L’alfabeto della scienza. Da Abel a Zero assoluto 26 storie di ordinaria genialità, Giuseppe MussardoProf. Giuseppe Mussardo, Lei è autore del libro L’alfabeto della scienza. Da Abel a Zero assoluto 26 storie di ordinaria genialità edito da Dedalo. In che modo le storie contenute nel libro svelano lo spirito più autentico e genuino della scienza?
Marie Curie diceva che “Lo scienziato nel suo laboratorio non è solo un tecnico, è anche un bambino davanti a fenomeni della Natura che lo affascinano come un racconto di fate.
La scienza è, di fatto, tutta un grande racconto e molti dei suoi protagonisti non hanno niente da invidiare ai grandi personaggi della letteratura: penso a Michael Faraday, J. Robert Oppenheimer, a Erwin Schrödinger. Dietro ogni grande scienziato esiste un universo di significati più profondi, nascosti magari dietro a un linguaggio che spesso non siamo abituati a riconoscere: ed è un peccato, perché possiamo perdere quella irresistibile bellezza che c’è dietro ogni grande scoperta scientifica. Per più di due millenni, uomini e donne di rara genialità hanno dedicato la loro vita a demistificare il modo in cui funziona il nostro universo e la nostra mente, spesso rischiando la loro carriera, la loro reputazione, la loro stessa sanità mentale: Cantor inorridì quando arrivò a comprendere le leggi dell’infinito; Chandrasekhar fu deriso per decenni circa la grande scoperta — che aveva fatto nel viaggio in nave dall’India Coloniale ai college di Cambridge — su come nascono e muoiono le stelle; Ludwig Boltzmann si suicidò a Duino, piccolo villaggio di pescatori alle porte di Trieste, per l’ostracismo patito per la sua visione atomistica del mondo; Lise Meitner non ebbe mai il riconoscimento che le spettava per aver capito i segreti che racchiudono i nuclei atomici.

Vi sono discipline quali la storia o la filosofia della scienza che hanno come loro compito quello di svelare i passi compiuti nel cammino della conoscenza e nel successo del metodo scientifico. Secondo me, però, c’è un altro modo di accostarsi alla scienza, un modo se vogliamo più romantico, che è quello per cui non esiste una definizione astratta della scienza ma esistono invece gli scienziati, uomini e donne, mossi solo da una grande, enorme passione di sapere, di conoscere, di capire cose fino a quel momento sconosciute. Ricordo che in apertura del mio libro di fisica del liceo, scritto da Jay Orear, uno del gruppo di Enrico Fermi a Chicago, c’era scritto “La Fisica è quello che fanno i fisici la notte tardi”, ed è una frase che mi piace particolarmente, perché coglie in pieno lo spirito di questa bellissima avventura.

Nell’Alfabeto della Scienza ho cercato quindi di cogliere lo spirito più autentico e genuino della scienza stando dietro a personaggi di ordinaria genialità, di sconfinata passione, di brillante eccentricità: sono questi, insieme a centinaia di altri, ad averci aperto le porte alla comprensione della matematica, della fisica, della chimica, ovvero a tutte quelle leggi che regolano il grande orologio cosmico.

Il Suo libro presenta una folla incredibile di personaggi che, se pur sconosciuti ai più, hanno fatto fare all’umanità enormi passi in avanti: ce ne ricordi qualcuno tra i più significativi.
Nella storia della scienza vi sono dei grandissimi scienziati che da sempre hanno catturato l’attenzione generale, finendo per diventare figure iconiche: Isaac Newton, Albert Einstein e, in anni più recenti, Stephen Hawking o Andrew Wiles. Ma chi conosce James Maxwell? Paul Dirac, Wolfgang Pauli o Ludwig Boltzman? Francamente penso siano in pochi. Eppure sono proprio questi gli scienziati che ci hanno fatto comprendere per primi le leggi della elettricità e del magnetismo, che ci hanno fatto capire le leggi dell’elettrone e ci hanno aperto gli occhi sul fatto che la consistenza interna delle leggi della natura pretende l’esistenza dell’anti-materia, che ci hanno fatto capire il perché noi invecchiamo, ovvero perché esiste una freccia del tempo che va sempre inesorabilmente avanti e mai indietro. Rispetto ai grandissimi nomi noti a tutti, quali Fermi, Galilei o i già ricordati Newton e Einstein, l’Alfabeto della Scienza ha privilegiato invece questa folla inverosimile di scienziati sconosciuti ai più ma verso cui tutti noi abbiamo un debito immenso.

Nel libro vi sono delle figure uniche, sia per genialità che per modestia. Una di queste, per esempio, è Michael Faraday: quando il 22 settembre 1791 emise il suo primo vagito, il padre, un fabbro che lavorava in un villaggio alle porte di Londra, non potè fare a meno di pensare; ”Ecco un’altra bocca da sfamare”. Eppure, il giovane Faraday, in storia del migliore Dickens, non solo sopravvisse alla fame nera della Londra pre-industriale ma riuscì addirittura a diventare direttore della Royal Institution, il tempio della scienza inglese, avendo scoperto nel frattempo le leggi dell’elettro-chimica, quelle dell’induzione elettromagnetiche e aver ottenuto la prima liquefazione dei gas. Un vero portento.

