L'autunno caldo. Cinquant'anni dopo, Andrea Sangiovanni, Ada BecchiProf. Andrea Sangiovanni, Lei è autore con Ada Becchi del libro L’autunno caldo. Cinquant’anni dopo pubblicato da Donzelli: a distanza di cinquant’anni, quale bilancio storico si può fare dell’autunno 1969?
L’«autunno caldo» è stato il momento apicale di una stagione più lunga di lotte sociali, del lavoro e sindacali (la storiografia, infatti, lo colloca all’interno del ciclo di lotte 1968-1973) ed è stato uno straordinario momento di ampliamento dei diritti dei lavoratori, ma anche di più generale riassestamento delle diverse componenti della società alla ricerca di un migliore equilibrio generale. Per farne un bilancio storico equilibrato, occorre – secondo me – tenere in considerazione una molteplicità di aspetti che emersero in quella stagione, dal rapporto operai-studenti a quello fra gli operai e gli impiegati; dal ruolo che la politica assunse nella risoluzione dei conflitti del lavoro (con l’azione del ministro Donat Cattin) a quello che i sindacati ebbero nelle dinamiche politiche, dove cercarono di farsi interpreti di una spinta riformatrice che i partiti non erano riusciti ad attuare. E ancora, più in generale, occorre tenere presente il generale processo di modernizzazione del paese e la domanda di giustizia sociale che vi era legata. Per farne un bilancio complessivo e non teleologico, tuttavia, non si può trascurare che le lotte sociali di quegli anni suscitarono anche una reazione contrapposta, e drammatica: parlo evidentemente di Piazza Fontana che venne percepita immediatamente come un tentativo di «fermare la Storia», come diceva un operaio ripreso dalle telecamere Rai in uno straordinario servizio di Sergio Zavoli per TV7 intitolato «Quelli che perdono» e girato il giorno dei funerali delle vittime.

Come cominciò l’«autunno caldo»?
Come in ogni ricostruzione storica, stabilire il momento di inizio di un processo significa darne un’interpretazione. Chi legge l’autunno caldo come momento culminante di un processo di rinascita e di rafforzamento del sindacato potrebbe senza dubbio farne risalire le origini agli anni Sessanta e individuare come momento d’inizio dell’«autunno caldo», ad esempio, lo sciopero generale conto le gabbie salariali del febbraio. Chi interpreta quelle lotte come un momento di emersione della figura dell’operaio “massa” in funzione antisindacale, potrebbe senza dubbio vedere l’avvio delle lotte nelle agitazioni della primavera-estate alla Fiat (i cosiddetti scioperi «selvaggi»), oppure nella cosiddetta battaglia di corso Traiano del 3 luglio o, ancora, nello sciopero dell’officina 32 di Mirafiori all’inizio di settembre.

In realtà, l’«autunno caldo» nasce dalla combinazione di una serie di fattori, dalle tensioni che si erano accumulate nelle fabbriche negli anni precedenti al rinnovo dei contratti, dal definirsi di una nuova “generazione” operaia ad una più ampia richiesta di dignità da parte dei lavoratori. Nel libro io sostengo che, per cogliere la portata dell’autunno caldo e farne un bilancio, oggi è più utile considerarlo parte di un processo di più lungo periodo: un processo, però, che aveva luci ed ombre perché era sì il punto apicale di un percorso di crescita (anche) economica, ma anche il momento in cui iniziava la curva discendente di quel processo.

Quali vicende sociali e politiche segnarono l’autunno 1969?
Sono veramente troppe per indicarle tutte. Dal punto di vista della conflittualità operaia si pensi, ad esempio, che in quei mesi convulsi ci sono modelli diversi di conflittualità, quella “spontanea” – gli scioperi che venivano chiamati “a gatto selvaggio” – e quella di matrice sindacale, presenti entrambe e in qualche modo connesse, ma all’interno di una dialettica complessa fra “spontaneismo” e “organizzazione”.

Oppure, per fare un altro esempio ma spostandoci sul piano sociale, si pensi alla tensione fra generazioni (anche all’interno della stessa fabbrica) e al rapporto fra studenti (e “gruppi”) e operai. Di nuovo: si trattava di un rapporto complesso che negli slogan di allora veniva riassunto in “studenti e operai uniti nella lotta” ma che, in realtà, era fatto anche di tensioni, come raccontano bene molti rapporti dei prefetti che riferivano come gli operai allontanassero talora dai cortei gli studenti (etichettati come maoisti), o anche molte testimonianze. Io credo che la forza di quel rapporto così complesso, articolato e contraddittorio, sia stata molto superiore alle sue conseguenze politiche, perché è stato un momento di contatto e di contaminazione tra culture diverse.

