L'araldica nella Chiesa Cattolica alla luce della legislazione canonica. Origini, usi, legislazione, Roberto VannucciDott. Roberto Vannucci, Lei è autore del libro L’araldica nella Chiesa Cattolica alla luce della legislazione canonica. Origini, usi, legislazione edito da Gammarò.
Il libro in oggetto è parte dalla mia tesi in Diritto Canonico discussa presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma nell’anno accademico 2015 – 2016. Nel presente volume la parte sulla tecnica araldica è stata omessa, pur riportando solo alcune informazioni per la compilazione degli stemmi. In particolare, sono state riprese le nozioni sui colori araldici, la tecnica del loro tratteggio, il significato dei colori, giustificandone il simbolismo anche in ambito ecclesiastico, sia nel rito latino sia in quello ambrosiano.

Quando e come nasce l’araldica?
L’araldica fu un particolare fenomeno della storia europea nato nel secolo XI quale mezzo di identificazione dei cavalieri nei combattimenti (in battaglia e nei tornei).
Attraverso i colori e le figure disegnate sugli scudi, si ottenne l’identificazione delle persone celate dalle pesanti armature. Inizialmente gli stemmi furono utilizzati nei sigilli, per autenticare i documenti (invece della firma), per riconoscere la provenienza di una missiva, la costituzione delle bandiere, l’identificazione della proprietà di un oggetto o di un territorio.

Il termine “araldica” trae la sua origine dagli “araldi”, figure tipiche dell’ordinamento cavalleresco. Essi furono considerati pubblici ufficiali. In tempo di guerra gli araldi trattavano le convenzioni, procedevano alle intimazioni, alle proclamazioni e alle dichiarazioni solenni e, in genere, vigilavano sul comportamento dei cavalieri. In tempo di pace, invece, identificavano ed annunciavano nei tornei i partecipanti che, coperti dalle armature, erano riconosciuti solo in base ai “blasoni” disegnati sugli scudi. Peraltro, gli araldi, in qualità di cerimonieri, fungevano da giudici d’arme, si occupavano dell’ordinato svolgimento dei tornei e indossavano, durante le loro funzioni, divise riproducenti le insegne dei loro signori. Essi annotavano su appositi rotoli di pergamena o su registri i nomi e le insegne dei cavalieri partecipanti alle “giostre”, fornendo cosi, l’identificazione dei titoli e dei nomi dei personaggi in base alle rispettive “armi”.

Col tempo le insegne araldiche si diffusero tra i cittadini, i governi municipali, le corporazioni degli artigiani, nella Chiesa e presso i suoi enti. Poi, con la scomparsa delle armature e degli scudi dai campi di battaglia, la società europea valorizzò le insegne che, divenute a carattere ereditario, si trasformarono in prerogative di nobiltà e di prestigio. Così, con il tramonto della cavalleria, l’araldica divenne una scienza dedicata allo studio degli ordinamenti nobiliari, con riguardo ai simboli grafici e coloristici dei gruppi nobiliari, nonché l’interpretazione dei relativi emblemi.

In che modo la Chiesa Cattolica adottò l’araldica?
Gli emblemi araldici, nati con intenti militari, nel tempo si estesero anche alle attività della Chiesa, ma agli ecclesiastici la professione militare fu sempre vietata (C.I.C. 1917, canoni 138 e 141; C.I.C. 1983, can. 289, § l). Inizialmente ai chierici, in quanto lo scudo era comunque un’arma (pur da difesa), fu vietato usare emblemi come i cavalieri secolari. Se l’avessero fatto, sarebbe stato motivo di scandalo, punito con la scomunica. Ciò è spiegabile in quanto l’origine degli stemmi è inscindibilmente legata alle guerre ed ai tornei, attività che ai membri del clero furono sempre interdette.

A seguito dei divieti i capi della Chiesa dapprima esitarono ad usare gli stemmi tanto più che non era loro consentito partecipare a spedizioni militari. Purtroppo, stante il regime feudale, gli ecclesiastici (spesso vescovi-conti) si trovarono spesso coinvolti a sostenere i sovrani, con il prestar loro truppe feudali che avevano la necessità di essere visibilmente riconosciute con emblemi. Gli stemmi araldici, comunque, iniziarono ad essere usati in ambito ecclesiastico senza rumore tramite l’uso dei sigilli aggiungendovi emblemi e segni di dignità ecclesiale. Proprio attraverso i sigilli, emerse la praticità con cui gli stemmi ben potevano essere usati e dal XIV secolo le comunità ecclesiastiche (ordini monastici e religiosi, abbazie, priorati, conventi e case religiose) presero ad utilizzare gli emblemi araldici facendone, via via, un uso sempre maggiore.

