“L’Armata Brancaleone. La sceneggiatura” di Age, Scarpelli e Monicelli

L'Armata Brancaleone. La sceneggiatura, Age, Scarpelli, MonicelliL’Armata Brancaleone. La sceneggiatura
di Age, Scarpelli e Monicelli
Edizioni Erasmo
a cura di Fabrizio Franceschini

«Mario Monicelli, Age(nore) Incrocci e Furio Scarpelli riscrivono col loro cinema la storia d’Italia. I tre grandi film in bianco e nero I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959) e I compagni (1963) ci portano, a ritroso, dall’Italia tra ricostruzione postbellica e boom, al primo conflitto mondiale sino alla fine dell’Ottocento, con le sue prime lotte operaie.

L’armata Brancaleone rivisita il mondo cavalleresco, sostituendo alle immagini di maniera e agli eroi senza macchia, come l’Ivanhoe-Roger Moore dei telefilm degli anni Sessanta, un protagonista fallimentare e un “Medioevo cialtrone, fatto di poveri e di ignoranti, di ferocia, di miseria, di fango, di freddo”. A questo degrado o rovesciamento della dimensione epico-cavalleresca concorrono le operazioni linguistico-letterarie ispirate a modelli italiani ed europei (Morgante, Folengo, Don Chisciotte, ecc.), ma anche la colonna sonora di Rustichelli, col riuso di temi del Sigfrido wagneriano, e i costumi di Gherardi, con l’evocazione dei samurai di Kurosawa.

In questo Medioevo apparentemente fantastico si intrecciano le efferate incursioni dei barbari, i domini bizantini nell’Italia meridionale (tutti passati entro il 1071 ai Normanni), la prima crociata (1096-1099) e persino le lotte “contra li Svevi” dei secoli XII-XIII. […]

L’intreccio tra invenzione e rappresentazione non realistica ma verosimile della realtà acquista particolare rilievo per la lingua, aspetto fondamentale del film e del suo successo. […]

Dobbiamo però dare ragione a Vittorio Gassman Quando dice che “il nucleo fondamentale […] che distingue il Brancaleone dagli altri film comici […] è proprio di natura linguistica” (Romanzo, p. 8).

Molti critici ragionano per questo di lingua inventata. D’Agostini definisce “la lingua parlata dal fiero e miserabile condottiero Brancaleone da Norcia […] e dai suoi sparuti seguaci Abacuc il giudeo, Teofilatto il lascivo bizantino, Mangoldo l’ostrogoto e Pecoro il bifolco […] una lingua inesistente, una lingua d’invenzione ottenuta miscelando tracce di tardo latino e volgare arcaico […] a parlate contemporanee di provenienza laziale-umbra-marchigiana e chi sa che altro”. Per Gosetti “la lingua di Age&Scarpelli è certamente inventata, maccheronica e goliardica” ed Ezio Alberione si spinge a evocare il “linguaggio omerico […], lingua mai parlata da nessuno […] che rispecchiava una società mai esistita”. Nemmeno Fava resiste all’idea dell’“invenzione di una parlata mista di latino medievale e di italiano prevolgare” (ma poi parla giustamente di “costruzioni e vocaboli arcaici, o genialmente inventati all’uopo, e modismi e riferimenti romaneschi, spesso destinati a non essere colti nel reale significato da chi romano non è”). […]

Quello che, tanto onestamente quanto acutamente, Age e Scarpelli ci dicono è che essi da un lato volevano “costruire degli elementi di dialogo che conservassero tutti i precedenti culturali e linguistici, ma che fossero ben comprensibili”, e dall’altro pensavano che “in questi anni oscuri, mal precisati, del Medioevo, la gente non doveva parlare in modo sostanzialmente differente dalle persone semplici di oggi”. Così gli autori colgono e rappresentano, in termini godibili e comprensibili per un vastissimo pubblico, un aspetto fondamentale della storia linguistica italiana: la compresenza, dal Medioevo al secolo XX, di parlate locali, continuatesi sul piano orale, e di un italiano di base toscana cristallizzatosi sul piano scritto, con i suoi “precedenti culturali e linguistici” che vanno dalla Scuola siciliana a Iacopone, a Dante, a Machiavelli, al Pulci ecc., per giungere a classici dei secoli successivi.»

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