E poi, sempre procedendo per esemplificazioni e spostandoci sul piano politico, in quella stagione si può notare quanto la formula del centro sinistra, all’apparenza logorata, sia ancora capace di politiche riformiste: sono i mesi in cui si discute lo Statuto dei lavoratori, che verrà approvato e pubblicato proprio in coincidenza con i momenti conclusivi di quella stagione di lotte (e che per questo, erroneamente, è spesso stato considerato solo un effetto dell’autunno caldo).

Ma non ci si può scordare che quelli sono anche mesi di scontri nelle piazze: pensiamo alla strage di Battipaglia oppure agli scontri di via Larga a Milano. Pensiamo alla discussione sul disarmo della polizia. E poi pensiamo anche al maturare della strategia della tensione che con gli attentati del 25 aprile e con quelli sui treni durante l’estate fa le sue prove generali. E pensiamo anche al fatto che uno dei compiti che si attribuiscono le manifestazioni operaie, soprattutto le più grandi, è proprio quello di dimostrare che il sindacato e gli operai sanno gestire la piazza, riportando il conflitto sociale a forme di contrapposizione anche dura ma non violenta (come si vede con grande chiarezza negli scioperi generali di fine novembre dopo che, all’inizio del mese, a via Larga era morto l’agente di polizia Antonio Annarumma).

Quali rivendicazioni furono alla base di quella stagione di tensioni e di lotte sindacali e politiche?
Direi che, in linea generale, gli elementi che oggi possono risultare più interessanti sono la partecipazione democratica (da quella piattaforma prenderà vita il futuro “sindacato dei consigli”), il rispetto della salute, una maggiore e più diffusa giustizia sociale, che partisse dal riconoscimento della dignità dei lavoratori.

In modo più specifico, per quanto sintetico, la piattaforma è stata ben riassunta da Ada Becchi nel suo saggio, che cito letteralmente dalle pagine 38 e 39: essa «si articolava su quattro principali capitoli: gli aumenti retributivi; la riduzione dell’orario di lavoro; la parità normativa tra operai e impiegati; i diritti, a partire da quello di convocare assemblee di fabbrica e di reparto. Le novità principali erano fondamentalmente: nella richiesta di aumenti uguali per tutti; nel carattere effettivo della riduzione dell’orario per i limiti imposti al ricorso agli straordinari; nel diritto all’assemblea».

Quando nasce l’espressione «autunno caldo»?
Sembra che il primo ad usare l’espressione «autunno caldo» sia stato Francesco De Martino, allora segretario del PSI, che all’inizio di settembre, parlando degli imminenti rinnovi contrattuali che si inserivano in una stagione di lotte già molto accese, disse: «l’autunno potrà essere veramente caldo». L’espressione fu rapidamente fatta propria dalla stampa che vide in quell’ossimoro meteorologico una sintesi efficace e di grande effetto, e rimase poi nel linguaggio comune diventando metafora di una stagione di battaglie sindacali, del lavoro o anche, in generale, politiche.

Quali intrecci vi furono con il movimento degli studenti e i fenomeni di violenza armata?
Come dicevo prima, il rapporto con il movimento degli studenti fu estremamente articolato e, a mio modo di vedere, fecondo. Si pensi che le assunzioni degli anni e dei mesi precedenti avevano portato nelle fabbriche una nuova leva operaia, diversa dalla precedente non solo dal punto di vista anagrafico ma anche culturale, più istruita e con una cultura informale diversa da quella dei loro colleghi più anziani e più vicina a quella degli studenti “borghesi”. La storia dell’intreccio fra operai e studenti, dunque, è anche – e forse innanzitutto – la storia di un forte rimescolamento culturale, che – ovviamente – ha sempre molte sfumature: così, se per gli operai l’introduzione del modello dell’assemblea come luogo decisionale (di derivazione studentesca) significa una inedita “presa della parola” (con cui il 68 entra nelle fabbriche, si potrebbe dire con un’immagine), alcuni gruppi politici di matrice studentesca cercano negli operai la classe “rivoluzionaria” e, come aveva intuito Foa, si “rinchiudono” nelle fabbriche e irrigidiscono la loro carica di cambiamento utilizzando categorie e concetti tradizionali.

