L'antifascismo non serve più a niente, Carlo GreppiDott. Carlo Greppi, Lei è autore del libro L’antifascismo non serve più a niente edito da Laterza: a distanza di 75 anni dalla Liberazione, c’è ancora bisogno di antifascismo?
Ora più che mai. È cruciale ribadirne le traiettorie, le difficoltà, le conquiste. Se l’antifascismo storico è (lapalissianamente) finito, non sono affatto superate le sue ragioni, le sue convinzioni, né devono esserlo le sue riflessioni e le sue pratiche contro ogni forma di torsione verso regimi criminali e «tutte le forme di fascismo, larvate o aperte, represse o trionfanti», come scriveva in tempo reale Angelo Tasca in Nascita e avvento del fascismo (1938). Bisogna ricordare la cospirazione, l’esilio, il carcere, la disobbedienza, la lotta: perché solo l’intransigenza e l’unità d’azione hanno sconfitto il lupo e possono sconfiggerlo di nuovo, se dovesse tornare. Annegate in un mare di retorica, di ritualità, poi di indifferenza e infine di disprezzo, le celebrazioni di chi sconfisse il fascismo a durissimo prezzo vanno riempite di nuovo di significato – coriaceo, vero, reale come reali furono le vite spese nella battaglia.

Negli ultimi anni, sussurrando o gridando che il lupo era tornato, non si è fatto che parlare di fascismo, in un proliferare di prefissi (neo-, post-, cripto-, para-, ecc.) a suggerire che non è proprio la stessa cosa, ma neanche così diverso. Paradossalmente, a essere davvero attuale, e senza bisogno di ulteriori prefissi, è l’antifascismo. Se non altro per i suoi insegnamenti, se non altro a ricordarci che tutta questa attenzione – mediatica, politica – per il fascismo è più che legittima, certo; ma a furia di parlare di fascismo, forse ci si è dimenticati dell’antifascismo e del suo portato dirompente.

Cosa significa essere antifascisti nella società attuale?
Innanzitutto dare battaglia ai fascisti, che negli ultimi anni ci sono stati eccome: viviamo in un’epoca in cui i partiti di destra – in assenza di una significativa destra moderata – sono ormai quasi esclusivamente eredi diretti (per filiazione) della tradizione neofascista oppure non hanno nessun imbarazzo a stringere relazioni con i due partiti dichiaratamente neofascisti che regolarmente corrono alle elezioni, e a scendere in piazza con loro. Ma, come ha scritto in maniera cristallina ZeroCalcare in Questa non è una partita a bocce. 10 banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti («L’Espresso», LXIV, n. 3, 14 gennaio 2018), ci sono persone che li hanno fronteggiati, «a volte con più intelligenza, altre meno. Riuscendo o sbagliando, ma pagando sempre in prima persona. In termini di minacce, di aggressioni o di denunce. Senza cercare qualcosa da mettersi in saccoccia, o tornaconti elettorali». E si potrebbe «chiedere anche a loro di intervenire in questo dibattito». E poi, come spero di aver fatto con questo mio lavoro, essere antifascisti oggi significa riaffermare i valori dell’antifascismo storico.

Concludendo il libro faccio mie le parole scritte un quarto di secolo fa da Giovanni De Luna, un maestro e un amico, in Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939 (Bollati Boringhieri 1995): ci si può riferire «all’antifascismo come a una forma particolare della concezione della politica totalmente svincolata dal canonico ambito cronologico del ventennio fascista e definita attraverso elementi che appartengono drammaticamente alla realtà del nostro tempo: la tolleranza, la libertà, i diritti degli uomini, l’uguaglianza, la giustizia, il rispetto delle regole della convivenza civile». Ed è così, in effetti, per me. Poi, per molti e molte, essere antifascista è ancora diverso – e ci si ritrova fianco a fianco. È come essere innamorati, o diventare genitori: non hai le parole per spiegarlo, ma sai perfettamente cos’è.

In quali idee si incarna il fascismo oggi?
Si ripescano a casaccio nel passato parole d’ordine con la maiuscola come argine in un presente che nessuno sembra riuscire a decodificare: e siamo ancora alla Tradizione, alla Patria, alla Nazione. Parole per le quali bisogna essere disposti a sacrificar la vita, si dice – meglio se quella altrui, si sottintende neanche troppo velatamente. Con qualunque «ismo» si voglia chiamare questo magma piuttosto compatto – e presente a diverse gradazioni in vari paesi d’Europa – l’unica cosa che si può sostenere con agghiacciante certezza è che non c’è niente di più sideralmente distante dalla cultura antifascista sulla quale si era costruita, in un percorso irto di ostacoli e conflitti, l’Italia repubblicana e democratica oggi tanto screditata. Questo è però un tema che nel mio lavoro sfioro soltanto, e per un’indagine più “ad alzo zero” rimanderei al recente reportage Educazione di un fascista (Feltrinelli 2020) di Paolo Berizzi, ai lavori di Elia Rosati, di Christian Raimo, del collettivo Wu Ming sul sito Giap e del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, o alle molte inchieste de «L’Espresso» sull’idillio fascioleghista degli ultimi anni (in parte confluite ne Il libro nero della Lega, di Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Laterza 2019). Io mi concentro – così come ha fatto anche l’amico Francesco Filippi nel suo Ma perché siamo ancora fascisti? Un contro rimasto aperto (Bollati Boringhieri 2020) – sulle pulsioni nostalgiche in gran parte verso un fascismo che non è mai esistito, verso una versione riedulcorata del ventennio nella quale svanisce, come per incanto, anche l’immenso portato ideale dell’antifascismo storico. Se il fascismo non è stato – come è stato – un regime liberticida, criminale e assassino, perché dovrebbe interessarci la parabola di quella nutrita e determinata minoranza di donne e di uomini che al fascismo si opposero?

Quale lezione possiamo trarre per l’Italia di oggi dall’antifascismo storico?
«Oggi bisogna combattere contro l’oppressore», scriveva prima di essere fucilato Giacomo Ulivi, in una delle lettere dei condannati a morte della Resistenza più citate in assoluto. «Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi». Il giovane Ulivi, che raccoglieva un’eredità ventennale e la porgeva idealmente a noi, invitava sé e i suoi amici a «rifare noi stessi», perché si erano seduti sul bisogno di pace e serenità: «Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi». Fondamentale – aggiungeva ancora Ulivi – era stato il pregiudizio della «sporcizia» della politica, e parallelamente il non aver compreso che la «cosa pubblica» non è nient’altro che «noi stessi», e che dalla sua cura dipende tutto.

D’altra parte questo aspetto, quello di una formazione e un’autoformazione alla partecipazione politica in senso esteso, è uno dei ruoli fondamentali riconosciuti all’ultima fase dell’antifascismo, quella resistenziale, anche da chi è fortemente scettico sulla possibilità di renderlo attuale. L’altro ruolo, altrettanto vitale, è quello di aver saputo incrinare nelle fondamenta il consenso al regime. Due aspetti di immensa attualità, che vanno recuperati: il lavoro politico e quello culturale, che si compenetrano in un impegno più vasto – etico, esistenziale. Basterebbe questo per affermare che no, l’antifascismo non è finito. E che ancora ci serve.

Carlo Greppi (1982), storico e scrittore, è co-fondatore dell’associazione Deina e membro del Comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. I suoi ultimi libri sono La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore (Utet 2020) e L’antifascismo non serve più a niente (Laterza 2020) che inaugura la serie a cura sua “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti”. Di recente ha fondato, insieme a diversi colleghi e colleghe, il sito di storia pubblica lastoriatutta.org

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