“L’avaro” di Molière

L’avaro (L’avare), «rappresentata nel 1668, è una delle più importanti commedie di Molière (pseud. di Jean-Baptiste Poquelin, 1622-1673). Nella casa di Arpagone, nome che vuol caratterizzare nella sua etimologia la rapacità del tipo, oltre ai suoi due figli Cleante ed Elisa troviamo il giovane Valerio, che ha conosciuto Elisa col favore di un caso romanzesco, se ne è innamorato, e ha immaginato, per vivere vicino a lei e facilitare un matrimonio che prevede contrastato, di farsi assumere come maggiordomo da Arpagone, ingraziandoselo con l’assecondarlo nella sua folle avarizia.

Cleante, da parte sua, sempre in lite col padre che lo tien troppo corto a denari, si è innamorato di Marianna, una fanciulla dabbene ma ridotta in povertà, che è venuta ad abitare da poco con la madre nel vicinato. Ma il vecchio Arpagone vorrebbe assegnare Elisa all’anziano signor Anselmo, persona facoltosa che accetterebbe di sposarla senza dote, e destina al figlio una ricca vedova; egli stesso, poi, che malgrado la sua età non è rimasto insensibile all’amore, ha gettato gli occhi sull’ingenua grazia di Marianna, e intriga, valendosi della mezzana Frosina, per ottenere il consenso della giovinetta e della madre di lei.

I figli, da lui informati di questi progetti, sono alla disperazione: lo pseudo-maggiordomo Valerio finge di dar ragione anche in questo ad Arpagone, per meditare qualche stratagemma; mentre Cleante, aiutato dal fido Freccia, sfrontato e astuto valletto, cerca in tutti i modi di procurarsi una forte somma per rendersi indipendente dal padre. Egli si rivolge a questo scopo a mastro Simone, sensale, che gli promette di metterlo in relazione con un certo usuraio; ma quando Cleante sta per concludere un prestito che non potrebbe essere più esoso, egli scopre che l’usuraio non è nient’altri che suo padre, mentre Arpagone riconosce nello sventurato giovine che egli si apprestava a spogliare il suo stesso figlio!

Messo sull’avviso dal paradossale incidente, l’avaro teme sempre più che tutti lo vogliano truffare, e vive in perpetuo tremore per una certa cassetta contenente diecimila scudi d’oro che egli ha sotterrata nel suo giardino. Prosegue tuttavia nei suoi progetti matrimoniali; invita a pranzo Marianna e la madre, mostrandosi comicamente imbarazzato tra il desiderio di far bella figura e la sua invincibile avarizia; e proprio in tale occasione si inizia per lui una piccola serie di catastrofi. Infatti egli scopre dapprima che suo figlio ama Marianna e non ha nessuna intenzione di ritirarsi davanti a lui, perché è riamato dalla fanciulla; viene a conoscere subito dopo il furto della sua preziosa cassetta (che il Freccia è riuscito a trovare e ha sottratto per amor del padroncino), e infine, mentre egli fuor di sé sospetta e accusa il maggiordomo Valerio, il finto servo gli rivela che, amando sua figlia, si è legato a lei con una mutua promessa di matrimonio, ed è assolutamente sicuro del cuore della giovinetta.

Arpagone, come ammattito, provoca l’intervento della giustizia, accusa successivamente tutti e vuol far causa a tutti, minacciando torture e galera. Ma sopraggiunge il signor Anselmo: nel corso dell’intricata baruffa si viene a scoprire che costui è il padre di Valerio e di Marianna, i quali son dunque fratelli, essendo stata la loro famiglia separata e dispersa molti anni prima da strani colpi di fortuna che avevano persuaso reciprocamente gli uni della morte degli altri… Cleante sposerà dunque Marianna, che si ritrova ricca ereditiera; Elisa andrà a nozze col suo Valerio; e Arpagone, calmato dal ritrovamento della cassetta che gli vien riportata dal Freccia, finisce per dare il suo consenso: tanto più che il ricco Anselmo gli promette di incaricarsi di tutte le spese del duplice matrimonio.

Grande commedia, in cui la figura dell’avaro, derivando qualcosa da quella dell’Aulularia di Plauto, la supera in profondità, con un’amarezza nell’indagine della passione devastatrice, che spiega la scarsa fortuna dell’opera al suo tempo. L’amore non fa meno coerente il personaggio, perché anche qui non cede la sua avarizia, e la rivalità del figlio lo colpisce come un’offesa al suo diritto di padre e di padrone. Contro questo diritto, contro la pretesa dei padri di impedire il godimento della vita ai figli, Molière insorge con forza.»

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