Kurdistan. Utopia di un popolo tradito, Marco GombacciDott. Marco Gombacci, Lei è autore del libro Kurdistan. Utopia di un popolo tradito edito da Salerno: perché si può affermare che i curdi sono stati continuamente traditi dall’Occidente?
Sin dalle guerre russo-turche di fine ottocento, le potenze straniere hanno individuato i curdi come uno strumento da utilizzare come spina nel fianco dei propri nemici. Nel Trattato di Sévres del 1920 addirittura si proponeva la nascita di un Grande Kurdistan, proposta del tutto disattesa. In tempi più recenti ci siamo indignati per i curdi “gasati” da Saddam Hussein, successivamente gli abbiamo sostenuti a parole ma non nei fatti quando da soli hanno resistito a Kobane, respingendo lo Stato islamico. Ce ne siamo dimenticati immediatamente dopo quando Erdogan ha lanciato l’offensiva contro di loro nella Siria nord orientale lo scorso ottobre. È una storia continua di tradimenti, forse specchio di un’ipocrisia dell’Occidente in politica estera. Servirsi di un popolo, invocare il rispetto dei diritti umani quando vi sia un interesse economico o geopolitico. In caso contrario, dimenticarsi e lavarsi le mani è il comportamento che viene adottato. Con che faccia l’Unione europea può andare ora da un altro Stato a chiedere il rispetto dei diritti umani se ha abbandonato di fatto coloro i quali avevano combattuto a Kobane, a Raqqa, a Deir Ezzor per conto dell’Occidente che si era girato immediatamente dall’altra parte ricattato dalla Turchia di Erdogan?

Quali vicende hanno segnato la storia recente del popolo curdo?
Con la guerra contro lo Stato islamico, i curdi sia iracheni che siriani hanno dimostrato di voler difendere le proprie terre e di voler contrastare l’islamismo radicale propagato dall’Isis. Hanno combattuto per conto nostro contro i tagliagole di al Baghdadi per poi essere dimenticati proprio da noi stessi mentre ancora ne stavamo tessendo le lodi. Le donne curde che ammainano la bandiera nera dell’Isis, per issare quella delle milizie curde è stata una delle fotografie di più forte impatto degli ultimi anni. Ma cosa è successo alle stesse donne pochi mesi dopo? Hanno dovuto subire l’offensiva turca, membro della Nato e alleata dell’Occidente e c’è anche chi, come l’attivista per i diritti delle donne curde Havrin Khalaf, è stata brutalmente stuprata e uccisa da miliziani jihadisti supportati da Ankara.

Quale fondamentale contribuito alla sconfitta dello Stato islamico hanno fornito i combattenti curdi?
Sicuramente i Peshmerga curdi iracheni nel nord dell’Iraq hanno contribuito in maniera sostanziale alla sconfitta dello Stato islamico in Iraq. Sono stato personalmente sulla linea del fronte di Mosul con un loro reparto, i leggendari Black Tiger comandati dal generale Barzani. Assieme alle milizie sciite hanno liberato Mosul e i villaggi cristiani della Piana di Ninive, nel nord dell’Iraq. Ma sono le YPG curdo siriane inquadrate nelle SDF (Forze Democratiche Siriane) ad aver fatto la storia. Kobane, Raqqa, Dei Ezzor, città simbolo che ci ricordano come ragazzi di venti anni hanno lottato, rischiando la vita, per un ideale di libertà e fratellanza. Mi ricorderò per sempre quando mi recai dentro Raqqa, ancora in mano all’Isis, sulla linea del fronte si potevano vedere in lontananza le bandiere nere. Il soldato che mi diedero per scortarmi si chiamava Matei, ed era cristiano della milizia del Syriac Military Council. Mi spiegava perché aveva deciso di tornare in Siria dalla Germania per combattere a fianco dei suoi fratelli cristiani contro l’oscurantismo dell’Isis. Aveva tatuati sul proprio corpo croci, rosari e facce di Gesù Cristo. “Non voglio lasciare che la mia terra da millenni cristiana, diventi una preda dell’estremismo islamico,” mi disse. Era un “foreign fighter” dalla parte giusta. Un cristiano siriaco che combatteva a fianco di curdi mussulmani, croci e mezzelune che si incrociavano, rispettandosi, aiutandosi e non combattendosi. Quel ragazzo per me è stato un esempio dal quale anche noi occidentali dovremmo prendere spunto.

