L'alleato naturale. I rapporti tra Italia e Germania Occidentale dopo la seconda guerra mondiale (1945-1955), Filippo TriolaDott. Filippo Triola, Lei è autore del libro L’alleato naturale. I rapporti tra Italia e Germania Occidentale dopo la seconda guerra mondiale (1945-1955) edito da Mondadori Università: all’indomani della seconda guerra mondiale, quale fu la posizione italiana sulla «questione tedesca»?
Nella seconda metà degli anni Quaranta le espressioni come «questione tedesca», «problema germanico», «questione germanica» e «questione della Germania» rimandavano a diversi ordini di problemi. Queste frasi alludevano, di volta in volta, alla suddivisione della Germania in quattro zone di occupazione, alle conferenze delle grandi potenze sulla Germania, alle divergenze sul futuro assetto del territorio tedesco e, dopo il 1949, alla divisione in due stati e anche alle discussioni intorno al riarmo della Repubblica Federale. Si tratta, dunque, di una formula-contenitore ricorrente, utilizzata per analizzare problemi diversi e cronologicamente distanti, anche se connessi. Al di là delle specifiche questioni contingenti, le varie espressioni alludono quasi sempre ad una Germania considerata oggetto e obiettivo delle decisioni e dei provvedimenti presi da altri paesi. Fino all’istituzione della Repubblica Federale, dunque, ciò che va chiarito nel rapporto tra l’Italia e «questione tedesca» è la posizione maturata a Roma di fronte all’occupazione della Germania e quindi l’atteggiamento mostrato dai governi italiani di fronte alla “politica tedesca” delle potenze occupanti.

Non bisogna dimenticare inoltre che la «questione tedesca» costituiva un tema particolarmente delicato per il governo italiano. L’immagine della Germania più diffusa tra la popolazione all’indomani della guerra non era quella di Goethe, ma quella legata al nazismo, all’occupazione, ai rastrellamenti, alle deportazioni, alle stragi di civili. I sentimenti antitedeschi in Italia erano molto forti. Per tali motivi, fino al 1949, gli orientamenti del governo italiano sulla «questione tedesca» furono discussi, si potrebbe dire, all’ombra, cioè con l’obiettivo di non suscitare eccessivo clamore tra l’opinione pubblica. L’Italia maturò immediatamente una precisa posizione sulla Germania, ma non aveva alcuna voce in capitolo per incidere concretamente sulle scelte delle grandi potenze, tutt’al più poteva esercitare una limitata o modesta influenza tra le potenze occidentali nel momento in cui queste ultime affrontavano il ‘dossier tedesco’. Venendo, dunque, al merito della domanda, ritengo che tra il 1945 e il 1949 l’Italia non vide di buon occhio l’occupazione della Germania e non caldeggiava la scomparsa dello spazio tedesco dall’orizzonte geopolitico europeo, come sostenevano invece ampi settori dell’élite francesi.

Quali matrici politiche ed economiche furono alla base delle relazioni bilaterali dalla fine della seconda guerra mondiale alla metà degli anni Cinquanta?
Come cerco di provare nel libro, ci furono in primo luogo matrici economiche. Per l’Italia l’occupazione della Germania si traduceva nella completa scomparsa dello spazio economico tedesco. Questo vuoto economico lasciato dalla Germania non configurava una conseguenza positiva. Anzi, per il sistema produttivo della penisola questo vuoto significava la scomparsa del più importante mercato di sbocco delle merci agroalimentari e la scomparsa del più importante mercato di approvvigionamento delle risorse energetiche (carbone) e dei prodotti finiti di medio e alto valore tecnologico (macchinari ecc.). Questi ultimi, inoltre, costituivano produzioni spesso collegate (per la realizzazione o nello scambio) con industrie italiane specializzate nella produzione di semilavorati, cioè quelle merci create come componenti destinate a far parte di prodotti complessi assemblati e prodotti in Germania, come diversi tipi di macchinari. Da questo punto di vista, le decisioni concordate dalle grandi potenze alla Conferenza di Potsdam avrebbero impedito la rinascita economica della Germania, complicando le possibilità di ripresa dell’Italia. Non si tratta di aspetti marginali, ripeto, l’andamento complessivo dell’economia italiana dipendeva dalla ripresa degli scambi economici con la Germania. Il governo italiano era quindi favorevole all’istituzione in Germania di un nuovo regime politico (democratico, ovviamente) ed economico compatibile con una ripresa di intense relazioni tra la Germania e i paesi dell’Europa occidentale. La futura Germania doveva essere inserita nello stesso sistema economico nel quale rientrava l’Italia, cioè nel sistema capitalistico. Per tale motivo Roma auspicava la minore influenza possibile dell’Unione Sovietica sull’assetto delle zone di occupazione occidentali della Germania. Non a caso dunque la ripresa delle relazioni commerciali si rivelò un assoluto successo. Nel 1953 la Germania occidentale era già il primo paese europeo fornitore dell’Italia e il secondo a livello mondiale dopo gli Stati Uniti, mentre il mercato tedesco rappresentava il primo in assoluto per le esportazioni italiane.