D’altra parte, presso la società secolare di quel tempo, l’adozione delle insegne araldiche era diffusissimo (furono attribuiti gli “stemmi di fantasia” più disparati) e ne venne naturalmente coinvolto anche il clero, ad ogni livello (ed il clero di basso rango, prese ad utilizzare i sigilli, adottando i propri emblemi familiari).

Quale ruolo svolge l’araldica nella Chiesa Cattolica?
Il clero iniziò ad adottare le insegne araldiche che, sebbene non fossero segni di nobiltà, permettevano di individuare, dalle ornamentazioni esterne allo scudo, l’ufficio, la dignità, la carica e la posizione gerarchica ricoperta dall’ecclesiastico. Pertanto le insegne araldiche nella Chiesa permettono una rappresentazione della gerarchia ecclesiastica, rimasta intatta anche dopo la promulgazione dei due codici.

La Chiesa, da sempre, si astenne dall’emettere giudizi in materia di blasoni, ma tutti gli interventi normativi in materia araldica furono rivolti ad eliminare irregolarità, evitare usurpazioni e, soprattutto, rendere semplici e concisi i segni di dignità.

Premesso quanto sopra sono state prese in considerazione le applicazioni dei principi araldici rispetto ai diversi gradi della gerarchia ecclesiastica, e precisamente: a) Sommo Pontefice, b) cardinali, c) patriarchi, d) primati della cristianità, e) arcivescovi, f) vescovi, g) abati e prelati “nullius”, h) abati e prevosti, i) superiori maggiori regolari, l) prelati “di fiocchetto”, m) protonotari apostolici, n) prelati d’onore, o) cappellani di S. Santità, p) canonici, q) prelati minori, r) sacerdoti, s) badesse e religiosi laici.

Quali norme e canoni regolano l’utilizzo dell’araldica?
Le norme relative l’araldica sono contenute nei Codici di Diritto Canonico del 1917 e del 1983 (soprattutto in ordine all’uso dei sigilli). Inoltre, nel tempo, furono emanati dei documenti da Sommi Pontefici e da Congregazioni Pontificie competenti per la regolamentazione dei titoli e delle insegne ecclesiastiche. (in appendice n. 2 sono stati allegati i provvedimenti che, nel tempo, furono emanati).

Si ricorda che le norme di attuazione del Concilio Vaticano II hanno ribadito con interventi degli organismi e dei dicasteri della Curia Romana, l’uso dell’araldica ecclesiastica, peraltro confermato con i “Motu proprio” di Paolo VI, che hanno costituito materia per una rinnovata normativa canonica.

Infatti, sulla base di quanto dichiarato al canone 2 “le leggi liturgiche finora vigenti mantengono il loro vigore, a meno che qualcuna di esse non sia contraria ai canoni del codice”, la normativa araldica della Chiesa, accolta nelle prescrizioni dei codici di diritto canonico conferma come essa sia rimasta, a tutti gli effetti, in vigore.

Ancor oggi, dopo la promulgazione del codice del 1983, gli stemmi prelatizi appaiono abitualmente sui libri liturgici ufficiali nonché sui portoni d’ingresso delle basiliche e delle chiese principali, a conferma che la legge araldica della Chiesa è tuttora vigente, secondo il vecchio can. 6, 6° (corrispondente all’attuale can. 2).

Comunque sono le regole e le tradizioni della Curia romana che determinano l’uso degli stemmi e, in conformità al can. 328 del codice del 1917, queste regole sono rimaste valide nonostante non siano state ricodificate (si ricorda che i cardinali neo eletti promettono di osservare i decreti emanati dalla Sacra Congregazione Cerimoniale a tutela dell’onore e della dignità).

Onde evitare ogni possibile abuso, sono stati richiamati dalla nuova legge canonica gli usi araldici antichi sicché, nel caso emerga un problema interpretativo sugli emblemi ecclesiastici si devono consultare gli usi e le tradizioni, soprattutto quelli connessi alle costumanze della Curia romana. Purtroppo le regole fissate nelle costituzioni apostoliche, nei decreti, nei motu propri e nelle decisioni delle Congregazioni non sempre formano un sistema legislativo uniforme in quanto i diversi provvedimenti sono stati emanati a distanza di secoli, spesso dettati per ristabilire ordine nei comportamenti. Anche gli interventi dei pontefici in campo araldico furono finalizzati a mantenere la semplicità delle insegne, una qualità che si addice ai chierici, ma è anche una delle qualità dell’araldica.

