“L’amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico: cronaca, tribunali, politiche” a cura di Pina Lalli

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Prof.ssa Pina Lalli, Lei ha curato l’edizione del libro L’amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico: cronaca, tribunali, politiche edito dal Mulino: cosa sono davvero i femminicidi?
L'amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico: cronaca, tribunali, politiche, Pina LalliLa nostra ricerca fornisce due tipi di risposte a questa domanda apparentemente semplice. Per comprendere meglio, facciamo un piccolo passo indietro.

Il termine femminicidio fu utilizzato in contesto internazionale da Diana Russel di fronte ad un Tribunale internazionale a Bruxelles: si voleva evidenziare il fatto che esiste un tipo particolare di crimine che riguarda l’uccisione di una donna in quanto donna. Il tema fu ripreso e dibattuto da molti movimenti femminili, ad esempio distinguendo tra femminicidio e femicidio, con accezioni diverse, specie a seguito della rielaborazione che ne fece Marcela Lagarde con i gruppi femminili latino-americani. Si distingue, ad esempio, la vera e propria uccisione dalla serie di violenze (non solo fisiche) che può subire una donna, sino a sfociare nel femicidio come atto estremo di toglierle la vita.

Ora, senza entrare qui in ulteriori dettagli, la nostra ricerca parte dalla constatazione che il termine femminicidio sia quello che in Italia si è affermato di più sul piano della visibilità pubblica, cioè nei media e nel discorso dell’autorità pubblica (si pensi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio).

Che cosa possiamo farvi rientrare? Tutti gli omicidi femminili compiuti per mano maschile? Cosa vuol dire «uccidere una donna in quanto donna»?

Una proposta con obiettivo statistico-operativo è suggerita nel volume da Lorenzo Todesco al fine di individuare elementi potenzialmente misurabili-rilevabili. Oltre al sesso (anagrafico) di assassino e vittima, si considerano due caratteristiche peculiari del femminicidio: la relazione vittima-assassino e il movente. Il primo aspetto riguarda la netta preponderanza, nel caso di vittime donne, della prossimità familiare. Il secondo porta ad escludere i casi imputabili a ragioni di carattere strumentale-economico (ad esempio l’eredità, o per rubare soldi alla mamma, et similia) o situazioni legate a situazioni di malattia o invalidità. Sarebbero dunque «femminicidi» solo quelli compiuti da assassini uomini legati alla vittima e «scaturiti dai seguenti moventi: prostituzione, passionali, affidamento figli, questioni di onore, molestie alle donne, omicidi a sfondo sessuale».

L’altra ipotesi seguita dal nostro lavoro è invece di tipo fenomenologico e volta a comprendere che cosa raccontano i vari discorsi pubblici (incluso quello statistico) e cosa essi implicano quando una donna viene uccisa. Siamo partite da statistiche nazionali che finalmente – grazie ai movimenti femminili – oggi forniscono informazione sul sesso (anagrafico) della vittima e da tutte le notizie che riuscivamo a trovare su vari tipi di media, anche locali, su omicidi volontari che avessero come vittima una donna nell’arco di un triennio (2015, 2016, 2017). In primo luogo abbiamo separato quelli (pochissimi) compiuti per mano femminile. Abbiamo quindi provato a verificare quali specificità avessero questi omicidi rispetto a quelli maschili. Certamente anche qui il primo aspetto riguarda la prevalenza, nel caso di vittime donne, del tipo di relazione con l’assassino: la dimensione di prossimità di tali omicidi non lascia dubbi (e molta letteratura internazionale lo conferma). A differenza di quanto accade negli omicidi maschili, nel triennio considerato più della metà delle donne è uccisa da partner, amante occasionale o ex partner; superiamo il 60% se vi aggiungiamo anche le lavoratrici del sesso uccise da uomini che si rivolgono alle loro prestazioni. Un’altra percentuale importante è uccisa da altro familiare (padre, figlio, fratello, nipote, genero…). Abbiamo dunque oltre due terzi dei casi in ambito domestico o sessuale.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, le cose si complicano quando si considera il contesto in cui è maturato il movente: ci si trova di fronte a letture interpretative che possono ampliare la considerazione del femminicidio se si presta attenzione ai possibili intrecci fra le aspettative sociali di genere ed altre caratteristiche di disuguaglianza, non agevolmente districabili le une dalle altre. Un esempio fra gli altri: l’anziano che uccide la propria la moglie invalida «perché non ce la fa più» (e i casi sono, purtroppo, numerosi) o il sofferente psichico che uccide la familiare donna possono a loro volta indicare una motivazione sociale del gesto che rimane di tipo sessista, poiché nasconde sia i difetti del nostro welfare state (che tanto deve alle donne care givers) sia i modelli di socializzazione di genere ancora prevalenti che tendono a costruire aspettative di care giving prevalentemente femminile, per di più svalutando o comunque sottovalutandone il ruolo.