Sul piano politico, invece, il comune patrimonio di valori condiviso dai partiti della DC e della CDU contribuì ad avvicinare i due paesi, soprattutto quando risultò evidente che anche in Germania il partito di ispirazione cristiano-democratica rappresentava la forza politica di maggioranza relativa tra l’elettorato. Infine, ma non meno importante, le comuni posizioni anticomuniste, antifasciste, ed europeiste e la comune cultura politica cristiana avvicinarono in modo intenso i due leader di governo, De Gasperi e Adenauer, anche sul piano personale. In particolare, vorrei sottolineare che in questi anni tutta la collaborazione europeista di Roma e Bonn fu strettamente connessa al quadro geopolitico della guerra fredda e alla forte volontà di contrastare il comunismo sul piano interno ed internazionale. I progetti di integrazione europea non erano ideologicamente estranei al conflitto internazionale allora in corso, ma, anzi, erano fortemente caratterizzati in senso liberale e anticomunista (un anticomunismo spesso più o meno velato dalla formula dell’antitotalitarismo, che includeva anche l’antifascismo) e dunque in forte correlazione con il più generale confronto ideologico, politico, economico e militare in atto tra capitalismo e comunismo.

Quali peculiari condizioni geopolitiche, su cui si sarebbero fondati i rapporti tra Italia e Repubblica Federale durante il periodo della guerra fredda, presero forma decennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale?
Tutto dipendeva dalla guerra fredda. Il contesto della guerra fredda condizionò tutta la politica estera italiana e dunque anche quella tra Italia e Repubblica Federale. Il confronto in atto su scala mondiale tra i due sistemi economici, politici e sociali assunse un carattere totalizzante. L’ipotesi di uno stato tedesco equidistante tra i due blocchi rappresentava per l’Italia una pericolosa incognita. Alla luce di ciò la Germania occidentale non doveva rimanere isolata dai piani di collaborazione politica ed economica. L’integrazione europea poteva rappresentare lo strumento maggiormente efficace, in primo luogo, per ottenere il contenimento e la difesa dall’Unione Sovietica e, in secondo luogo, per scongiurare eventuali rischi derivanti da una futura nuova Germania rafforzata, ma isolata e potenzialmente orientata verso Mosca. Al di là dei diversi punti di vista sulle concrete forme di attuazione dell’integrazione, la prospettiva europeista, secondo De Gasperi, sarebbe stata indebolita da un’esclusione della Germania occidentale. La neutralizzazione della Germania non rappresentava una soluzione adatta agli interessi dell’Italia. Inoltre, una Germania Ovest alleata ai paesi dell’Europa occidentale assicurava maggiori garanzie di difesa in caso di attacco russo.

Non bisogna dimenticare infine che sul piano geopolitico gli orientamenti a favore di un risollevamento della Germania furono rinsaldati anche dalla consapevolezza della quasi totale interruzione dei tradizionali campi di tensione italo-tedeschi. La guerra fredda ridimensionò gli storici interessi conflittuali italo-tedeschi in politica estera, in particolare per quanto concerne la questione austriaca, l’influenza politica nei Balcani, il problema dell’Alto Adige e la concorrenza per la penetrazione commerciale nell’area danubiana, quest’ultima oramai sotto l’influenza sovietica. In altre parole, la guerra fredda e la divisione della Germania in due Stati bloccavano di fatto la ricomparsa della maggior parte degli storici campi di frizione italo-tedeschi.

Quando e come avvenne la ripresa delle relazioni bilaterali tra i due paesi?
Gli interessi economici, le analisi di natura geopolitica e le posizioni di De Gasperi e Sforza (ministro degli Esteri) costituiscono i tre fattori principali per inquadrare la politica tedesca dell’Italia repubblicana tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta. Si trattava di una politica sostanzialmente filotedesca che non fu esente da critiche, anche pesanti provenienti dalle fila della diplomazia italiana, ma che alla fine prevalse. L’atteggiamento filotedesco del governo italiano non passò inosservato a Bonn e dunque anche da parte tedesca ci fu una grande attenzione nei rapporti con l’Italia. La Germania occidentale sperava che il riavvicinamento italo-tedesco contribuisse a stemperare l’ostilità del governo francese, accelerando così il processo di integrazione europea della Repubblica Federale. La decisa opposizione italiana per le ipotesi di neutralizzazione della Germania non potevano che aumentare la stima di Bonn nei confronti del governo italiano.

