affermi: semplicemente perché le danno qualcosa di concreto su cui poggiare. Penso ai grandi marchi del design e della moda, ad esempio, o alle eccellenze che in mille settori spuntano ad ogni momento. Partendo da queste basi poi dobbiamo lavorare al sistema nel suo complesso. Ad esempio a me piacerebbe che tra qualche anno ci fosse un programma “ItaliaCreativa” in grado di tessere un filo tra i diversi settori, un’amministrazione statale che si occupi di creatività coordinando i diversi uffici con competenze sul tema. Vorrei che ci fosse un Ministro per la Creatività per promuoverne lo sviluppo. In Corea del Sud il governo della Creative Economy è appannaggio del Ministero per il Futuro: un nome bellissimo, che fa capire di quanta attenzione sia circondata questa materia. E, ancora, vorrei vedere programmi per internazionalizzare le imprese creative, per aiutarle a ‘parlare’ con gli altri settori. Il tutto in un dialogo costante tra Stato e Regioni perché la creatività ha molto bisogno di una sua declinazione territoriale, e di riflettere le specificità delle ‘Italie’ che ci sono. E vorrei una classe creativa consapevole e pronta a parlare con una voce unitaria: come avviene in altri Paesi che hanno –  è il caso britannico – una Federazione delle industrie creative che fa pressione sulle istituzioni per avere una politica moderna su questo tema. Questo è quello che può fare la politica. Anzi, quello che deve fare. E, se vuole, in ultima analisi, è proprio questa la ragione del mio libro, che ha come sottotitolo proprio il riferimento alle “politiche per la creatività”.