Si trova pertanto nel volume una «mappa di orientamento» in cui riportiamo i diversi tipi di omicidio femminile rilevati nel nostro database, in cui si suggeriscono collegamenti e intrecci possibili circa il crimine femminicidio distinguibili in parte o in toto da altri tipi di omicidio.

Inoltre, se il termine femminicidio aveva una valenza in primo luogo politica per segnalare e contrastare il permanere di disuguaglianze di genere molto marcate, sarebbe riduttivo finire per considerare solo omicidi di donne per ragioni che gli assassini e alcuni media o qualche tribunale rappresentano come sentimentali-passionali.

È plausibile che ancora oggi si uccida la propria compagna per amore o per gelosia?
Purtroppo la cronaca – e talora anche le sentenze – riportano tali parole addotte come movente il più delle volte dallo stesso assassino. Come scrivo nel libro, a me sorge spontanea la domanda: riteniamo forse plausibile o socialmente comprensibile che si adduca come movente l’invidia o la gelosia verso i più ricchi da parte di chi si renda colpevole di furto? Basta con la favola del delitto d’onore! Non osiamo più chiamarlo così da quando nel 1981 abbiamo abolito la legge che ne indicava le attenuanti ma, di fatto, rischiamo di continuare a riferirci a quel tipo di orizzonte ogniqualvolta ci serviamo di qualche etichetta che rinvia a un presunto amore «malato» di eccessiva gelosia o depressione. Non a caso il nostro volume ha scelto il titolo «l’amore non uccide». Lo si tira in ballo solo nel racconto che ce ne facciamo, alimentando i pregiudizi e le asimmetrie di genere secondo cui gli uomini perderebbero il lume della ragione «a causa» di una donna. Inoltre, visto che esistono anche tanti luoghi comuni sulla proverbiale gelosia femminile, dovremmo allora chiederci come mai non ci siano altrettanti omicidi di compagni uccisi da mogli colte da parossistica gelosia. Le statistiche lo dicono con chiarezza, in Italia come nel resto del mondo: la mano che uccide partner ed ex partner è il più delle volte maschile. Cosa c’entrano dunque amore e gelosia? Le donne forse non amano? (e, detto per inciso, capita spesso che quando una donna uccide il compagno ciò accada anche per difesa a seguito di maltrattamenti ed abusi subìti).

Quali caratteristiche hanno le donne uccise e i loro assassini?
Non riesco a riassumere tutti i vari aspetti emersi nella ricerca, ma in grande sintesi possiamo dire che le vittime sono solo in minima parte giovanissime, tendono ad essere più presenti nell’arco dai 40 ai 60 anni, ed elevato è, purtroppo, anche il numero sinora sottovalutato delle donne anziane. Il tasso di donne straniere, sebbene di difficile calcolo perché riferibile solo ai numeri delle residenti fornito dalle statistiche ufficiali, è superiore a quello delle vittime italiane, e seppure lo stesso valga per il tasso di assassini stranieri, va precisato che gli uomini italiani uccidono sia straniere sia italiane in misura percentuale maggiore di quanto facciano gli stranieri. I dati sull’estrazione sociale sono di difficile rilevazione, ma nei casi in cui siamo riusciti a ricostruirne indicatori affidabili, vediamo che il femminicidio tende ad attraversare ed essere presente in tutte le classi sociali, pur risultando più numeroso in fasce del resto più ampie nella stessa popolazione di ceto medio-basso, se non di marginalità sociale, indicando caratteristiche che le studiose hanno indicato nei termini di «intersezionalità», quando cioè più fattori di contesto si intrecciano con le disuguaglianze di genere. Altri dati sono nel volume e presto pubblicati anche con aggiornamenti ad anni successivi nel sito del nostro Osservatorio di ricerca sul femminicidio. (linkato a: https://site.unibo.it/osservatorio-femminicidio/it)

