“L’Anticoncilio del 1869. Donne contro il Vaticano I” a cura di Adriana Valerio

L'Anticoncilio del 1869. Donne contro il Vaticano I, Adriana ValerioL’Anticoncilio del 1869. Donne contro il Vaticano I
a cura di Adriana Valerio
con i contributi di Angela Russo, Cristina Simonelli e Nadia Verdile
Carocci

Prof.ssa Valerio, come si svolse la vicenda dell’assemblea di liberi pensatori indetta a Napoli nel 1869, in concomitanza con il Concilio Vaticano I?
Il napoletano Giuseppe Ricciardi, democratico radicale e deputato del parlamento italiano, aveva appreso che l’8 dicembre del 1869 si sarebbe svolto a Roma un Concilio ecumenico con la volontà di Pio IX di affermare il primato del suo magistero e di ribadire la condanna del mondo moderno, “liberale e materialista”, già da lui emessa nel Sillabo del 1864. Per questo, Ricciardi decise di organizzare proprio in quel giorno a Napoli un «Anticoncilio», ossia un’assemblea di liberi pensatori provenienti da tutto il mondo con l’intento di contrapporre il trionfo della ragione all’oscurantismo ecclesiastico. È lui stesso a raccontarlo nel suo libro pubblicato nel 1870, L’Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui affida le memorie dell’iniziativa, dello svolgimento dell’incontro e dei partecipanti.

Al suo appello, riprodotto anche su molti giornali esteri, risposero singole persone e associazioni: Garibaldi e Victor Hugo, Jules Michelet, segretario della «Société philosophique», e lo storico Michele Amari, diversi professori delle accademie italiane, pochi parlamentari, studenti universitari, associazioni e tantissime donne italiane e straniere. Nel Teatro S. Ferdinando, dove si svolse l’incontro, parteciparono 62 logge massoniche italiane e straniere, 34 società operaie, 25 associazioni italiane, 26 associazioni straniere, 63 gruppi di liberi pensatori italiani (tra cui Giosuè Carducci), 27 stranieri, 58 deputati e 2 senatori.

Ricciardi nel discorso inaugurale contrappose la Libertà, la Verità e la Ragione al dogmatismo cattolico e indicò la necessità di un impegno umanitario internazionale, che si doveva sviluppare soprattutto procurando lavoro e aiutando ogni persona bisognosa, «non potendosi considerare siccome civile un paese, dove un sol uomo possa patire la fame». I temi in discussione messi all’ordine del giorno nell’assemblea toccarono le questioni relative alla libertà religiosa da attuare, alla separazione fra Chiesa e Stato, alla legittimazione di una morale indipendente dalle credenze religiose e alla creazione di un’associazione internazionale intesa a promuovere il benessere generale dei popoli creando lavoro e istruzione obbligatoria per ognuno per combattere l’ignoranza. La laicità costituiva la garanzia per la difesa della libertà di coscienza e per la promozione della giustizia che doveva agire nella società per favorire un processo di liberazione per donne e uomini

Quale rilevante presenza ebbero, in tale assise, le donne?
L’emancipazione delle donne entrava a pieno titolo nei nodi problematici da affrontare e un segno fu l’alta partecipazione femminile dovuta sia all’impegno personale di Ricciardi sia del «Comitato di Napoli per l’emancipazione delle donne italiane» che coinvolse nell’iniziativa il maggior numero di persone singole e di associazioni femminili italiane per affermare una fede laica e indipendente. Ricciardi era convinto che il clero opprimesse le donne, controllandone l’anima e non consentendo loro una vera emancipazione che, invece, doveva comportare l’acquisizione di diritti pari a quelli degli uomini. Per questo non si era risparmiato nel chiedere a italiane e straniere di partecipare al suo progetto.

Le lettere di adesione all’Anticoncilio inviate al deputato napoletano attestano con forza la consapevolezza di quelle donne della correlazione tra l’emancipazione femminile e la liberazione dal «giogo del clero». Ben 185 donne provenienti da tutta Italia firmarono un documento per sostenere l’Anticoncilio, a testimonianza dell’esistenza di una rete femminile emancipazionista di carattere nazionale che guardava a Ricciardi come ad un interlocutore per la propria causa. Aderirono non solo scrittrici, poetesse, filosofe, libere pensatrici e patriote – come Luisa Granito, Marianna Florenzi Waddington, Angelina Mola, Marianna e Felicita Serravalle di Ferrara, Luisa Lolli, Maria Ferrara, Maria Alimonda Serafini, Laura Battista -, ma anche comuni cittadine. La rete di donne che si costituì intorno a Ricciardi, dunque, era molto più ricca e articolata geograficamente di quanto le stesse donne protagoniste potessero immaginare. Numerose furono presenti alle due sedute napoletane dell’Anticoncilio accolte con entusiasmo dai convenuti: ad ogni nome femminile, letto ad alta voce, l’assemblea, infatti, «scoppiava in indescrivibili acclamazioni», come ricorda lo stesso Ricciardi.

