Prof. Antonino De Francesco, Lei è autore del libro L’antichità della nazione. Il mito delle origini del popolo italiano dal Risorgimento al fascismo edito da FrancoAngeli: quale interesse genera, nell’Europa dell’Ottocento, il tema dell’antichità delle nazioni?
L'antichità della nazione. Il mito delle origini del popolo italiano dal Risorgimento al fascismo, Antonino De FrancescoL’antichità della nazione – nazione intesa quale una comunità anche di piccolissime dimensioni – è un tema che ha attraversato la cultura d’età moderna in tutta l’Europa e ha profondamente informato gli studi di antiquaria. L’argomento, a ben vedere, ha sempre corrisposto a una finalità nazionalizzatrice, nel senso che – puntualmente sottolineando l’antichità di un luogo e quindi delle genti che lo abitavano da tempo pressoché immemorabile – rispondeva all’intento di rivendicare alla comunità presa in esame una sorta di primato rispetto ad altre e dunque il riconoscimento, sempre nei confronti di altri soggetti, di privilegi da fare valere e rivendicare presso il potere centrale. Nel corso del Settecento, tuttavia, questa stessa impostazione, rispondendo in modo più puntuale agli intenti nazionalizzatori delle singole statualità, ha finito per assumere tratti ancor più pronunciati e non vi è dubbio che sia quello l’arco cronologico nel quale le nazioni moderne fanno la loro comparsa sulla scena. Da questo punto di vista, soprattutto in riferimento all’Europa continentale, la rivoluzione francese ha svolto un ruolo decisivo: d’un lato ha prepotentemente rilanciato le ragioni dell’antichità della nazione d’Oltralpe, dall’altro con il proprio esempio ha finito per influenzare i paesi vicini che – sia per associarsi ai valori del 1789, sia per respingerli – hanno a loro volta fatto ricorso al ricchissimo deposito dell’erudizione antiquaria. Credo importante sottolineare come il tema dell’antichità della nazione francese, fondato sulla dimensione autoctona dei celti e improntato a valorizzarne la civiltà quale la più antica Europa, non sia una novità del 1789, perché già a partire dal tardo Seicento molti eruditi ricordarono il passato di libertà della Gallia rispetto al servaggio conosciuto sotto i romani e i franchi. Tuttavia, la rivoluzione dette nuova forza agli stessi argomenti, colorandoli di una tinta radicale precedentemente sconosciuta, che portò molti uomini del 1789 a prender le distanze dalla storia, che ricordava un passato di servitù sin dai tempi della sconfitta di Vercingetorige per trovare rifugio in un lontanissimo trascorso precedente alla civilizzazione greco-romana dove immaginare una stagione di libertà. Questo tema, dove facevano incrocio istanze al primato culturale di Francia e al rispetto delle libertà locali rispetto all’invadenza del potere centrale, non avrebbe retto all’urto della stagione napoleonica, perché i medesimi temi vennero recuperati e rielaborati sotto un segno diverso: non è casuale che con la nascita dell’Impero dei francesi prendesse vita un istituto ufficialmente sostenuto dal governo, l’Académie Celtique, che promuoveva sì gli studi sull’età pre-romana, ma al tempo stesso non nascondeva di voler rivendicare tramite quelli la legittimità del primato politico e culturale di Francia in tutta Europa.. Inutile dire che questa proposta avrebbe trovato la fiera risposta dei sostenitori dell’antichità di altre nazioni, che per certi versi fecero loro il metodo di lavoro dell’istituto francese, declinandolo in una chiave favorevole ai popoli di cui si volevano discendenti: così dai lusiadi del Portogallo ai sarmati di Russia il processo di nazionalizzazione che segue in tutta Europa alla vicenda rivoluzionaria di Francia avviene attraverso un riferimento all’autoctonia delle sue rispettive genti che suona una scoperta risposta al modello francese.

Quale eco trova il dibattito europeo nell’Italia del Risorgimento?
Come dicevo, proprio dall’Italia partono le prime e più significative contestazioni della ricostruzione messa in circolo dall’Académie celtique. La cosa non deve stupire, qualora si pensi all’impatto della stagione francese sulla penisola: anche tra quanti avevano guardato con favore all’arrivo di Bonaparte e avevano plaudito allo sforzo modernizzatore del suo potere, non mancavano perplessità e timori per lo strapotere d’Oltralpe. Questo suggerisce come la contestazione del primato culturale di Francia, che compare proprio all’apice delle fortune di Napoleone in Italia, per contestare la loro ricostruzione di un primato celtico fosse la sola via per quanti nella penisola non si rassegnavano alla mera subalternità rispetto a un modello transalpino che aveva dalla sua il potere delle armi e degli istituti di governo. Esemplare, a questo proposito, la lettera che Vincenzo Cuoco scrisse all’Académie celtique per contestare la tesi dell’antichità celtica a tutto vantaggio di un popolo etrusco che avrebbe in tempi primordiali popolato l’intera penisola. Le sue parole sono molto significative di come il suo dissenso investisse il merito, ma non il metodo, ossia contestasse le conclusioni, ma non le premesse della proposta di Francia: anch’egli riteneva esaurita la centralità culturale del mondo greco-romano, ma proprio perché rivendicava all’Italia una specificità nazionale egli aveva cura di sostituire, quali fondatori della civiltà umana, gli etruschi ai celti. Quasi che riuscire a dimostrare quello che ovviamente non lo era – ossia l’esistenza di un antico popolo etrusco che avrebbe abitato sin dalle origini tutta la penisola e cha da lì si sarebbe sparso per tutto il Mediterraneo portandovi la civiltà – fosse un modo concreto di contestare il primato di Francia nel tempo presente ed illustrare una prospettiva di riequilibrio nei rapporti tra i due paesi.