Come mai diminuiscono gli omicidi in generale ma i femminicidi rimangono per lo più costanti?
È probabile che se le istituzioni sociali in occidente siano riuscite a realizzare cambiamenti e adottare politiche di contrasto di alcuni fattori prevalenti negli omicidi maschili (ad es.: criminalità organizzata), non siano invece riuscite a fare altrettanto, almeno fino ad oggi, per contrastare i fattori – culturali, sociali ed economici – che portano all’omicidio femminile. È come se ci fosse stata una gerarchia dei problemi: considerando che erano più numerose le vittime maschili si sia investito solo sulle caratteristiche di questo tipo di crimine, tralasciando il tasso assurdamente costante negli anni di donne uccise, per lo più, in ambiente domestico. Quasi fosse una «tassa» quasi-naturale che pesava sulle donne in modo ritenuto indipendente da variabili sociali. In una prospettiva di cambiamento, risulta dunque importante la visibilità pubblica del fenomeno e la valenza «politica» della parola femminicidio: porre all’attenzione della nostra coscienza civica l’esistenza di un problema, che poco o nulla ha di privato ma merita comprensione pubblica e risorse d’investimento collettive.

In che modo i giornali raccontano i femminicidi?
In primo luogo evidenziamo come sia positivamente aumentata la visibilità nella cronaca giornalistica, soprattutto nella versione online delle testate nazionali. Certo, non tutti con lo stesso peso in termini di presenza/assenza o di numero di articoli; i meno notiziati riguardano quelle che i giornali – come purtroppo anche altri – tendono a considerare drammi individuali di solitudine invece di collegarli all’esito di diseguali aspettative sociali di genere: l’uccisione di donne anziane. I più notiziati sono invece quelli che si prestano alla cosiddetta «settimanalizzazione» in ragione della presenza di un giallo da disvelare o perché contengono argomenti scabrosi: ad esempio, tutti i femminicidi compiuti da amanti occasionali sono notiziati in cronache nazionali, a differenza di quanto avviene per quelli compiti da partner ed ex partner. Del resto, è comprensibile che prevalgano le regole routinarie della cronaca nera e di quei casi in cui la spettacolarizzazione risulti più agevole.

Per quanto riguarda l’articolazione del racconto, si tende a privilegiare la doppia cornice dell’amore «malato» e della perdita di controllo, tendendo a individualizzare e quindi ad esaltare tratti psicologizzanti, ipotizzando di rispondere in tal modo alle attese di un pubblico di lettori fra i quali sia predominante il pregiudizio che si tratti, appunto, di casi patologici individuali che poco o nulla hanno a che fare con problemi sociali e culturali. In particolare nella cronaca locale emerge una cornice narrativa che sottolinea la dimensione della «prossimità» – di luoghi, di persone, di domesticità e solidarietà o «giustizialismo» locale – rispetto all’evocazione di tratti che rimandino ad una responsabilità derivante da contesti di violenza di genere.

In generale, ci sono tuttavia interessanti spunti di cambiamento. Ad esempio l’evocazione di precedenti storie di maltrattamenti, attraverso l’uso pur ambivalente dei casi di denuncia o mancata denuncia, che comunque aiuta ad agganciare il singolo episodio ad una storia di violenza maschile; oppure l’attenzione a rispettare alcune delle linee guida del cosiddetto Manifesto di Venezia del 2017 che invita ad evitare la parola «raptus» o ad utilizzare il termine femminicidio; o anche la possibilità di dare diritto di parola non più solo al carnefice ma anche alla donna altrimenti ridotta al silenzio perché uccisa, grazie ad un utilizzo dei social media, sebbene esso sia ancora non regolamentato e talvolta spettacolarizzato.

