“Joseph Weiss e la Control-Mastery Theory” a cura di Francesco Gazzillo e Nino Dazzi

Prof. Francesco Gazzillo, prof. Nino Dazzi, avete curato l’edizione del libro Joseph Weiss e la Control-Mastery Theory pubblicato da Carocci: quale importanza riveste la Control-Mastery Theory?
Joseph Weiss e la Control-Mastery Theory, Francesco Gazzillo, Nino DazziA nostro parere, la Control-Mastery Theory (CMT; Gazzillo, 2021; Silberschatz, 2005; Weiss et al., 1986; Weiss, 1993) rivesta una grande importanza nel panorama dei modelli psicoterapeutici contemporanei per vari ordini di motivi. In primo luogo, per quanto ne sappiamo, è l’unico modello che ha dimostrato per mezzo di studi empirici la bontà delle sue ipotesi sul processo terapeutico. Detto in termini semplici, se vari modelli terapeutici hanno dimostrato, per mezzo di studi empirici, che alcune delle tecniche che adottano (dalle interpretazioni psicoanalitiche alle tecniche di esposizione o agli interventi esperienziali oggi cari a vari approcci cognitivo-comportamentali) possono essere di beneficio ai pazienti, la CMT ha dimostrato empiricamente che le sue ipotesi relative a ciò di cui hanno bisogno i pazienti in terapia per stare meglio sono corrette. A essere stata empiricamente dimostrata è cioè la teoria della tecnica della CMT. Ciò significa che un terapeuta esperto in CMT può scegliere, in base alle preferenze proprie e alle specificità del paziente, quali tecniche utilizzare e, più in generale, che tipo di terapia costruire, che tipo di relazione costruire e che tipo di atteggiamento assumere per fare sì che proprio quel paziente ottenga il massimo beneficio dal trattamento. Per usare un paragone imperfetto, ma che rende l’idea, la CMT permette di adottare in psicoterapia un approccio caso-specifico analogo a quello verso cui si sta muovendo la medicina di precisione.

Questa peculiarità della CMT ci porta alla seconda ragione per cui riteniamo che sia un modello di grande rilevanza per il clinico. A differenza degli altri modelli, quello elaborato da Weiss può essere considerato un meta-modello, non una delle tante “scuole” che oggi popolano il panorama della psicoterapia. A patto che ne condivida alcuni assunti di base, peraltro ormai ampiamente supportati da ricerche di psicologia sperimentale, evoluzionismo e neuroscienze, la CMT può essere “adottata” da terapeuti delle formazioni più varie. Quali sono questi assunti? Che l’essere umano sia in grado di svolgere funzioni mentali complesse anche in assenza di consapevolezza; che nel suo funzionamento mentale, in particolare infantile, hanno un ruolo di grande rilievo motivazioni prosociali come l’attaccamento e la cura e giocano un ruolo di rilievo la tendenza a mettersi al centro degli eventi e ad attribuirsi più responsabilità di quanta in realtà se ne abbia; che l’essere umano sia fondamentalmente interessato alla realtà, in particolare quella interpersonale, più che alla fantasia, e sia predisposto ad adattarvisi, e che abbia una motivazione intrinseca a risolvere i propri problemi e padroneggiare le proprie esperienze avverse. In quanto meta-modello, la CMT può aiutare i clinici di qualsiasi orientamento a ottimizzare la propria pratica.

Infine, crediamo che la sua rilevanza sia ulteriormente accresciuta dalla sua natura intrinsecamente integrativa, che ne rende naturale e costitutivo il dialogo con altre branche del sapere, dalla filosofia alle neuroscienze, dalla primatologia alla linguistica, dall’intelligenza artificiale alla psicologia evolutiva, dalla psicoanalisi, da cui nasce, agli altri modelli di psicoterapia.

In sintesi, la CMT è importante poiché è un meta-modello integrativo, empiricamente fondato e relazionalmente orientato del funzionamento mentale sano e patologico e della psicoterapia. Ed è un modello estremamente rispettoso delle peculiarità del singolo paziente e dei suoi bisogni. Un modello “caso-specifico” che, al tempo stesso, da indicazioni molto precise al clinico che voglia sapere quale sia la terapia ottimale per un paziente, e gli lascia un ampio grado di libertà rispetto a come farlo.

Come si è sviluppato il modello di Weiss?
Dal punto di vista della storia delle teorie psicodinamiche, la CMT si è sviluppata a partire dalla Psicologia dell’Io, il paradigma dominante nella psicoanalisi americana dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta del Novecento (Hartmann, 1939; 1976; Kris, 1977). Joseph Weiss, che è stato l’autore che ha formulato i concetti nucleari della CMT, è stato lo psicoanalista con funzione di training più giovane degli Stati Uniti d’America. Formatosi in matematica e medicina, Weiss ha poi svolto la sua formazione analitica a San Francisco, e ha fatto la sua terapia con uno psicoanalista freudiano anch’egli ebreo emigrato dall’Europa dominata dai nazisti, Emanuel Windholz, uno dei fondatori dell’Istituto Psicoanalitico di San Francisco. Dunque, la CMT nasce nel contesto della psicoanalisi americana, ma è stata influenzata anche dalla nascente psicologia cognitivista (Lewicki, 1986; Miller, Galanter, Pribram, 1960) e dagli studi dell’infant research (Stern, 1985).

