L’Apocrifo di Giovanni. Introduzione storico-critica, Francesco BernoDott. Francesco Berno, Lei è autore del libro L’Apocrifo di Giovanni. Introduzione storico-critica edito da Carocci: di quale importanza per la comprensione e l’autopercezione del cristianesimo dei primi secoli è l’Apocrifo di Giovanni?
Nel dibattito specialistico è oramai invalso – e per ottime ragioni – l’uso del termine plurale “cristianesimi” per designare la straordinaria varietà di interpretazioni, di pratiche, di credenze che derivò dall’insegnamento gesuano e che trovò espressione nei primi secoli dell’esperienza cristiana. L’Apocrifo di Giovanni ci offre un punto di accesso privilegiato ad una tra le più radicali ed affascinanti opzioni religiose che animarono i “cristianesimi” delle origini, testimoniando un sistema dottrinale raffinatissimo, ambizioso, davvero “alessandrino” – e strenuamente avversato dagli esponenti della nascente ortodossia cristiana.

Esso si incentra, in estrema sintesi, sulla percezione dell’intimità abissale tra una porzione eletta dell’umanità ed il Padre: la relazione di filialità che lega amorosamente il Padre al Figlio è interpretata come estesa ad un numero limitato e segreto di uomini, che si scoprono dunque come figli carnali di Dio e gemelli di Cristo, essi stessi membra disperse della divinità, perdute in un luogo che è loro alieno e latentemente ostile: il mondo visibile e le potenze che lo dominano.

La complessa articolazione di pensiero che ne discende, trasmessa da una grande varietà di testi cristiani composti in epoca tardo-antica, trova nell’Apocrifo di Giovanni la propria versione più autorevole, compiuta ed articolata, coniugando la necessità di fornire agli eletti un percorso di distacco dalla materia e di attingimento diretto e senza mediazioni dello Spirito paterno, con l’urgenza di rintracciare, nell’interezza della storia del mondo, frammenti di verità ed allusioni alla storia di Dio.

L’Apocrifo di Giovanni ripercorre, dunque, tutte tappe fondamentali dell’atto creativo di Dio, dalla generazione di Adamo ed Eva fino al diluvio universale, giungendo sino a riscrivere la Genesi, ovvero a correggere il testo fondativo, il grande codice della religiosità giudaico-cristiana. Questo è infatti interpretato come tentativo malevolo – operato da un dio inferiore, il Demiurgo, ignorante e geloso – di offuscare la parentela che unisce saldamente gli eletti al Dio sommo e che che mina il dominio del Demiurgo sulla propria creazione, che gli è ontologicamente superiore, dunque indocile.

L’avvento di Cristo e la sua morte violenta rappresentano quindi la rivelazione, nel mondo, di un Dio che trascende il mondo, che lo condanna come cosa transeunte e malvagia e che, in tal modo, permette agli eletti di acquisire piena consapevolezza della propria origine, chiamandoli ad un arduo compito ermeneutico: trovare la verità dietro l’errore, rompere la gabbia entro cui il Dio creatore tiene avvinta la creazione (il Tiergarten di Dio, come avrà a dire, in modo sublime, Hegel).

Si noterà, forse, come tale pensiero derivi in modo alquanto diretto dall’intuizione paolina del corto-circuito determinato dalla messa a morte come maledetto dalla Legge del figlio di chi quella Legge pose; intuizione che, in Paolo, è comunque ricondotta entro un orizzonte monoteistico: Dio ha cambiato idea; la sua nuova volontà di rigenerazione si pone in dialettica continuità con la sua vecchia volontà di creazione; prima ha voluto la Legge e la Lettera, ora lo Spirito e la libertà in Cristo.

Ebbene, l’Apocrifo di Giovanni radicalizza tale pensiero, conducendolo sino ai suoi esiti più estremi: le due volontà del Dio unico di Paolo sono ricondotte a due Dei diversi, responsabili di altrettante economie rivelative divergenti e conflittuali.

Il Dio che crea non può essere lo stesso Dio che salva; il Dio che opera sulla materia non può essere lo stesso Dio che opera sullo Spirito; il Dio che ha ispirato l’Antico Testamento non può essere lo stesso Dio che ha ispirato il Nuovo.

Ne consegue che il mondo venga interpretato come una complessa macchina di produzione di segni, allusioni, rimandi, giacché creato da un Dio inferiore, ma comunque abile a esprimere quei barlumi di verità che il Dio sommo ha introdotti come talismani per i propri figli carnali.

La risoluzione di questa ambiguità di fondo che permea il mondo visibile e la sua storia è il primo e più profondo obiettivo dell’Apocrifo di Giovanni.