Chi erano e quale ruolo svolsero nell’Anticoncilio le sorelle Giulia ed Enrichetta Caracciolo?
Le due sorelle, Giulia ed Enrichetta Caracciolo – come illustrano con precisa documentazione Angela Russo e Nadia Verdile in questo libro -, rappresentano, ciascuna a suo modo, nuove modalità d’identità femminile. Giulia Caracciolo fu una patriota appartenente all’area radicale, un’emancipazionista e Gran maestra di logge massoniche femminili. Combattente repubblicana, fu in Calabria e in Sicilia per preparare lo sbarco dei garibaldini e, nell’ottobre del 1860, era al Garigliano, teatro della battaglia tra l’esercito sabaudo e quello borbonico; nel 1862 fu accanto a Garibaldi in Aspromonte e nel 1867 partecipò alla campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma con 360 volontari fatti partire da Caserta, armati ed equipaggiati a sue spese.

La sorella, Enrichetta Caracciolo, monaca a san Gregorio Armeno, espresse con chiarezza l’affrancamento dalla condizione monastica e dalle angustie di una vita non scelta e, quando poté, abbracciò la causa liberale. Nel suo romanzo autobiografico, I Misteri del chiostro napoletano, seppe mettere in evidenza le grettezze di un mondo chiuso e ipocrita, soffocante e doloroso e seppe narrare, con passione ed efficacia, le miserie umane della vita monastica. Il 7 settembre 1860, quando Garibaldi entrò in Napoli, gli andò incontro e nel Duomo depose sull’altare «il suo nero velo da monaca». Sposò il patriota Giovanni Greuther, corrispondente di giornali politici, appartenente alla Chiesa metodista alla quale lei stessa aderì con convinzione. Nel 1866 pubblicò un Proclama alla donna italiana, esortando le donne a sostenere la causa nazionale; nel 1867, fece parte del comitato di sostegno al disegno di legge di Salvatore Morelli per i diritti femminili e tre anni dopo, durante i lavori del Concilio Vaticano I, fu una delle convinte sostenitrici delle tesi dell’Anticoncilio.

Giulia, Gran maestra di loggia massonica, ed Enrichetta, monaca irrequieta desiderosa di affrancamento da una religiosità opprimente, furono entrambe donne colte e amanti degli studi, alla ricerca di libertà e di riconoscimento dei diritti femminili, impegnate nel creare una rete di rapporti internazionali tra donne che condividessero con loro gli stessi ideali laici e liberali. Le loro posizioni rispecchiavano certamente il pensiero di un’élite, ma sono comunque significative di un mutamento di mentalità che si andava affermando.

In che modo le spaccature createsi durante e dopo la chiusura del Vaticano i portarono alla nascita della Chiesa veterocattolica e quale ruolo vi giocò la questione femminile?
Le tante donne che aderirono all’Anticoncilio esprimevano un profondo disagio nei confronti della società e della Chiesa cattolica e allo stesso tempo la necessità di un mutamento culturale con ricadute sia nelle relazioni personali sia nel campo giuridico dei diritti per porre fine all’oppressione femminile e alla sua esclusione dai ruoli di responsabilità. La mancata o parziale risposta a tali richieste portò a inevitabili e dolorose fratture. Alcune abbandonarono la pratica religiosa, altre, deluse, non rinunciarono a proposte di riforme, altre ancora cercarono diverse vie di impegno e di mediazione. Altre, infine, si separarono definitivamente dalla Chiesa romana non sentendosi più rappresentate nelle loro aspirazioni e nelle loro istanze di fede.

Le posizioni assunte dal Vaticano I e la proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia provocarono una reazione da parte di una minoranza di cattolici e cattoliche che vollero seguire l’antica Chiesa, quella del primo millennio, non ancora divisa in confessioni divergenti e non governata da un centro unico. Il distacco, come spiega con dovizia di particolari Cristina Simonelli nel suo saggio presente in questo volume, fu provocato dal dissenso dello studioso Ignaz von Döllinger e di alcuni professori universitari tedeschi; ma Döllinger pensava a una protesta profetica e non alla formazione di una Chiesa scismatica. La scomunica, però, arrivata nell’aprile del 1872, accelerò la nascita nel 1873 della nuova comunità, che prese il nome di Chiesa Vetero – cattolica, con l’intento di un ritorno alle originarie fonti cristiane. Accettava il primato del papa come era stato concepito dai Padri delle Chiese greche e latine per secoli e concesse ai laici una parte più considerevole nella direzione della Chiesa.

Non penso che nella nascita della Chiesa vetero-cattolica la questione femminile abbia giocato un ruolo determinante, ma le conseguenze di quella rottura aprirono a loro e ai laici nuovi orizzonti. Nel 1878 fu abolito il celibato obbligatorio e nel 1885 il latino nella liturgia; si sviluppò una struttura episcopale-sinodale e, attraverso la rilettura dei testi sacri e nella convinzione che la Chiesa dovesse essere riformata, fu aperta una discussione sui ministeri e sul ruolo delle donne scegliendo in questi ultimi anni di dare loro l’ordine sacro nei tre gradi del ministero: diacone, presbitere e vescove. Questa della Chiesa Vetero-cattolica è ancora un’esperienza circoscritta, capace, però, di provocare ancora oggi la nostra istituzione cattolica romana, la quale ritiene, erroneamente, che la questione femminile non sia un problema fondamentale per la propria identità e credibilità.

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