In che modo la Chiesa, nei secoli, regolamentò il diritto a vestire le insegne pontificali e ad indossare particolari copricapi?
Dovendo tenere conto sia della gerarchia, sia degli elementi dottrinali, liturgici e canonici, le norme ecclesiastiche non potevano essere regolate dai soli precetti araldici. Pertanto le norme canoniche regolamentarono il diritto a vestire le insegne pontificali e, soprattutto, a indossare particolari copricapi.

I Concili hanno sempre convenuto che gli ecclesiastici dovevano vestire con semplicità e decenza. Dal 1964 fu ammesso l’uso, come abito religioso, il pratico clergyman, in alternativa alla lunga veste talare.   Comunque, il Codice di diritto canonico del 1983, al can. 284, dispose che “I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali”.

In occasione delle funzioni religiose esercitate all’interno della chiesa, fin dai tempi apostolici, i paramenti indossati dai chierici servirono a contraddistinguere l’ufficio e la funzione religiosa.  Le vesti indossate nelle celebrazioni servono a far risaltare la funzione liturgica, spersonalizzando il ministro di culto, essendo la sacra liturgia celebrata “in persona Christi” e non a nome proprio.

La “Sacra Congregazione dei Riti” è competente a stabilire (con decreto), l’uso dei paramenti specifici riferiti ai vari gradi dell’ordine. Sostanzialmente gli indumenti liturgici ancor oggi prescritti nella celebrazione della Messa solenne (o pontificale), richiamano gli indumenti usati dagli antichi latini sia nella foggia che nell’uso.

La Costituzione Decet Romanos Pontifices di Pio VII del 1823 elencava i paramenti comuni al Papa, ai cardinali, ai vescovi, agli abati regolari, ai protonotari apostolici e alcuni altri che avevano il privilegio di pontificare. In tale circostanza furono previsti i generi di vestiario speciali, usati nelle Messe pontificali, rispettando i colori dalla liturgia. In particolare fu disposto che il ministro vescovo, o chi aveva il diritto a dette funzioni, oltre ai paramenti ordinari, sarebbe stato rivestito da specifici simboli liturgici: guanti, manipolo, anello vescovile, croce pettorale, ecc.

Tra gli abbigliamenti ordinari prescritti dalla Santa Sede, invece, furono elencati la pianeta o casula (usata nella della Messa a cui si uniscono il manipolo, la stola, il velo del calice), la dalmatica (oggigiorno è la veste del diacono), la tunicella (tunica linea o striata), il piviale, il cui uso, come indumento liturgico è indossato dai sacerdoti durante le ufficiature solenni e le processioni. Ulteriore veste è la cotta, spesso indossata dai chierichetti ma, in certe occasioni meno formali, anche dal sacerdote.

Gli elmi e le corone, in analogia ai nobili ed ai dignitari, furono posti inizialmente e sventatamente sulle insegne di alcuni ecclesiastici ma, poiché né l’elmo né la corona si addicevano ai sacerdoti, i prelati ripiegarono sui copricapi liturgici per guarnire i loro scudi. La mitra divenne il segno caratteristico dei vescovi, e fu presto adottata anche dagli altri prelati che avevano avuto il privilegio di usare le insegne pontificali. Papa Adriano IV (dei Conti Fieschi) durante il Concilio di Lione del 1245 invitò i cardinali ad indossare il cappello rosso cardinalizio, avente dapprima le fattezze del copricapo di un pellegrino medioevale, poi modificato secondo il gusto e la moda del tempo. Esso non rimase quale unico ornamento dell’insegna cardinalizia, ma subì l’accostamento di altri accessori, sebbene l’aggiunta di emblemi diversi con il medesimo significato fu sempre combattuta e oggi risulta proibita. Peraltro, gli ornamenti ecclesiastici, inseriti all’esterno degli scudi, furono distinti in:

– gli ornamenti di giurisdizione e di ufficio: rappresentati quali: la tiara, le chiavi, la croce, la mitra, il pastorale, il pallio, il bastone;

– i segni di dignità, rappresentativi di una certa autorità: il cappello ed i fiocchi. Pertanto il cappello prelatizio “timbra” lo scudo in analogia all’elmo degli stemmi nobiliari; i fiocchi scendono dal cappello dell’ecclesiastico ai lati dello scudo, a forma di cono, in un certo numero, a seconda del grado;

– il motto: posto solitamente in fascia, sotto la punta dello scudo. Esso esprime un pensiero, una sentenza riguardante un detto breve, arguto, sintetico. Per l’ecclesiastico dovrebbe rappresentare l’aspirazione ed il programma della sua vita sacerdotale.