Un’altra figura unica è quella di Lise Meitner, una donna eccezionale che non ha mai avuto il riconoscimento che meritava e che ha sofferto sulla sua pelle il fatto di essere donna e di essere ebrea, e di trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato: nata a Vienna nel 1878, è stata innanzitutto tra le primissime donne a incaponirsi nel voler frequentare l’università e, pensate un po’, ci riuscì! Brillantemente, tra l’altro, avendo come maestro il grande Ludwig Boltzmann, il padre della meccanica statistica e della termodinamica, altra grande figura tragica della fisica del primo Novecento. Secondo una leggenda, quello che nella piccola Lise avrebbe acceso la passione per la fisica fu l’osservare il gioco di colori creato da una macchia d’olio in una pozzanghera. Dopo la laurea volle a tutti costi continuare a fare ricerca in fisica e per questo andò a Berlino, all’epoca la mecca della nascente meccanica quantistica e della nuova fisica atomica. Fu accolta dal grande Max Planck, all’inizio molto scettico che una donna si occupasse di scienza. Dovette però ben presto ricredersi, perché nel corso degli anni, a fronte anche di tante umiliazioni, Lise Meitner dimostrò di essere una scienziata di primissima classe, in particolare la prima a capire come il nucleo atomico si spezzi in due e dia luogo a reazioni nucleari di energia inaudita, il fenomeno alla base della bomba atomica, un progetto a cui Lise Meitner non volle mai aderire, neanche lontanamente. Fu infatti una fervente pacifista e sulla lapida della tomba in cui riposa c’è scritto: “Lise Meitner, la scienziata che non ha mai perso l’umanità”. La Germania era stata la sua patria professionale per più di trent’anni ma a Berlino vide con orrore l’affermazione di Hitler, il drammatico crescendo delle persecuzioni razziali, le retate della Gestapo e le adunate oceaniche di camicie brune in delirio per i discorsi di un pazzo paranoico. Vide crescere sotto i suoi occhi il mostro pieno di odio che avrebbe travolto da lì a poco la storia di tutta l’umanità.

Nel mio libro colgo Lise Meitner nei giorni drammatici e disperati della sua fuga da Berlino, nel luglio del 1938, in segreto e nel terrore più totale. Ecco, a questa grandissima scienziata è sempre stato negato il Premio Nobel, che andò invece al suo storico collaboratore maschile Otto Hahn. Questo per ricordare, ancora una volta, che la scienza è un’avventura complessa che abbraccia grandi ideali ma che deve fare anche i conti con i pregiudizi del tempo e dei suoi protagonisti.

Il libro comincia dalla A di Abel: di quali teorie siamo debitori al matematico norvegese?
Niels Abel è una figura bellissima, candida e affascinante allo stesso tempo, morto prematuramente di tubercolosi in una gelida cittadina norvegese di metà dell’Ottocento, prima che i circoli matematici di mezza Europa si accorgessero di quali vette avesse scalato nel campo del sapere e di quali orizzonti avesse aperto con le sue ricerche. Teorie sorprendenti che abbracciavano allo stesso tempo diversi campi della matematica, un segno inequivocabile della loro portata, e che chiarivano aspetti importantissimi nel campo della geometria, della teoria dei numeri, delle funzioni trascendenti. Il suo eccezionale talento matematico era emerso sin da ragazzo quando, al liceo, era venuto a capo del perché equazioni algebriche di grado maggiore al quinto non ammettano soluzioni esplicite in termini di radicali, come avviene ad esempio invece con le familiari equazioni di secondo grado. Ma questo fu solo uno dei tanti risultati che costellarono la sua breve ma intensa carriera. Verso la fine dell’Ottocento, sia il grande Gauss – il principe dei matematici – che tutti quegli altri leggendari matematici associati alle Grand Ecoles francesi – i vari Cauchy, Fourier, Poisson, Legendre – erano alle prese con la comprensione delle funzioni speciali che andavano via via scoprendo, anche in relazione a concreti problemi fisici, quali la comprensione dello spettro dell’arcobaleno, i moti dei pianeti o l’oscillazione delle corde. Una classe particolare di queste funzioni è quella delle cosiddette funzioni ellittiche, dette così perché legate al calcolo della lunghezza di un’ellisse. Abel ne capì la loro profonda bellezza e ne penetrò i segreti grazie ad una sua grande intuizione geometrica. La cosa interessante è che, un problema così astratto, diciamolo pure totalmente ignoto al grande pubblico, diventa un vero e proprio giallo, un thriller ellittico, perché diede luogo ad una contesa senza precedenti nella storia della matematica circa la priorità cronologica delle scoperte in questo campo. Infatti, nello stesso periodo in cui Abel era preso dalla vertigine di queste funzioni, anche Carl Gustave Jacobi, giovanissimo matematico tedesco, ne era stato altrettanto travolto. Nella gara appassionante che ne seguì entrò di tutto, le loro particolari situazioni personali, economiche, di temperamento, scaltrezza e candore, pagine di diario e corrispondenze maliziose. E, sorprendentemente, la soluzione di questo giallo è nella lettera di protesta di un oscuro bibliotecario di Könisberg all’editore tedesco Crelle…

