Prof. Stefano Luconi, Lei è autore del libro L’anima nera degli Stati Uniti. Quattrocento anni di presenza afro-americana edito da CLEUP: quale importanza rivestono, nella storia statunitense, le vicende dei neri?
L'anima nera degli Stati Uniti. Quattrocento anni di presenza afro-americana, Stefano LuconiL’esperienza degli afro-americani è fondamentale per comprendere la storia degli Stati Uniti. Da un lato, i neri sono stati la minoranza più numerosa dal periodo coloniale fino alla rilevazione del censimento del 2010, quando sono stati sopravanzati dagli ispanici, e ancora oggi rappresentano circa il 13% della popolazione. Dall’altro, il loro trattamento si configura come una sorta di cartina di tornasole per valutare in quale misura gli Stati Uniti si siano dimostrati all’altezza di quegli ideali di eguaglianza e libertà e abbiano rispettato quei diritti alla vita e al perseguimento della felicità in nome dei quali, nell’ormai lontano 1776, rivendicarono la legittimità della loro costituzione in nazione sovrana. Proprio la lotta degli afro-americani per la loro emancipazione – superando la schiavitù, la segregazione e, ancorché solo in parte, la discriminazione razziale – ha contribuito a ridimensionare progressivamente lo iato tra gli ideali posti a fondamento del modello statunitense e l’effettiva attuazione di questi principi nella società americana.

Quando giunsero i primi africani in America del Nord?
Il 31 agosto 1619 John Rolfe – uno dei coloni del primo insediamento inglese permanente in America del Nord, Jamestown, noto soprattutto per aver sposato l’indigena Pocahontas – registrò lo sbarco di venti angolani che il capitano di una nave olandese di passaggio utilizzò come pagamento in natura per viveri e riparazioni per la sua imbarcazione. L’annotazione di Rolfe costituisce la prima traccia documentaria della presenza di africani in America settentrionale, anche se è possibile che in precedenza ne fossero sbarcati altri di cui non è rimasta memoria. In ogni caso, il dato più significativo in prospettiva storica è che, poiché Jamestown era stata fondata nel 1607, l’arrivo degli africani coincise quasi con l’inizio della colonizzazione inglese.

Come si sviluppò la schiavitù negli Stati Uniti?
L’introduzione formale della schiavitù precorse la nascita degli Stati Uniti. Nell’America coloniale britannica, i primi africani non furono considerati schiavi, bensì indentured servants con un periodo di servaggio più esteso degli europei. L’espressione (letteralmente “servi a contratto”) si riferiva alla condizione giuridica degli europei che, non potendo pagare in denaro il costo del viaggio nel Nuovo Mondo, risarcivano chi sosteneva le loro spese di trasporto con un periodo di lavoro non retribuito di alcuni anni (in genere tra i tre e i cinque per gli uomini e fino a sette per le donne). Pertanto, all’inizio della loro presenza in America del Nord, dopo un certo lasso di tempo, gli africani recuperavano la libertà. Almeno uno di loro, un angolano ribattezzato Anthony Johnson, condotto in Virginia attorno al 1621, non solo fu affrancato, ma riuscì pure a diventare proprietario di 250 acri di terra e, a sua volta, di schiavi. In poco tempo, però, il limbo giuridico della condizione di indentured servants venne meno per gli africani e le colonie dell’America settentrionale istituirono formalmente la schiavitù. La prima fu il Massachusetts nel 1641. La Virginia attese fino al 1661. L’ultima fu la Georgia nel 1750. Un altro sviluppo importante fu la norma, entrata per la prima volta negli ordinamenti della Virginia nel 1662, per la quale la prole ereditava la condizione giuridica della madre. La disposizione consentiva un aumento costante del numero degli schiavi in base all’incremento naturale della popolazione perché i figli delle schiave sarebbero stati schiavi anch’essi. La ragione principale dell’introduzione della schiavitù fu la volontà di assicurarsi una manodopera stabile, non soggetta al periodico affrancamento degli indentured servants, quale solo la servitù a vita poteva garantire. A questo motivo si aggiunsero sia il timore dei bianchi di sapere che persone “diverse” per il colore della pelle godevano degli stessi diritti degli europei, compreso quello di portare le armi, sia la paura dei maggiorenti delle colonie che il loro potere venisse messo a repentaglio da coalizioni composte da bianchi poveri e africani affrancati. Dopo che gli Stati Uniti si costituirono in nazione sovrana, gli Stati settentrionali procedettero a una graduale abolizione della schiavitù perché questa istituzione non era fondamentale per la loro economia. Invece, quelli del Sud la mantennero perché la manodopera schiava era considerata indispensabile per l’agricoltura di piantagione. L’espansione continentale degli Stati Uniti verso il Pacifico provocò un acceso contrasto tra chi voleva che la schiavitù fosse legale nelle regioni che entravano progressivamente a fare parte dell’Unione e chi si opponeva a questo sviluppo. La diatriba fu tenuta a freno da una serie di compromessi escogitati dal Congresso tra il 1820 e il 1854 per cercare di bilanciare il numero dei nuovi Stati schiavisti e di quelli dove la schiavitù era messa al bando, ma alla distanza contribuì ad accentuare quel contrasto sezionale tra Nord e Sud che nel 1861 sfociò nella guerra civile.