Ma crediamo sia più interessante soffermarsi sulle esperienze “cliniche” che hanno portato Weiss a formulare il suo modello. Prima tra tutte, l’analisi del fenomeno del “pianto al lieto fine” (che è al centro del primo dei lavori di Weiss da noi tradotto e commentato). Per quanto ne sappiamo, a meno di trent’anni Weiss cercò di chiarire, da un punto di vista psicoanalitico, per quale motivo la madre, come molte altre persone, nel guardare un film d’amore piangesse non quando gli amanti litigavano o erano separati dalle avversità, ma quando si ritrovavano o riscoprivano il loro amore. Un fenomeno di questo tipo apparirà a molti sostanzialmente irrilevante, ma in realtà ha un grande valore perché, di fatto, contraddice quello che a lungo è stato considerato il principio di base del funzionamento mentale, il principio di piacere, cioè la ricerca di ciò che è piacevole e l’evitamento di ciò che ci provoca dispiacere. Ora, se ci pensiamo bene, se ha senso evitare di piangere e soffrire quando le cose vanno male (perché evitiamo un dolore), è in totale contraddizione con il principio di piacere il fatto che poi ci troviamo a piangere e ripensare alla sventura evitata proprio quando le cose sono andate a posto. Ora, l’ipotesi che Weiss propone è che le persone piangono “al lieto fine” perché, a quel punto, si sentono al sicuro e non temono più di essere “travolte” dal dolore, proprio perché le cose si sono sistemate. Un principio di sicurezza è dunque sovraordinato rispetto a quello del piacere. First safe, then happy, potremmo dire. Il senso di sicurezza è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per permettere l’accesso alla consapevolezza di contenuti mentali prima inibiti, ma resta da chiarire il motivo che ci spinge a piangere al lieto fine. E l’ipotesi che Weiss propone è che, quando il pericolo è scampato, ci permettiamo di pensare i pensieri primi inibiti, e di notare e sperimentare le sensazioni e le emozioni prima escluse dalla coscienza, perché vogliamo padroneggiare l’accaduto. Dobbiamo inserire quell’esperienza nella rete complessiva dei nostri contenuti mentale, modulare le emozioni a essa associate, e apprendere da essa. Dunque, siamo intrinsecamente motivati a padroneggiare esperienze avverse. E, aggiunge Weiss, all’inizio, in presenza del problema, inibiamo la reazione emotiva del pianto non perché vogliamo evitare quel dolore ma perché, identificati con i protagonisti del film, dobbiamo trovare il modo per risolvere la crisi, e farci travolgere dalle emozioni sarebbe disadattivo. Quindi, per adattarci alla realtà.

Per la verità, un altro episodio privato, isomorfo a quello del pianto al lieto fine, aveva attirato l’attenzione di Weiss: una sua collega, anni prima, aveva perso un figlio di due anni. E aveva completamente rimosso quell’esperienza, tanto da non riconoscere il figlio in una foto. Solo quando, anni dopo, questa donna riuscì ad avere un altro figlio da un secondo matrimonio, solo allora, preso il piccolo in braccio per la prima volta, la donna aveva ricordato le esperienze vissute con il primo bambino, e aveva sperimentato tutto il dolore fino ad allora inibito. Perché avere in braccio quel figlio l’aveva rassicurata rispetto alla possibilità di godere di una maternità felice.

Esperienze di questo tipo avevano convinto Weiss del fatto che l’essere umano sia dotato di sofisticate capacità, consce e inconsce, di controllo del proprio funzionamento mentale. Se ci pensiamo, infatti, è come se in modo inconscio e molto rapido osservassimo la realtà, valutassimo ciò che dobbiamo fare per adattarci a essa, elaborassimo piani, cercassimo di prevedere le conseguenze della loro esecuzione e prendessimo decisioni. Mettendo in parole questi processi inconsci, è come se ci dicessimo: ora è meglio che non pianga e resti lucido, perché sono in pericolo e devo agire. Ora che il pericolo è sventato, e sono al sicuro, è bene che affronti ciò che è accaduto per apprendere da questa esperienza ed elaborare il trauma che ho subito.