Altre insegne (o segni) di dignità furono attribuiti a specifici ecclesiastici o per diritto intrinseco (come la mitra e la croce per i vescovi), oppure per poteri o privilegi loro, riconosciuti dalla legge comune (ad esempio: la mitra e il pastorale per gli abati). In ordine agli stemmi degli ecclesiastici si nota come, ad esclusione dello stemma del Pontefice, in tutte le altre insegne l’elemento uniformante è il cappello ecclesiastico o galero che, ad ornamento dello scudo, consente il riconoscimento del grado del titolare dello stemma. Relativamente ai cappelli prelatizi necessita distinguere soprattutto il colore che identifica l’ordine di appartenenza (rosso per i cardinali, verde per i vescovi, paonazzo per i monsignori e nero per i presbiteri). Detti cappelli, aventi due cordoni che scendono ai lati dello scudo, portano un certo numero di fiocchi, variabile a seconda del grado della gerarchia cui si pone l’insignito.

Nell’araldica ecclesiastica, in sintesi si hanno i seguenti tipi di galero, distinti per numero dei fiocchi per parte, e in particolare:
Cardinale: rosso, con 15 nappe (1, 2, 3, 4, 5) per parte;
Patriarca o Primate: verde, con 15 nappe (1, 2, 3, 4, 5) per parte;
Arcivescovo: verde, con 10 nappe (1, 2, 3, 4) per parte;
Prelato di Fiocchetto: viola, con 10 nappe rosse (1, 2, 3, 4) per parte;
Vescovo, Abate mitrato o Prelato Nullius: verde, con 6 nappe (1, 2, 3) per parte;
Protonotario Apostolico: paonazzo, con 6 nappe rosse (1, 2, 3) per parte;
Prelato d’onore di Sua Santità o Cappellano Conventuale del S.M.O.M., paonazzo, con 6 nappe (1, 2, 3) per parte;
Cappellano di Sua Santità: nero, con 6 nappe paonazze (1, 2, 3), per parte;
Vicario Generale, Vicario Episcopale, Prevosto mitrato, Abate, Superiore
Maggiore di Ordine Religioso o Protonotario Apostolico onorario: nero, con 6 nappe (1, 2, 3) per parte;
Canonico: nero, con 3 nappe (1, 2) per parte;
Arciprete, Decano, Prevosto, Prelato minore o Superiore di ordine religioso: nero, con 2 nappe (1, 1) per parte;
Presbitero: nero, con 1 nappa (1) per parte.

Nelle appendici:
A completamento e integrazione del lavoro svolto, sono state aggiunte due appendici:

  • nella prima sono stati riproposti stemmi araldici, sia in bianco e nero, sia a colori, recuperati da antichi testi. In occasione della ricerca svolta è emerso che in alcuni Paesi (compresa l’Italia) è caduta in disuso l’inclusione degli stemmi diocesani, prassi ancora praticata nel mondo soprattutto tedesco, ove i vescovi usano “partire” l’arma personale con quella della loro sede diocesana. Inoltre, poco frequente rispetto al passato, soprattutto fra i cardinali, l’uso di riportare a fianco del proprio stemma quello del pontefice regnante o della Congregazione o dell’Ordine di provenienza. Recentemente, con l’avvento al soglio pontificio di Benedetto XVI, sono stati notati esempi di imitazione del suo stemma attraverso l’uso da parte di vescovi nominati dallo stesso Pontefice, di insegne caratterizzate dalla stessa partizione (il cappato), o riproducenti alcune delle figure, inserite nello stemma papale (orso, conchiglia). Peraltro, il fenomeno dell’imitazione è riscontrabile nella produzione di stemmi vescovili contemporanei, talvolta a imitazione dello stemma del vescovo consacrante, o di altro prelato particolarmente influente nella vita del vescovo neoeletto.
  • nella seconda appendice, oltre a notizie circa la berretta ecclesiastica, sono stati inseriti i documenti emanati dalla Santa Sede in materia araldica, nonché alcune prerogative araldiche dello Stato del Vaticano, creato a seguito della stipula dei Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 tra l’Italia e la Santa Sede.