Quale posizione mantenne la comunità afro-americana durante la guerra civile?
Occorre distinguere tra gli afro-americani che risiedevano nell’Unione, prevalentemente come persone libere (solo quattro Stati schiavisti non avevano aderito alla secessione), e quelli che vivevano nella Confederazione, in larghissima misura in condizione di schiavitù. Allo scoppio delle ostilità, il presidente Abraham Lincoln dichiarò ripetutamente che l’unico scopo del conflitto era il ripristino dell’integrità territoriale degli Stati Uniti, mettendo fine a quella che definiva la “ribellione” degli Stati secessionisti del Sud. Pertanto, gli afro-americani del Nord si mobilitarono affinché l’amministrazione Lincoln inserisse l’abolizione della schiavitù tra gli obiettivi bellici dell’Unione. Abolizionisti neri come Frederick Douglass non fecero mancare le proprie critiche a Lincoln per la sua indifferenza alla sorte degli schiavi, pur incitando gli afro-americani ad arruolarsi volontari nelle forze armate dell’Unione, sia per dimostrare la loro dedizione alla causa del proprio governo, sia per trasformare la guerra civile in una guerra per l’affrancamento di “fratelli” e “sorelle” tenuti sotto il giogo dei confederati. Invece, gli schiavi afro-americani del Sud pensarono subito che la guerra civile fosse quello che Lincoln sosteneva che non era: un conflitto per liberarli dalle loro catene. Così, tentavano di scappare per passare la linea del fronte all’avvicinarsi delle truppe nordiste, illudendosi in tal modo di conquistare la libertà (l’affrancamento degli schiavi fuggiaschi dal Sud fu riconosciuto solo nel 1862: in precedenza furono considerati “bottino di guerra” – e, quindi, schiavi – dell’Unione), fornivano ai nordisti informazioni sulla dislocazione dei reparti sudisti o sulla configurazione del terreno dove i soldati si preparavano a ingaggiare battaglia e, in generale, provarono a sabotare dall’interno lo sforzo bellico della Confederazione, rallentando i ritmi di lavoro in misura superiore a quanto erano stati soliti fare in tempo di pace.