Qual è la dimensione del femminicidio nel discorso giudiziario?
Premesso che nel nostro ordinamento penale non esiste una forma di crimine specifico, l’analisi di 370 sentenze lungo un periodo di 10 anni relative a processi con uomini imputati di omicidio volontario di una donna, vediamo che per circa due terzi avvengono in ambito domestico-familiare e nel 25% dei casi coinvolgono una vittima straniera, mentre lievemente inferiore al 25% è la percentuale di imputati stranieri. Si è cercato di verificare il modo in cui le diverse narrazioni reperite nelle sentenze si confrontino con stereotipi sociali di genere, come ad esempio quando in difesa si evocano passioni e gelosie supponendo possano «spiegare» moventi che giustificherebbero attenuanti. L’arena giudiziaria rivela, in effetti, le tracce della «contaminazione di rappresentazioni» che attraversano oggi il dibattito pubblico sul femminicidio, soprattutto in relazione ai moventi e ai contesti di relazione in cui esso accade. Proprio grazie al rigore del linguaggio giuridico e alle sue caratteristiche normative si notano indizi della battaglia simbolica in atto circa la definizione sociale della violenza estrema sulle donne: in gioco, di nuovo, è la dimensione emotivo-sentimentale in cui alcuni tendono a volerla ridurre, il più delle volte in modo implicito o ambivalente.

Come dicevo prima, fino a che non comprendiamo se e come andare oltre la soglia immaginaria fra movente che consideriamo «strumentale» – imputato a qualcuno che uccide perché persegue un fine di solito economico – e ciò che invece sarebbe motivato da passioni «umane» destoricizzate, imputate ad individui che ne avrebbero una versione «patologica» (una patologia che chissà come mai colpirebbe più gli uomini) a correre sotterraneo resta sempre il peso differente dei luoghi comuni che regolano le aspettative sociali di genere verso gli uomini e le donne. Facendo così gravare sulle donne quella «tassa» violenta e purtroppo costante di uccisioni per mano maschile: più che riguardare l’amore esse rinviano forse all’ideale estremo del possesso, caposaldo immaginario, del resto, di ogni movente detto «economico-strumentale».

È possibile fermare il femminicidio? Quale ruolo possono avere le campagne sociali contro la violenza maschile sulle donne?
Vorrei proprio sperare di sì! Certo, il percorso non è immediato e coinvolge una vera «intersezionalità» di fattori culturali, sociali, economici, politici, attraverso i quali costruiamo e regoliamo le nostre relazioni. Possono senz’altro esercitare un ruolo le politiche di welfare volte a modificare il quadro di disuguaglianze che ancora pesa sulle donne, ma contano anche le narrazioni giornalistiche, giudiziarie e, perché no, le campagne di pubblicità sociale che contribuiscono a rendere visibile il problema e a mantenere alta l’attenzione, con possibili effetti di facilitazione del cambiamento. Nel capitolo ad esse dedicato Saveria Capecchi mostra come le stesse campagne né sfuggano né siano inefficaci per contrastare i rischi dei luoghi comuni. Come spesso accade nel linguaggio pubblicitario, il gioco delle semplificazioni e degli spunti creativi permette di osservare i tratti cruciali di una battaglia simbolica con fasi alterne: dal pericolo normativo di colpevolizzare la vittima che non reagisce «come dovrebbe», al tentativo di rivolgersi direttamente agli uomini, sino ad un più esplicito richiamo all’impegno delle istituzioni e al punto di vista femminile circa le tattiche e le strategie migliori.

Pina Lalli insegna Sociologia della comunicazione all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: Guerre e media (2003), Spazi comunicativi contemporanei (con M. Morcellini e R. Stella, 2008), Per un’etica dell’informazione e della comunicazione (con G. Gardini, 2009).

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