“L’aristocrazia nella società francese del Medioevo” di Alessandro Barbero

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L'aristocrazia nella società francese del Medioevo, Alessandro BarberoA distanza di più di trent’anni dalla prima edizione, Laterza ripubblica L’aristocrazia nella società francese del Medioevo. Analisi delle fonti letterarie (secoli X-XIII), il libro di Alessandro Barbero che si inserisce nel dibattito storiografico su nobiltà e cavalleria. Barbero, il più noto storico italiano, apprezzatissimo volto televisivo di Superquark e vera star del web, i cui libri sono ormai bestseller in Italia e nel mondo, è docente di Storia medievale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale,

Ma quando compare sulla scena della storia la classe nobiliare? È alla fine del XII secolo che «la nobiltà si costituisce come un corpo giuridicamente definito e dotato di privilegi ereditari». Attorno al tema delle origini della nobiltà nascono e si sviluppano miti per legittimarne l’egemonia: «Fra XVI e XVIII secolo, la nobiltà francese giustificava la propria egemonia per mezzo di diverse teorie, accomunate dall’idea di un’ineguaglianza naturale degli uomini, voluta da Dio e perpetuata per via ereditaria. Secondo una concezione diffusa, tale ineguaglianza era stata imposta con un diretto intervento divino, subito dopo la cacciata dal Paradiso terrestre: è la teoria secondo cui i nobili discendono da Abele e i plebei da Caino. Secondo altri autori, in verità poco numerosi, l’umanità avrebbe riconosciuto spontaneamente la superiorità del sangue nobile e avrebbe accettato di sottomettersi a coloro che erano destinati a governarla, rinunciando, in un mitico passato, all’eguaglianza originaria. La credenza di gran lunga più diffusa, in Francia, voleva infine che la razza più forte si fosse imposta con la violenza su coloro che per la loro inferiorità naturale erano condannati ad obbedire: molto tempo prima di Boulainvilliers, i nobili francesi erano convinti di discendere dai Franchi conquistatori della Gallia.»

Tali concezioni circolavano in realtà già nei secoli centrali del medioevo, tuttavia «l’analisi delle fonti dimostra che anche quando parlano di nobili e di nobiltà gli uomini di quei secoli intendono qualcosa di molto diverso da ciò che in seguito si sarebbe indicato con questi termini». Riguardo all’evoluzione storica della terminologia, infatti, Barbero ci ricorda che, «per quanto la lingua in cui erano redatte le carte fosse abitualmente il latino, la lingua materna dei loro redattori era pur sempre il volgare romanzo, la sola lingua nella quale pensava e si esprimeva la stragrande maggioranza di coloro che vivevano in Francia, compresi i nobiles. Ora, in lingua d’oil noble, almeno fino al XIII secolo, è usato soltanto nella sua accezione classica di «persona illustre», e più ancora in un’accezione morale, senza nessuna connotazione giuridica. Per indicare gli appartenenti alla nobiltà ereditaria, giuridicamente definita, del XIII secolo la lingua volgare usa quasi esclusivamente espressioni come «gentilhomme», o, soprattutto nel Mezzogiorno, «homme de parage». Vocaboli come noble e noblesse vennero associati assai tardivamente all’idea di nascita illustre […] Fino a tutto il XIII secolo […] l’aggettivo noble evocava nel linguaggio corrente una condizione sociale elevata, propria dei pochi che detenevano potere e ricchezza su vasta scala, e priva tanto di un preciso corrispettivo giuridico quanto di ogni riferimento alla nasci nascita.»

Tra IX e X secolo si cementa l’associazione tra la nobiltà e la professione delle armi: alla soglia dell’XI secolo, «la ristretta élite dei potenti» non appariva «caratterizzata dalla nascita, né dalla ricchezza, né dall’esercizio del potere» ma «come la condizione di coloro che per vocazione, soli in mezzo a un popolo cristiano disarmato, combattono. Di fronte ai rustici, a coloro che lavorano e obbediscono, i chierici non vedono i padroni, i signori, ma piuttosto i bellatores; il termine che nei testi e nei documenti si contrappone più frequentemente a populus o a plebs non è nobiles, ma milites

Come sottolinea lo storico piemontese, «la concezione della nobiltà nel periodo […] considerato è difficilmente paragonabile a quella invalsa nei secoli successivi, quando la discendenza da antenati illustri sarà considerata criterio al tempo stesso necessario e sufficiente perché una famiglia possa essere giudicata nobile. La debolezza dei poteri centrali, i limiti della memoria genealogica, l’assenza di un diritto scritto e la minor precisione dei quadri concettuali attraverso i quali gli intellettuali si rappresentavano la società giustificano il carattere fluido e talvolta contraddittorio mantenuto dalla nozione di nobiltà per buona parte del medioevo. Sotto questo profilo il XIII secolo, in cui pure i tratti caratteristici dei secoli precedenti sono lungi dall’essere scomparsi, rappresenta una svolta significativa; poiché proprio allora i fattori che abbiamo elencato si alterano in modo irreversibile. Nel XIII secolo il diritto consuetudinario viene messo per iscritto, ed è proprio nelle compilazioni delle coutumes che trova la sua prima espressione organica l’idea di una nobiltà giuridicamente definita in base alla nascita. Dalla sua funzione di garante della coutume la monarchia francese trarrà il pretesto per esercitare una sorveglianza sempre più stretta sull’accesso alla nobiltà, presentandosi come l’unica forza in grado di assicurare il ricambio sociale del ceto dominante, nel momento stesso in cui ne sanciva ufficialmente la cristallizzazione. Egualmente nel XIII secolo la diffusione della letteratura genea­logica testimonia del ruolo decisivo che spetta ormai al culto degli antenati nella coscienza di sé delle grandi famiglie.»

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