Come si sviluppò negli USA il sistema della segregazione razziale?
Con le cosiddette leggi di Jim Crow gli Stati del Sud imposero la separazione fisica tra bianchi e neri nella vita quotidiana, proibendo matrimoni e rapporti sessuali tra persone di razze diverse e vietando agli afro-americani di usare gli stessi trasporti, ospedali, scuole, luoghi pubblici e perfino aree di sepoltura nei cimiteri che erano riservati ai bianchi. Questo sistema fu anticipato dai black codes (i codici per i neri), varati nel biennio 1865-66, subito dopo l’abolizione della schiavitù alla fine della guerra civile, ma decaduti con la promulgazione del Civil Rights Act del 1866, l’occupazione militare del territorio della disciolta Confederazione e l’entrata in vigore del XIV emendamento della Costituzione nel 1868. La normativa segregazionista fu reintrodotta in seguito al ritiro delle truppe di occupazione, completato nel 1877. Il suo ripristino ebbe una forte accelerazione nell’ultimo quindicennio dell’Ottocento, quando si accompagnò a provvedimenti per privare legalmente i neri del diritto di voto, garantito agli afro-americani dal XV emendamento del 1870. Per esempio, requisiti di censo e di alfabetismo nonché il superamento di prove di cultura generale e di conoscenza dell’ordinamento legislativo vigente per poter esercitare il suffragio penalizzarono deliberatamente gli elettori neri, aggirando in modo surrettizio il XV emendamento perché formalmente gli afro-americani non erano banditi dalle urne per la loro identità razziale. Alla fine del XIX secolo, negli Stati del Sud, l’egemonia del partito democratico, espressione dei grandi latifondisti, fu sfidatA da una coalizione trasversale tra piccoli proprietari terrieri bianchi, raccolti nel partito populista, e afro-americani, schierati con il partito repubblicano. Separare i bianchi dai neri nella vita di ogni giorno e impedire ai secondi di votare tarparparono le ali a questa alleanza e assicurarono al partito democratico il monopolio del potere politico degli Stati del Sud. La Corte Suprema sancì la costituzionalità delle leggi di Jim Crow. In particolare, con la sentenza Plessy v. Ferguson del 1896 stabilì la dottrina del “separati ma eguali” che conciliava la segregazione razziale con la parità dei diritti tra i cittadini statunitensi, prevista dal XIV emendamento: la separazione nei trasporti era costituzionale, a condizione che la qualità del servizio offerto ai viaggiatori fosse analoga per bianchi e neri. Il verdetto Cummings v. Board of Education del 1899 estese questo principio all’istruzione pubblica. La decisione sul caso Williams v. Mississippi del 1898 legittimò le norme sull’accesso al voto perché in teoria erano applicabili anche ai bianchi e, quindi, non contrastavano con il XV emendamento.

Quali vicende segnarono il processo di integrazione e le lotte del movimento per i diritti civili?
Non presenterei la lotta per i diritti civili come un qualcosa a sé stante rispetto a quella per i diritti politici. I due tipi di rivendicazioni furono sempre strettamente intrecciati nelle richieste di integrazione razziale e risultano, dunque, inscindibili. Per limitarsi a un esempio, nel discorso pronunciato il 28 agosto 1963, al termine della marcia a Washington per domandare una legge sui diritti civili, Martin Luther King Jr. sollevò anche la questione dei diritti politici perché affermò che “Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare”. L’integrazione fu l’esito dell’interazione di due iniziative: una dal basso, scaturita dalla mobilitazione degli afro-americani e delle loro organizzazioni; l’altra dall’alto, originata dell’intervento delle istituzioni federali. L’attivismo dei neri, le cui prime manifestazioni avevano coinciso con il consolidamento della segregazione alla fine dell’Ottocento, ebbe un’accelerazione nel secondo dopoguerra, quando il contributo dei neri alla vittoria militare contro il nazi-fascismo li motivò a rivendicare il godimento in patria di quella stessa libertà che avevano esportato all’estero, mettendo a rischio la propria vita. Culminò poi nel decennio compreso tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta. Nel 1954 la sentenza della Corte Suprema nella causa Brown v. Board of Education of Topeka, intentata da un’associazione per i diritti civili, non solo sancì l’integrazione delle scuole pubbliche, ma galvanizzò anche il movimento afro-americano, sicuro ora di trovare ascolto nel massimo tribunale federale. I neri intensificarono, quindi, il loro impegno per ottenere la completa parità con i bianchi nel campo dei diritti civili e politici. Su questo terreno si distinse soprattutto King che comprese come la violazione deliberata, in modo massiccio ma pacifico, delle leggi segregazioniste e la prevedibile reazione violenta dei razzisti del Sud avrebbero creato un clima d’opinione favorevole alle rivendicazioni dei neri e una situazione insostenibile per le altre istituzioni federali – il Congresso e la presidenza – che, a differenza della Corte Suprema, continuavano a dimostrarsi poco empatiche verso le richieste degli afro-americani. La sua strategia – che, non di rado, mirava deliberatamente a provocare la violenza da parte dei segregazionisti come strumento per far avanzare la causa dell’integrazione – ebbe successo e portò alla promulgazione del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che – rispettivamente nel 1964 e nel 1965 – assicurarono agli afro-americani la pienezza dei diritti civili e politici.