Per i vertici del nuovo governo tedesco-occidentale la guerra fredda aveva prodotto particolari condizioni economiche e politiche di carattere strutturale che trasformavano di fatto la Repubblica Federale in un «alleato naturale» dell’Italia. Le valutazioni tedesche presupponevano l’avvenuta formazione di determinate condizioni economiche e geopolitiche di carattere strutturale che rendevano «naturale» e del tutto logico l’atteggiamento filotedesco di Roma. Per Bonn la Germania occidentale rappresentava un «alleato naturale» della nuova Italia repubblicana. In primo luogo, c’erano gli interessi commerciali: la ripresa economica tedesca rappresentava un sicuro vantaggio per l’Italia perché costituiva un fattore trainante per l’economia italiana. La guerra fredda, invece, forniva la spiegazione dell’interesse italiano per una partecipazione di Bonn alla difesa dell’Europa occidentale. In questi primi anni, a Bonn si considerava «naturale» l’appoggio alla Repubblica Federale da parte di un qualsiasi governo italiano non guidato dalle sinistre. I vertici della Germania occidentale sottovalutarono il peso specifico delle posizioni di De Gasperi e anche di Sforza nella formazione della Deutschlandpolitik italiana, per questo rimasero abbastanza spiazzati di fronte alle diverse sfumature e a volte anche di fronte alle differenti impostazioni della politica estera europea dei governi post-degasperiani, anche se si trattava, come è noto, di governi a guida democristiana.

Come accolse il nostro Paese l’istituzione della Repubblica Federale di Germania?
Si tratta di una domanda difficile. Nel caso della Germania le posizioni del governo – che come abbiamo visto furono filotedesche – non solo non rispecchiavano, com’era ovvio, le valutazioni dei partiti all’opposizione e quindi soprattutto del PCI e del PSI, ma spesso procuravano malumori tra gli stessi partiti della maggioranza, per non parlare degli umori prevalenti tra l’opinione pubblica e la società. Sceglierò come esempi un paio di casi. Nel 1949 la stampa italiana mostrò un certo scetticismo nei confronti del nuovo stato tedesco. Gli articoli pubblicati sui quotidiani liberali presentavano riserve non molto diverse da quelle mostrate dalla stampa socialista e comunista. Il 12 agosto 1949 Sandro Volta scriveva sul “Corriere della Sera” che il «concetto di democrazia aveva fatto ben poca strada in Germania dalla scomparsa di Hitler» e nello stesso periodo usciva un lungo editoriale su “La Stampa” di Luigi Salvatorelli dedicato alla nuova Germania occidentale con il titolo evocativo de «Il quarto Reich». Durante la prima visita di Adenauer in Italia nel giugno 1951 ci furono delle manifestazioni a Roma per criticare non solo la scelta del governo di riavvicinarsi solamente alla Germania occidentale ma anche per condannare la pretesa di Bonn di rappresentare l’unico stato tedesco legittimo.

Ma fu probabilmente l’appoggio del governo italiano al riarmo della Repubblica Federale a dare la stura ai dissensi che covavano da tempo nei confronti della politica tedesca italiana. L’Italia che pure aveva conosciuto, come altri paesi europei, la violenza dell’occupazione si schierava ufficialmente e in maniera netta a favore del riarmo tedesco: un gesto impensabile solo pochi anni prima, all’indomani della Liberazione dall’occupazione nazifascista. Non si trattava infatti di appoggiare il ritorno della Germania occidentale sui mercati mondiali o di sostenere la partecipazione di Bonn ai progetti di integrazione europea, questa volta il governo italiano aveva di fronte una materia molto più delicata e oggettivamente difficile da far accettare alla popolazione e infatti si trattò di una scelta politica che ebbe poco consenso. Sul piano politico, l’opposizione e parte dei partiti della maggioranza criticarono la scelta dell’esecutivo, sul piano sociale la stampa (di partito e non) e le manifestazioni di piazza evidenziavano che la Stimmung del paese nei confronti della Germania occidentale era molto diversa da quella del governo.

Al momento dell’istituzione della Repubblica Federale il governo italiano aveva dunque già fatto da tempo le sue scelte sulla Germania, tutt’altra questione sarebbe capire, invece, come il nuovo stato venne accolto dalla classe lavoratrice, dalle élite industriali, dalle classi medie, se si riscontrano differenze d’opinioni riconducibili alle diverse aree geografiche del paese e quindi alle differenti esperienze di guerra vissute dall’Italia meridionale, centrale e settentrionale.

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