Nel libro emergono figure eccentriche ma pur sempre geniali, come Guillaume Le Gentil, l’astronomo francese che rischiò la pazzia pur di rincorrere i passaggi di Venere o Franco Rasetti, il fisico italiano che, per l’orrore della prima bomba atomica, abbandonò lo studio dei nuclei per dedicarsi ai trilobiti del Cambriano: quali sono le loro storie?
Quella di Guillaume Joseph Hyacinthe Jean-Baptise Le Gentil de la Galasière, astronomo dell’Academie Royal des Sciences di Parigi, è una delle storie più esilaranti del libro. Il nome completo basterebbe da solo a introdurre questo personaggio… È uno scienziato del Settecento animato da grandi sogni di gloria, di voler passare alla storia per essere stato il primo a misurare l’Unità Astronomica, la distanza che separa la Terra dal Sole. Sapere quanto è grande questa distanza va al di là dell’interesse di per sé: infatti essa è il punto di partenza per misurare la distanza degli altri pianeti, delle stelle, delle galassie che popolano l’universo. Le Gentil aveva quindi un valido motivo per passare alla storia…Questo suo sogno di gloria ha dato vita però ad un amore tragico e folle, un delirio durato più di dieci anni, una passione che nessuna guerra e nessun oceano riuscì a fermare, un dramma consumatosi tra i mari del Sud e le coste dell’India, tra l’Ile de Maurice e gli scogli del Madagascar, tra le spiagge delle Filippine e le onde dell’Oceano Indiano. Un amore impossibile, tra una dea glaciale e un uomo delicato e gentile, come il suo nome. Per attirare l’attenzione della sua amata perse la ragione e tutti i suoi averi, per lei provò anche l’oblio momentaneo della sua morte, per lei navigò per mari perigliosi e attraversò foreste tropicali. L’irraggiungibile oggetto del suo desiderio era Venere, la dea dell’amore e della bellezza, il più brillante dei pianeti.

Diversa la storia di Franco Rasetti, storico collaboratore di Enrico Fermi e suo braccio destro in tutte le grandi scoperte fatte da Fermi nel campo della fisica nucleare nella prima metà del Novecento. I due formavano veramente una strana coppia: se Fermi era piccolo e tarchiato, Rasetti era invece alto e spilungone; se per Fermi esisteva solo la fisica, per Rasetti esisteva invece la curiosità per tutte le cose del mondo, dai coleotteri alle piante, dai deserti dell’Africa ai grandi parchi naturali degli Stati Uniti; insieme però condividevano il fatto di avere una grandissima intelligenza e uno sguardo acutissimo e pieno di curiosità su tutte le questioni scientifiche. Entrambi amavano inoltre la montagna e giocare a tennis. Tra loro si stabilì un grande sodalizio scientifico e umano che si disintegrò solo con l’avvento del progetto Manhattan, il famoso progetto americano per la costruzione della bomba atomica. Non solo Rasetti rifiutò di prenderne parte, ma ebbe anche parole molto pesanti che ferirono profondamente Fermi e anche i suoi vecchi amici: “Sono rimasto talmente disgustato dalle ultime applicazioni della fisica che non ne voglio assolutamente far parte”. La sua coerenza fu tale che abbandonò del tutto anche la fisica, dedicandosi dal 1943 in poi alla botanica e alla paleontologia, in particolare allo studio dei trilobiti del Cambriano, di cui divenne immediatamente un esperto a livello mondiale. Mi piace anche aggiungere che Franco Rasetti ci ha lasciato un bellissimo libro fotografico “I fiori delle Alpi”, le foto prese con la sua Leica e il volume pubblicato dall’Accademia dei Lincei, che è il compendio di flora alpina meglio documentato che sia stato mai scritto.

Quali, tra le storie da Lei narrate, La colpiscono e affascinano di più?
Una domanda difficile, sono tutte storie affascinanti. Ne ho dovuto scegliere necessariamente ventisei, quante le lettere dell’alfabeto, ma le assicuro che ve sono altrettante, ugualmente pazze e belle come queste.

Giuseppe Mussardo è Professore di Fisica Teorica presso la SISSA di Trieste. È direttore editoriale del Journal of Statistical Physics and Applications (JSTAT) e autore di varie monografie scientifiche, quali Statistical Field Theory (Oxford University Press). È autore del libro L’Infinita Scienza di Leopardi (Scienza-Express 2019), scritto insieme a Gaspare Polizzi e L’Alfabeto della Scienza (Dedalo 2020), nonchè di diversi documentari, quali Maksimovic. La Storia di Bruno Pontecorvo e Galois. Un matematico rivoluzionario.

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