Per quanto riguarda la questione della violenza, il passaggio è ancora più complesso e delicato. Innanzitutto, direi che occorre sgombrare il campo da un’idea che sembra essersi sedimentata in un certo racconto pubblico, ovvero che il terrorismo, e quindi la violenza armata, nascano dalle lotte sociali, studentesche e operaie del 68-69, mentre un ruolo centrale, da questo punto di vista, l’ha avuto piuttosto la bomba di Piazza Fontana.

Certo, questo non significa negare l’uso della violenza, anche nei conflitti del lavoro: basta rileggere le descrizioni dei cortei interni per rendersi conto di che carica di violenza ci fosse in quelle manifestazioni e, però, allo stesso tempo, per capire che esse erano anche una forma di reazione ad un clima inaccettabile ed intollerabile (di lavoro, di compressione dei diritti, talora di umiliazione individuale) che c’era nelle fabbriche. Gli operai parlavano di una sorta di «contro-violenza», di reazione alla “violenza” della fabbrica: non è un caso che i bersagli principali fossero i “capi”, cioè coloro che erano sentiti come l’estensione del potere del padrone nelle officine e sulle linee. Ma quella “violenza” (che però era una violenza simbolica, coreografica quasi, si potrebbe dire) serviva anche a risvegliare la “coscienza” degli operai meno attivi, a creare un’identità collettiva attraverso gesti che mostravano la simbolica presa di possesso del luogo di lavoro da parte degli operai, e quindi – sempre sul piano simbolico – il “potere operaio”.

Direi che è anche abbastanza certo che il clima di contrattazione permanente – e quindi l’apparente vuoto di potere che si crea in fabbrica nei mesi successivi – favorisce la radicalizzazione di alcuni gruppi dopo la fine dell’autunno caldo: ma questo non permette di connettere in modo meccanico l’insorgere del terrorismo alle lotte del lavoro.

L’autunno 1969 rappresentò una stagione di protagonismo operaio, un movimento estraneo alla logica e alla cultura dei partiti e dei sindacati tradizionali: quale retroterra sociale e culturale la consentì?
Non sono del tutto d’accordo con quest’affermazione: gli operai si stavano riscoprendo protagonisti della vita collettiva almeno dal 1960, e i sindacati stavano cambiando profondamente la loro cultura proprio in quegli anni (come mostrano in modo eloquente sia la Fim che le Acli). Proprio questo consentirà al sindacato, in modo unitario peraltro, di riprendere le redini della conflittualità nelle fabbriche.

E poi, anche sulla conflittualità nelle fabbriche occorrerebbe rileggersi le approfondite inchieste coordinate da Pizzorno sul ciclo di lotte 1968-1973 che mostrano chiaramente come gli operai sindacalizzati, oppure quelli con una esperienza pregressa di lotte e di mobilitazione sociale, abbiano avuto un ruolo determinante nell’attivare la conflittualità di quegli anni.

Certo, gli operai “giovani”, immigrati, di bassa qualificazione (quelli che vengono ricordati e rievocati come “operai massa”), ebbero un ruolo importante, anche propulsivo con la loro carica “selvaggia” di ribellione.

Ma soprattutto, credo, è importante riconnettere il mondo di fabbrica con quello che stava fuori dalle fabbriche: uno dei grandi meriti dell’«autunno caldo», a mio modo di vedere, è stato proprio questa capacità di rimettere in connessione le fabbriche con la società e viceversa. Mai come in quegli anni, infatti, cambierà la rappresentazione pubblica dell’operaio, che assumerà un posto centrale nell’immaginario collettivo entrando nelle canzoni (L’auto targata TO, ad esempio, ma anche – e in prospettiva opposta – Chi non lavora non fa l’amore), nei film (da La classe operaia va in paradiso a Romanzo popolare, per citarne solo due), negli sceneggiati televisivi (I Nicotera).

E del resto, come ho detto inizialmente, non credo che l’«autunno caldo» si possa spiegare solo come lotta per il lavoro, ma deve essere collegato ad una più ampia fase di modernizzazione accelerata del paese, risultante di processi diversi, e che riguardarono allo stesso tempo l’ambito sociale e culturale, quello produttivo ed industriale e, seppure in misura minore, quello politico.