Quali sono i maggiori ostacoli alla nascita di uno stato curdo indipendente?
Non esiste solo un Kurdistan. Vi è il Kurdistan turco, il Kurdistan iracheno, quello iraniano e quello siriano. Incominciare a ridiscutere i confini comporterebbe una reazione delle nazioni che racchiudono i curdi all’interno dei propri confini nazionali creando un’ulteriore crisi in un’area considerata la polveriera del mondo. Ecco perché i principali Stati tra cui USA, Unione europea e stati europei non hanno sostenuto il referendum di indipendenza per il Kurdistan iracheno (KRG) del 2017. L’unico stato che supportò l’indipendenza del Kurdistan iracheno fu Israele. Israele e il KRG avrebbero potuto creare un’alleanza contro alcuni Stati medio orientali e avrebbero potuto continuare a commerciare il petrolio di cui Israele è uno dei principali acquirenti. Gli altri stati, intrattenendo rapporti commerciali con gli stati che includo le minoranze curde, preferiscono non occuparsi di vicende interne.

In uno scenario sempre più radicalizzato, il popolo curdo costituisce un’isola di laicità e democrazia: quali sono i capisaldi della cultura curda?
Libertà religiosa: cristiani assiri, cristiani siriaci, mussulmani sunniti, mussulmani sciiti convivono. Scoprii nel 2017, l’unica chiesa cristiana di Kobane. 40 membri facevano parte della comunità cristiana. Mi spiegarono che durante le feste natalizie festeggiano assieme ai loro vicini mussulmani cantando anche i cori natalizi senza aver paura di essere discriminati. Nei quartieri di Qamishli ci sono negozi di Bibbie e crocifissi e le chiese possono celebrare messa liberamente. Parità tra uomo e donna: in ogni organizzazione vi è un sistema di co-presidenze nel quale una donna sempre ricopre congiuntamente ad un uomo ogni posizione di rilievo. Anche nel settore militare, i battaglioni di uomini vengono affiancati da milizie composte da sole donne. Inoltre, altri pilastri sono la convivenza tra diverse etnie (araba, turcomanna, assira, curda, yazida), l’ecologismo, il rispetto dei diritti umani (ad esempio nella zona del Kurdistan siriano non vige la pena di morte). Tutti valori che l’Occidente avrebbe dovuto difendere ma ha preferito non infastidire la Turchia con la quale intrattiene importanti relazioni economiche ed è ricattata dopo l’accordo sui migranti del 2016.

Quale futuro, a Suo avviso, per il Kurdistan?
Una delle soluzioni che i curdi stanno cercando di portare avanti per ottenere un riconoscimento internazionale è quello di instaurare un Tribunale internazionale su territorio curdo siriano per poter giudicare i crimini dell’Isis. Anche l’Iraq si è detto disponibile ad ospitare una sorta di “Norimberga dell’Isis” ma in Iraq vige la pena di morte. Ecco perché i curdi si sono fatti avanti. L’opzione è sostenuta informalmente da alcuni Stati europei che preferirebbero far giudicare anche le centinaia di foreign fighters su suolo siriano anziché essere obbligati a rimpatriare i propri jihadisti. Le SDF detengono migliaia di jihadisti, le loro mogli e i loro bambini. Ma questo progetto dopo l’offensiva turca nell’ottobre 2019 sembra essere svanita. In Kurdistan, tra la popolazione circola un detto: “Non abbiamo amici, se non le montagne…”. Ho paura che questo detto debba essere pronunciato ancora per molti anni.

Marco Gombacci, triestino, ha vissuto in Inghilterra, Spagna, Francia e Belgio. Ha fondato «The European Post» e collabora con «Il Giornale» e «Inside Over». Si è recato nel Kurdistan iracheno durante l’assedio di Mosul nel 2016, in Siria durante la riconquista di Raqqa, ancora in mano allo Stato islamico, nel 2017 e la battaglia di Deir Ezzor nel 2018. Ospite di diverse testate e media nazionali ed internazionali tra cui FRANCE24, CGTN (ex CCTV), TgCom24, Zapping Rai Radio Uno, Bloomberg, EuroparlTV, etc.

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