L'Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo, Aldo FerrariProf. Aldo Ferrari, Lei è autore del libro L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo edito da Salerno. Il Suo libro ci ricorda che l’Armenia è molto più che l’odierna, minuscola, repubblica d’Armenia.
Sì, in effetti è così. L’attuale repubblica d’Armenia è grande all’incirca un decimo del suo territorio storico, ma la questione non riguarda tanto le dimensioni di questo paese quanto piuttosto le dinamiche che le hanno determinate. Gli Armeni hanno vissuto per circa 2500 anni nel loro territorio storico, creando regni importanti sin dall’Antichità, divenendo il primo popolo a fare del Cristianesimo la religione ufficiale (nel 301), resistendo alla dominazione araba, ma venendo poi sottomessi prima dai Bizantini, quindi da una lunga serie di invasori; Selgiuchidi, Mongoli, Ottomani, Persiani. Nell’Ottocento la parte nord-orientale dell’Armenia venne conquistata dai Russi; si tratta in effetti del territorio che costituisce oggi la repubblica d’Armenia. Ma la parte di gran lunga maggiore, quella che per secoli fece parte dell’impero ottomano, è stata completamente e crudelmente svuotata della popolazione armena nel corso del genocidio del 1915 e negli anni successivi, sino al 1923. Nel giro di pochi decenni gli Armeni sono passati da una fase di grande sviluppo culturale ed economico ad una tragedia che ne ha messo a rischio la stessa sopravvivenza.

Quali sono i luoghi più rilevanti e suggestivi della cultura armena oggi al di fuori dei confini della repubblica armena?
Nel mio libro mi sono limitato a cinque luoghi, molto diversi tra loro ma ciascuno a suo modo fondamentale per la storia e la cultura armene. Un monte, l’Ararat, il cui fascino infinito non riguarda peraltro soltanto l’Armenia, ma ha una apertura universale. Un campo di battaglia, Avarayr, pressoché sconosciuto al di fuori del mondo armeno, ma che al suo interno ha un significato di straordinaria importanza storica e spirituale. Un lago, Van, e la regione circostante, che sino al 1915 è stata il cuore della popolazione armena dell’impero ottomano ed ancora oggi presenta una quantità impressionante di monumenti armeni in condizioni peraltro di rapido degrado. Infine due città: Ani, la più celebre tra le antiche capitali dell’Armena, ormai deserta e in rovina da secoli, simbolo silenzioso di ciò che questo paese avrebbe potuto essere e non è stato; Kars, una città viva ancora oggi, ma completamente priva dell’elemento armeno, a rappresentare la dimensione urbana quasi perduta da questo popolo che per secoli ha costituito una delle componenti più attive delle città di tanti paesi. Quattro di questi luoghi sono in Turchia, dove è rimasta la maggior parte del Paradiso Perduto degli Armeni. Uno, invece, è in Iran, dove la situazione del patrimonio armeno è per fortuna molto differente da quella esistente in Turchia e Azerbaigian. Il libro non ha preso invece i luoghi– spesso di grandissimo interesse – della secolare diaspora armena: dalla Cilicia alla Crimea, da Costantinopoli a Smirne, da Venezia a Nuova Giulfa, da Madras ad Astrachan’, e così via.

Il monte Ararat è un simbolo non solo dell’Armenia ma anche universale: cosa rappresenta per noi tutti?
La fama universale del Monte Ararat – il Monte di Noè, il Monte dell’Arca, dal quale la vita riprese dopo il Diluvio Universale – si basa sul celebre passo del libro della Genesi, 8, 4: «Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat». Esiste in effetti una complessa questione riguardante l’identificazione dell’Aratat biblico con il monte sacro degli Armeni, il Masis, a sua volta portatore di un simbolismo specifico. Tuttavia la centralità del Masis/Ararat nella coscienza degli Armeni non è venuta meno neppure dopo che gran parte di questo popolo conobbe una progressiva diaspora a causa delle devastanti invasioni e delle condizioni di insicurezza e subordinazione socio-politica provocate dalle dominazioni musulmane. Se nella gru, l’uccello migratore per eccellenza, venne proiettato il destino doloroso dell’emigrato, l’Ararat assunse invece il ruolo di simbolo stesso del territorio armeno, di una madrepatria irrimediabilmente perduta. E quando, a partire dall’inizio del XVIII secolo, l’Armenia cominciò ad entrare nella sfera politica europea e russa nella speranza di riconquistare la libertà e l’indipendenza perdute, il ruolo di simbolo nazionale di questo monte si rafforzò ulteriormente. Reliquie dell’Arca furono inviate all’imperatrice russa Caterina II dal capo della Chiesa armena, il katʽołikos, la cui residenza – Ēǰmiacin – è tra l’altro poco lontana dalle pendici del Masis/Ararat. E l’immagine inconfondibile di questo monte, sovrastato dall’Arca, era raffigurata sulle insegne dei reparti di volontari armeni impegnati accanto ai Russi nelle guerre contro la Persia che nei primi decenni dell’Ottocento portarono all’inserimento dell’Armenia orientale nella compagine zarista. Il fatto che in seguito alle tragedie politiche del Novecento l’Ararat si trovi oggi in territorio turco, pur se ben visibile dalla capitale armena, Erevan, è un altro duro colpo che gli Armeni hanno ricevuto dalla loro storia dolorosa.