Quale diverso approccio alle origini della nazione hanno Vincenzo Cuoco e Giuseppe Micali?
Vincenzo Cuoco e Giuseppe Micali, pressoché coetanei, erano tra sé molto diversi. Cuoco era un rivoluzionario, un uomo che aveva costruito la propria identità politica e culturale in stretta assonanza con l’accelerazione che il 1789 aveva impresso all’universo politico di tardo Settecento; Micali, pur attraversando a sua volta gli anni rivoluzionari e napoleonici, aveva guardato con gran sospetto alla temperie del nuovo ordine e ancora lungo tutti gli anni della Restaurazione avrebbe simboleggiato la figura dell’erudito i cui riferimenti ideologici restavano saldamente piantati sul terreno di un Settecento non solo ostile alla deriva rivoluzionaria, ma pure largamente insensibile al discorso dei Lumi. Per questo motivo, la loro visione della nazionalità era diversissima e pressoché contrapposta: come ho detto, Cuoco si avventurava a fantasticare di un popolo etrusco che avrebbe civilizzato il Mediterraneo tutto, addirittura progenitore di quei greci poi giunti sulle coste d’Italia, che con la propria antichissima presenza confermava l’esistenza da sempre nella penisola di una sola nazione, divenuta politicamente italiana grazie a Bonaparte e che, pur sotto la stretta sorveglianza napoleonica, muoveva comunque, agli inizi dell’Ottocento, i propri primi, ma sicuri passi. Micali la buttava invece sul terreno propriamente culturale, per indicare come quello soltanto fosse il legame tra i popoli della penisola, i quali – con l’eccezione dei greci a sud e dei galli a nord – eran tutti autoctoni, ma non per questo erano tutti uguali, anzi era chiaro quanto fossero tutti tra sé diversi.

Questo differente approccio alla nazionalità – una per Cuoco, plurale per Micali – avrebbe fatto sì che nel corso dell’Ottocento la fortuna delle loro opere fosse diversa e divergente. Sulle prime, a trionfare sarebbe stato proprio Micali, la cui fatica, cui tenne dietro nel 1832 una altrettanto se non ancor più fortunata Storia degli antichi popoli italiani, costituì un testo base sul quale raccordare, soprattutto nel 1848, i molti modi di pensare l’unità in chiave federativa e per immaginare, ancora dopo il 1861, quando l’unità aveva prevalso, uno stato nazionale che tenesse conto delle tante tessere chiamate a comporre il mosaico della nazionalità. Cuoco, che dal movimento risorgimentale venne apprezzato assai più per il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli che non per il Platone in Italia, tornò invece a suscitare interesse, negli anni dell’Italia liberale, solo quando parve chiaro che la costruzione nazionale era rimasta fragile e quanto fosse stato illusorio credere che l’unità avrebbe di per sé risolto i molti problemi che angustiavano la società della penisola. In questo quadro – lungo coordinate che portavano a investire sul tema identitario – la sua lontana fatica si colorò d’un significato nuovamente accattivante e parve prevalere su quella di Micali. In realtà, le due proposte attraversarono talvolta in modo scoperto, talaltra in maniera carsica l’intera cultura politica del Risorgimento e informarono parimenti il processo di nazionalizzazione della penisola.