Come si giunse alla radicalizzazione della protesta afro-americana e all’ascesa del Black Power?
Il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965 furono considerati alla stregua di una beffa dal proletariato e dal sottoproletariato nero delle grandi città poste al di fuori del Sud. In tali metropoli i neri subivano discriminazioni e marginalità sociale da decenni a causa dell’atteggiamento quotidiano dei bianchi, senza che tali comportamenti fossero imposti da leggi statali come era invece avvenuto nel Sud. Questi afro-americani erano convinti che il razzismo fosse così compenetrato negli Stati Uniti che, per sradicarlo, non sarebbe stata sufficiente la firma del presidente Lyndon B. Johnson sotto i due provvedimenti legislativi del 1964 e del 1965. In base al pregresso vissuto sulla propria pelle, all’eguaglianza giuridica non sarebbe corrisposta una parità effettiva nella vita quotidiana. La radicalizzazione fu non solo lo sfogo delle frustrazioni inappagate, ma anche la conseguenza di questa valutazione. I neri provocarono velleitarie rivolte nei ghetti per sfiducia nelle istituzioni democratiche del proprio Paese che li vedevano largamente sottorappresentati anche negli Stati dove in passato avevano potuto liberamente votare. Abiurarono il cristianesimo, a cui imputavano una storica connivenza con lo schiavismo, il segregazionismo e la discriminazione razziale, convertendosi al culto mussulmano eterodosso della Nation of Islam, che predicava che Dio era nero, che aveva creato solo individui di colore e che i bianchi erano entità demoniache. Aderirono alle organizzazioni della composita galassia del Black Power, che rivendicava la separazione razziale (al punto da proporre la formazione di una regione per i soli afro-americani nel Sud) come scelta volontaria dei neri, anziché come imposizione dei bianchi, come unica alternativa praticabile di fronte al razzismo imperante nella società americana.

Quali prospettive, a Suo avviso, per la questione razziale negli USA?
Dopo che l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca nel 2008 aveva indotto alcuni commentatori un po’ frettolosi a ritenere chiusa la questione razziale, quest’ultima è tornata in primo piano negli anni successivi. Da un lato, in ragione dell’ascendenza africana del presidente, l’opposizione alle politiche di Obama è stata spesso declinata in termini razzisti. Basterebbe ricordare le caricature che raffiguravano Obama nelle vesti di uno stregone africano, per stigmatizzare il presunto crollo del livello della qualità delle cure mediche qualora fosse stata approvata la sua proposta, durante il dibattito sulla riforma sanitaria del 2010. Dall’altro lato, il palese rifiuto del presidente Donald Trump di prendere le distanze dalle organizzazioni dei suprematisti bianchi, un atteggiamento che lo ha ancora contraddistinto nel dibattito che lo ha opposto a Joe Biden lo scorso 29 settembre, ha finito per legittimare le posizioni apertamente razziste di alcuni gruppi estremisti. Le tensioni razziali negli Stati Uniti hanno un fondamento essenzialmente economico, basato sulla sperequazione delle minoranze nella distribuzione della ricchezza, ultimo retaggio dello sfruttamento degli schiavi africani per assicurare benessere e agiatezza ai bianchi. Tutti gli indicatori, a partire dal reddito medio e dal tasso di disoccupazione, attestano il divario che tuttora persiste tra America bianca e America nera a scapito di quest’ultima, condizionando in modo negativo la qualità e la durata della vita degli afro-americani. Per questa ragione, è velleitario e forse persino forviante illudersi di poter superare la questione razziale con operazioni di natura culturale in nome del politically correct, come censurare Le avventure di Huckleberry Finn perché, pubblicato nel 1884, riflette i pregiudizi razzisti dell’epoca oppure cancellare marchi di prodotti alimentari quali Aunt Jemima e Uncle Ben poiché attingono a stereotipi razziali nelle immagini commerciali. Solo una più equa distribuzione della ricchezza tra bianchi e neri potrà assicurare la parità tra questi due gruppi e porre fine alla questione razziale.

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