L’Anticristo. La scienza della fine, Gian Luca Potestà, Marco RizziProf. Gian Luca Potestà, Lei ha curato con Marco Rizzi l’opera in tre volumi L’Anticristo edita da Fondazione Lorenzo Valla e Mondadori di cui è ora uscito il terzo, La scienza della fine. Si tratta di un’opera di impegno e dimensioni notevoli. Il primo volume è uscito nel 2005, il secondo a distanza di sette anni nel 2012, il terzo dopo altri sette anni nel 2019. Nel complesso, calcolando i tempi necessari per la preparazione del primo volume, un impegno di quasi vent’anni. Ne valeva la pena? È così importante l’Anticristo?
Per noi naturalmente sì… Inventata per spiegare il ritardo della parusia, cioè del ritorno glorioso di Gesù Cristo sulla terra prima della fine del mondo e del giudizio, la figura dell’Anticristo è stata ed è la figura negativa per eccellenza della apocalittica e della teologia politica cristiane. Chi evoca l’anticristo, chi presenta il nemico come «anticristo», polarizza il conflitto presente, riportandolo nella sfera sacrale delle tribolazioni dei tempi ultimi. Oggi l’Anticristo è ancora al centro dei dibattiti ecclesiastici (è oggetto di fede? fa parte della dottrina cattolica?) e del lessico politico, ufficialmente a partire da Ronald Reagan. Al di là delle convinzioni di ciascuno, il tema meritava di essere approfondito: per una comprensione più ravvicinata della genesi e delle trasformazioni sulla lunga durata delle dottrine, sempre risorgenti, che teorizzano la politica non come spazio di mediazione e di ricerca di una convivenza pacifica, ma come campo di forza in cui amico e nemico continuamente si sfidano, sino alla distruzione di uno dei due. In questa prospettiva la questione dell’Anticristo fuoriesce dal quadro dell’escatologia cristiana, in quanto gioca un ruolo importante anche nei campi della teologia politica, della georeligione e della geopolitica.

Dunque tre volumi, quasi duemila pagine in tutto. Da dove prende inizio questa lunga storia?
Comincia da un paio di brevi scritti contenuti nel Nuovo Testamento, la Prima e la Seconda Lettera di Giovanni. Lì si parla per la prima volta di “anticristo”. Ma come abbiamo mostrato nel primo volume (“Il nemico dei tempi finali”, con i testi dal Ii al V secolo), l’anticristo di cui parlano ha la iniziale minuscola. È semplicemente una persona fra tante (impossibile darle un nome) che “in questa ultima ora”, cioè: in questo momento decisivo, mette in discussione – anzi: nega – l’identità divina di Gesù. E come tale rischia di spaccare la comunità di credenti ai quali la lettera si rivolge per metterli in guardia. L’anticristo viene (non: “verrà”, come generalmente si traduce sbagliando, spingendo il testo in una direzione che non è la sua). Altri – dice Giovanni – sono venuti prima di lui, e altri continueranno a venire. Dunque: un avvertimento a non dare ascolto a chi, negando Cristo, rischia di frantumare la comunità, di spaccarla.

Quanto all’Anticristo dei tempi finali, l’ultimo nemico prima della fine del mondo e del giorno del giudizio, si è a lungo creduto che fosse una figura proveniente da antichi miti e saghe. In verità, l’inventore dell’Anticristo con la A maiuscola fu Ireneo, teologo e vescovo, che nella seconda metà del II secolo, unificò in tale figura una serie di precedenti e svariate figure diaboliche citate nell’Antico Testamento. E lo rappresentò come l’avversario destinato a precedere il ritorno finale di Gesù. Il che aiutava tra l’altro a spiegare il ritardo della parusia: prima che Gesù venga, occorre che venga l’Anticristo. E Gesù non ritorna perché, grazie a Dio, l’Anticristo è ancora lontano … Prende così forma il dramma dei tempi finali, alla cui sceneggiatura furono chiamati, per così dire, a contribuire in modo decisivo due testi che non parlano propriamente di Anticristo, ma che vennero presto letti come se parlassero di lui: la Seconda Lettera ai Tessalonicesi (il “Figlio della Perdizione”) e l’Apocalisse (la bestia con il marchio inconfondibile del 666).

L’inizio di una lunga storia ….
Sì, cui contribuiscono in modi diversi autori di lingua greca e autori di lingua latina. I testi greci e latini (ovviamente tutti con traduzione a fronte e commento) sono circa equivalenti nel primo volume, mentre nel secondo i latini sono in maggioranza. Nel secondo volume (“Il Figlio della perdizione”, dal V al XII secolo) si trovano le prime biografie immaginarie dell’Anticristo. Celebre e molto diffusa nel Medioevo quella scritta da un monaco franco del X secolo, Adsone di Montier-en-Der. Nel secondo volume siamo arrivati fino a Gioacchino. Autore fondamentale perché modernizza la retorica dell’Anticristo, e così facendo la sottrae al decadimento. Gioacchino ragiona sui tempi (è tra i primi a pretendere di stabilire quando dovrà venire) e sugli spazi. Gioacchino spiega che l’Anticristo si manifesterà non, come voleva unanime la tradizione precedente, negli spazi ormai remoti di Gerusalemme, da cui i cristiani si erano appena ritirati, ma a Roma. Sarà dunque una figura diabolica che con la forza e con l’inganno tenterà di impadronirsi del papato. Gioacchino voleva mettere in guardia il papa dai rischi che correva, ma di fatto senza volere avviò una trasformazione che avrebbe infine condotto a identificare papa e Anticristo.

Dunque, il terzo volume tratta propriamente di questo?
Non solo. L’impegno maggiore per questo terzo volume, che presenta solo testi latini, è stato rappresentato dalla difficoltà di scelta dei testi da includere, tradurre e commentare. Tra gli inizi del Duecento e la metà del Quattrocento i testi crescono a dismisura e le ipotesi si moltiplicano. Abbiamo scelto il titolo “la scienza dell’Anticristo” perché il tema diventa questione discussa nelle aule delle università, oggetto di aspri dibattiti teologici, di calcoli aritmetici e di proiezioni astrologiche. Certo, si chiude con Wyclif, il teologo inglese che arriva a sostenere che non un singolo papa, ma il papato come istituzione è divenuto l’Anticristo. Siamo ormai alla vigilia di Lutero. Ma l’opera non segue solo questa linea.

In che senso? Nell’opera vi sono anche testi di celebri predicatori come il francescano Bernardino da Siena e il domenicano Vicent Ferrer, di cui proprio quest’anno si celebra a Valencia, sua città natale, il sesto centenario della morte. Che idee hanno sulla venuta dell’Anticristo?
I predicatori avevano davanti problemi difficili. Se presenti l’Anticristo come imminente – o addirittura come già nato – disponi di una minaccia spaventosa, di un argomento molto convincente da spendere per ottenere una rapida e urgente conversione dei comportamenti da parte delle folle che ti ascoltano. Un predicatore come il domenicano Vicent Ferrer, che nei primi due decenni del Quattrocento si fece migliaia di chilometri per predicare l’Anticristo, scelse questa linea, fissando persino a un certo punto una data precisa per la sua nascita, che affermava già avvenuta: 1403. D’altra parte, non mancano spinte in direzione opposta. Il francescano Bernardino da Siena appare assai più prudente, e non senza ragione: se l’Anticristo è alle porte, il tempo dell’istituzione Chiesa e della sua missione evangelizzatrice risulta drasticamente ridotto, è quasi finito…