Peraltro, nonostante questo indissolubile legame con l’identità armena, l’Ararat possiede anche una dimensione tendenzialmente universale. Il senso di tale universalità, peraltro, non va visto solo nella completa corrispondenza dell’Ararat al simbolismo della montagna come luogo di incontro tra cielo e terra, tra divino e umano. Nell’Ararat troviamo tutto questo, certo, ma anche qualcosa d’altro e di fondamentale, che lo caratterizza profondamente: nonostante la sua imponenza e la millenaria inaccessibilità, il monte di Noè – da cui prese le mosse dopo il Diluvio l’umanità rinnovata – è forse tra le montagne sacre quella più intimamente legata al miracolo della vita: «[…] una zattera sul mare, come l’Arca sui monti di Ararat»

Per quali ragioni un passato di multiforme creazione culturale si è trasformato in un presente fatto di assenza, silenzio e negazione?
I territori dell’odierna Turchia orientale sono collegati essenzialmente al patrimonio storico-culturale degli Armeni che per millenni ne hanno costituito la popolazione principale, costruendovi città, chiese, monasteri, ponti e fortezze. Un patrimonio imponente di cui oggi sopravvive solo una piccola parte e che, con alcune eccezioni, rimane occultato e talvolta apertamente negato. Un viaggio nella Turchia orientale deve quindi essere affrontato essenzialmente come un percorso doloroso e accidentato nei luoghi della memoria armena. Tutto il territorio dell’Armenia storica che per secoli era stato inserito nell’impero ottomana è ormai divenuto un unico e gigantesco “sito del trauma”, peraltro ignorato e quindi continuamente nutrito da chi lo ha provocato. Ci si muove sostanzialmente in uno spazio “vuoto”, creato da un genocidio avvenuto ormai più di cento anni fa; un vuoto che può essere solo parzialmente riempito, ricostruendolo con strumenti culturali di vario genere: opere storiografiche e letterarie di autori armeni e non armeni, una gran quantità di letteratura di viaggio, memorie, fotografie e così via. Ma l’impresa è ardua, in realtà irrealizzabile. Si tratta infatti di ricomporre i frammenti dispersi di un intero mondo sociale e culturale, che aveva conosciuto uno sviluppo e tendenzialmente “risorgimentale” per tutto l’Ottocento. Un mondo ancora dinamico e vitale nonostante i massacri degli anni 1894-1896 e poi completamente spazzato via dalla violenza genocidaria dei Giovani Turchi, iniziata e culminata nel 1915, ma i cui ultimi esiti si sono avuti sino al 1923. E che è proseguita ancora, sino ad oggi, nelle forme subdole della falsificazione e del genocidio culturale.

In effetti una delle specificità più dolorose del genocidio degli Armeni consiste nel fatto che oltre all’annientamento fisico questo popolo ha conosciuto un irreversibile sradicamento dalla maggior parte della sua terra ancestrale. Oltre a rifiutare ai sopravvissuti ed ai loro discendenti il diritto di ritornare in patria e di reclamare i beni confiscati, per un intero secolo la Turchia ha infatti operato consapevolmente e con tutti i mezzi a disposizione di uno stato moderno per ridurre, deformare o persino cancellare la stessa memoria della millenaria presenza armena nei territori anatolici. È stata una politica coerente e sistematica, che ha provocato tra gli Armeni uno stato d’animo di frustrante e disperata privazione.

Quale debito culturale ha l’Occidente nei confronti della cultura armena?
Nel corso dei millenni gli Armeni hanno creato una cultura straordinaria, la cui grandezza contrasta fortemente con le dolorose vicissitudini storiche di questo popolo e con le ridotte dimensioni dell’attuale Repubblica. L’architettura e l’arte sacra armena, in particolar modo le magnifiche croci di pietra (khachkar), entusiasmano i viaggiatori e gli studiosi di ogni provenienza. Ma anche nella sfera letteraria gli Armeni hanno prodotto autentici capolavori, in particolare nei generi storico e poetico. E questo a partire dall’invenzione, nl 405, di un alfabeto nazionale, in uso ancora oggi. E anche la miniatura e la musica armena sono di straordinario interesse. Non solo l’Occidente, ma tutta la cultura universale deve guardare con ammirazione a quanto gli Armeni sono riusciti a realizzare nel corso della loro parabola storica.

Aldo Ferrari insegna Lingua e Letteratura Armena, Storia dell’Eurasia, Storia della Cultura Russa e Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano dirige il Programma di Ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale. È presidente dell’Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia centrale e del Caucaso (ASIAC).

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