In che modo tale dialettica ha informato tutta la cultura politica italiana fino al fascismo?
Come ho appena detto, andando per linee sommarie ancor più che generali, potremmo dire che Micali fu al centro dell’interesse finché sembrò possibile che l’unità italiana costituisse un percorso lineare, naturale e irreversibile, destinato a coinvolgere in modo eguale tutte le parti d’Italia. Le sue pagine confortarono dapprima le ipotesi federative, che sembrarono in netta prevalenza al tempo del 1848, per poi perdere di significato quando apparve chiaro che l’unità era precaria e tutto tranne che il frutto di un comune e convinto concorso. In questo ebbero un ruolo determinante l’esplosione del brigantaggio nelle province meridionali subito dopo la dissoluzione delle Due Sicilie, le proteste di Sicilia del 1862 e del 1866, nonché il passaggio delle consegne dalla Destra alla Sinistra storica del 1876, dove il contributo dell’elettorato meridionale fu decisivo. Comparve la tesi che il Sud – luogo di raccolta di tutte le arretratezze della penisola – facesse problema per il mantenimento dello stato unitario, proprio perché la sua diversità sembrava d’ostacolo a un convinto progresso. In questo quadro, proprio la presa d’atto che il processo unitario aveva i suoi limiti e doveva essere rafforzato da una convinta linea di governo anziché procedere dalla libera partecipazione, portò a recuperare l’opera di Cuoco, che sembrava suggerire come il prepotente richiamo all’unità anche etnica della nazione fosse uno strumento utile ad assicurare la nazionalizzazione della società italiana. In breve: l’opera di Micali accompagnò gli sviluppi della nazionalità lungo tutta la stagione risorgimentale, quella di Cuoco divenne invece la base d’appoggio per un uso predatorio dell’Ottocento politico in chiave nazionalista. Se usiamo questo criterio il confronto tra le fortune di un’opera come dell’altra tra XIX e XX secolo consente di misurare come, quando e perché il processo di nazionalizzazione della penisola prendesse preoccupanti tratti aggressivi per sfociare nel nazionalismo del primo Novecento. E ancora: sempre lungo questa direttrice, qualora si ponga mente al fatto che il fascismo si voleva movimento a conclusione in positivo del Risorgimento, non stupisce che nel corso del ventennio si facesse un uso parimenti predatorio di entrambe le proposte: da Cuoco il regime trasse l’idea dell’unità etnica della nazione e dell’opera pedagogica che il potere politico dovesse sviluppare nei confronti di una società ancora priva di una sua compiuta uniformità, da Micali trasse l’idea che gli italiani discendessero da popoli stanziati nella penisola sin dai tempi primordiali che la fusione sotto l’impero di Roma avrebbe da quel momento reso impermeabili a ogni successiva contaminazione sopraggiunta dall’esterno.

Quale rilevanza assume questo aspetto della storia culturale dell’Italia per individuare le radici della drammatica involuzione che ha successivamente caratterizzato il movimento nazionale?
Credo che da quanto ho detto finora sia chiara la mia proposta: i due testi che ho preso in esame e posto a confronto hanno avuto fortune alterne, prima nel corso della stagione risorgimentale e poi nella storia dell’Italia unita. Questo è normale, perché – non sia banale sottolinearlo – ogni testo acquisisce nuovo valore (o lo perde anche del tutto) sulla base dello sguardo che i posteri, sempre portati a una lettura interessata, gli rivolgono. La discesa nei meandri delle differenti letture dei due testi nel corso del tempo, delle loro fortune come delle loro sfortune, del ripetuto accenno come dell’oblio, costituisce un lavoro per certi versi monotono e sempre faticoso che tuttavia offre una chiave di lettura delle ragioni che un tale procedimento sottendono. Nella fattispecie, per la via cui ho appena fatto cenno, mi sembrava possibile cogliere il punto di dove, quando e come il movimento nazionale conobbe una drammatica involuzione in chiave autoritaria: schematizzando, non è difficile scorgerlo nel quadro della riscoperta del mito di Roma alla fine del XIX secolo, un ritorno al valore unificante della conquista romana che in precedenza tanto Cuoco come Micali avevano avversato al punto da inoculare questa loro pregiudiziale in buona parte della cultura politica risorgimentale. Il ritorno al valore di Roma antica – di cui fanno prova sul finire del secolo le fortune disciplinari e accademiche della storia – testimonia come la classe dirigente liberale, in difficoltà a fronte della sfida di parte democratica, cattolica e poi pure socialista, avvertisse la fragilità della costruzione statuale e puntasse a modelli uniformatori calati dall’alto che in qualche modo rilanciassero la nazionalizzazione. Non sia inutile dire che questa impostazione – appunto perché calata dall’alto nel quadro di uno stato accentrato – avrebbe trascinato con sé una forte diffidenza verso il mito delle piccole patrie su cui era invece venuta costruendosi l’unità italiana. In breve: la svolta di fine secolo XIX costituisce un punto di non ritorno nella storia della nazionalità in Italia e lo studio delle fortune come delle sfortune delle opere di Cuoco e Micali soprattutto questo suggerisce.

Antonino De Francesco, è professore ordinario di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Milano. È specialista degli anni napoleonici e del primo Ottocento e guarda con interesse alla storia del Mezzogiorno. Tra i suoi lavori: L’Italia di Bonaparte (Torino 2011), La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale (Milano 2012), The Antiquity of the Italian Nation (Oxford 2013), qui presentato in lingua italiana, nonché La guerre des deux cent ans. Une histoire des histoires de la Révolution française (Paris 2018), trad. it. Tutti i volti di Marianna. Una storia delle storie della rivoluzione francese (Roma 2019).

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link