Quali vicende hanno segnato la trasmissione del testo?
L’Apocrifo di Giovanni, composto in lingua copta presumibilmente tra i II ed il III secolo della nostra era, è rimasto sconosciuto al mondo sino al tardo Ottocento, quando una copia del testo, assai ben conservata, venne rinvenuta in terra egiziana. Ma è solo con la celebre scoperta di Nag Hammadi, tra il 1945 ed il 1946, che la rilevanza dell’opera si è finalmente imposta all’attenzione critica. Ben tre copie del nostro testi, difatti, sono conservate nel corpus copto-gnostico di Nag Hammadi, facendo dell’Apocrifo di Giovanni il testo gnostico di gran lunga più abbondantemente attestato e più compiutamente analizzabile.

La grande generosità quantitativa della tradizione non può che suggerire lo straordinario apprezzamento di cui dovette godere il trattato in epoca antica, continuando ad essere letto, copiato, interpretato, modificato per secoli, ed attraversando indenne numerosi ambienti religiosi e redazionali.

La rilevanza accordata in antico al testo è ulteriormente testimoniata dalla grande mole di trattati che, con ogni evidenza, derivano dalla necessità di completare, correggere, approfondire passi dell’Apocrifo di Giovanni avvertiti come particolarmente problematici, importanti, degni d’attenzione. Insomma, il nostro testo si è precocemente importo come matrice feconda di numerose narrazioni che, in modo più o meno diretto, ne dipendono.

Poi qualcosa accadde, e l’Apocrifo di Giovanni dovette essere occultato, insieme ad un significativo numero di testi consimili, in una giara di terracotta, interrata nelle sabbie dell’Egitto e ivi rimasta per un millennio e mezzo.

Difficile affermare con certezza cosa condusse a questa drastica scelta. È verosimile che un più rigido e capillare controllo ecclesiastico abbia progressivamente limitato la circolazione di opere ed idee la cui natura eterodossa veniva sempre più aspramente rimarcata e sempre meno tollerata.

Quali aspetti teologici, storici e filosofici emergono dallo studio del testo evangelico?
La domanda è complessa e potenzialmente inesauribile. È fuor di dubbio che l’Apocrifo di Giovanni rappresenti l’espressione di una tradizione di pensiero – quella che, semplificando, si può definire come ‘gnostica’ – che ha profondamente influito sullo sviluppo della stessa razionalità occidentale, sulla nostra rappresentazione contemporanea delle nozioni di “persona”, “anima”, “spiritualità”, sul nostro latente (e oramai quasi del tutto culturalizzato, secolarizzato) sospetto per la materia, la carne, il mondo.

Pur rimanendo un’opera dalla esplicita connotazione teologica – anzi, iper-teologica, giacché pretende di fornire la stessa biografia di Dio, la narrazione della sua storia, delle sue passioni, della sua famiglia – l’Apocrifo di Giovanni non può che schiudersi anche ad un orizzonte di lettura filosofica, razionale, nella misura in cui mette a tema in modo quantomai radicale numerosi temi-chiave della riflessione filosofica classica, forzandoli sino a snaturarli in profondità.

Il precedente rimando ad Hegel non appaia, in tal senso, di maniera. In effetti, l’Apocrifo di Giovanni tenta di ricostruire su base rivelata il movimento dialettico dello Spirito del Padre, che perde la propria originaria stabilità, devolve sino a generare il mondo che abitiamo e si richiama a sé stesso, invocando il proprio ritorno al Padre e alla sua primigenia unità. L’intera storia del mondo si scopre dunque coestesa alla storia della salvezza, mossa dall’intuizione che una porzione di Dio si è persa nella materia, invocando la propria reintegrazione nel mistero eterno di Dio.

Francesco Berno è assegnista di ricerca in Storia del Cristianesimo presso la Sapienza Università di Roma, per il progetto ERC “PAThs: Tracking Papyrus and Parchment Paths: An Archaeological Atlas of Coptic Literature. Literary Texts in their Geographical Context: Production, Copying, Usage, Dissemination and Storage“, diretto da Paola Buzi. I suoi principali interessi di ricerca intercettano alcuni dei più rilevanti nodi concettuali e letterari del cristianesimo delle origini, quali la definizione della nozione di eresia, l’emersione di un corpus di testi “apocrificizzati”, il precoce sviluppo di interpretazioni dualiste del fenomeno cristiano. Tra le sue principali pubblicazioni, oltre al volume qui in oggetto, Il libro aperto. Indagine sulla ricezione valentiniana della ‘tradizione letteraria enochica’ (Morcelliana 2018)