Altri due momenti di svolta nel percorso intellettuale di Weiss furono due esperienze cliniche. La prima riguardava la terapia di un giovane uomo ossessivo, che chiamò il Professore, che nel corso del primo anno di analisi aveva fatto moltissimi progressi senza che Weiss ritenesse di aver fatto nulla di ciò che si supponeva uno psicoanalista dovesse fare per aiutare un paziente. Questa esperienza, al centro dei primi quattro capitoli del volume da noi curato, aveva contribuito al suo scetticismo sulla bontà della teoria della tecnica psicoanalitica del tempo – se il paziente è migliorato senza che io abbia fatto nulla di ciò che si supponeva dovessi fare, è la teoria a essere sbagliata o, per dirla con Charcot: “la teoria è molto bella, ma ciò non impedisce ai fatti di esistere”. Per cercare di capire cosa davvero favorisse il cambiamento dei pazienti in terapia, Weiss decise di avviare un vero e proprio programma di ricerca empirica: iniziò a rileggere tutti gli appunti delle sue sedute in cerca dei momenti in cui pazienti mostravano di essere cambiati, e poi procedeva a ritroso nei suoi appunti cercando di individuare cosa avesse favorito quei cambiamenti. Elaborate così delle ipotesi, Weiss, insieme ad Harold Sampson e a un gruppo di psicologi e psicoanalisti ricercatori e a esperti di statistica, iniziò a elaborare studi empirici, di cui nel libro si trovano vari esempi e sintesi, tesi a mettere alla prova queste ipotesi. Mossa non da poco, quella di cercare e verificare in modo empirico quali siano i fattori del cambiamento in psicoterapia.

Un’altra esperienza clinica che permise a Weiss di formulare uno dei concetti più affascinanti e utili della sua teoria avvenne nel corso del quarto anno di terapia di una giovane paziente che soffriva di vissuti depressivi e difficoltà sociali e lavorative. Weiss si era convinto che i suoi problemi fossero espressione della credenza di meritare il rifiuto, e aveva lavorato fino a quel momento a partire da questa ipotesi. La terapia stava andando bene, ma non benissimo, e un giorno la paziente, che non aveva difficoltà economiche o pratiche nel portare avanti il trattamento, disse a Weiss che aveva deciso di interrompere la terapia di lì a breve. Weiss non pensava fosse una buona idea, ma seguendo la tecnica psicoanalitica del tempo che proscriveva qualsiasi intervento teso a dire al paziente cosa fare, si limitò a interpretare quella decisione: la paziente voleva rifiutarlo per non essere rifiutata, come temeva. Ma questa linea interpretativa non l’aveva fatta desistere dal suo proposito. Fino a che, all’approssimarsi della data di fine analisi stabilita dalla paziente, Weiss aveva deciso di essere più diretto: “Io voglio che lei continui a venire!”, le disse. La paziente aveva quindi accettato, sia pure a malincuore, l’idea di procedere con la terapia almeno fino a quando non avessero chiarito il motivo di quel proposito. Ma dopo poco la paziente aveva ricordato un episodio della sua infanzia da tempo rimosso: quando era piccola, nella sua città c’erano delle violente manifestazioni operaie che avevano indotto il sindaco a dichiarare il coprifuoco. Nel corso di quelle manifestazioni, i genitori chiudevano per evidenti motivi i figli in casa. Ma sua madre, un giorno, le chiese di andare a fare la spesa dal fruttivendolo proprio quando i manifestanti erano in piazza, e lei aveva pensato che la madre la volesse morta. Alla luce di quello che abbiamo visto fino a ora, quello che potremmo dire è che il fatto che Weiss le avesse detto in modo esplicito e diretto di continuare la terapia aveva fatto sentire la paziente al sicuro: c’era una persona che la reputava importante, che non l’avrebbe né rifiutata né esposta al pericolo, che l’avrebbe protetta. E vedendo disconfermata la credenza di meritare il rifiuto, la paziente si era sentita al sicuro, e per questo aveva potuto far riemergere un ricordo traumatico che voleva padroneggiare meglio. Un ricordo traumatico che era alla base della sua credenza di meritare il rifiuto, credenza che a sua volta era alla base dei suoi problemi. Ma Weiss a quel punto fa un passo in più, e ipotizza che la paziente gli avesse detto di voler interrompere la terapia proprio per metterlo alla prova (to test, in inglese), e per mettere alla prova la credenza che era alla base dei suoi problemi (credenza patogena). Comunicata alla paziente questa ipotesi, lei aveva negato di averlo fatto consapevolmente per quel motivo, ma aveva aggiunto che spesso metteva alla prova consapevolmente in modo analogo le persone a lei care. Ad esempio, prendeva un appuntamento con un amico, ma poche ore prima gli diceva che non ci sarebbe più andata nella speranza che lui insistesse. Se insisteva, per lei quella era la prova che teneva a lei.

Ecco, il concetto di test, inteso come comunicazione, atteggiamento o comportamento (inconsciamente) teso a disconfermare una credenza patogene e a valutare il livello di sicurezza della relazione in cui ci si trova, è a nostro parere uno dei nuclei della CMT, ed è uno strumento fondamentale per il clinico perché gli dà la possibilità di comprendere che, proprio nei momenti in cui i pazienti fanno e dicono le cose più strane, difficili, problematiche, proprio in quel momento è possibile che stiano lavorando sodo per disconfermare le credenze patogene che sono alla base dei loro problemi. Una serie di studi sistematici ha confermato quest’ipotesi, e oggi disponiamo di una classificazione sistematica delle strategie di testing che i pazienti possono usare in terapia, come anche nelle loro relazioni importanti della vita quotidiana, e di un metodo affidabile, empiricamente validato, per comprendere, a partire dalla prime sedute, in che modo un paziente potrà mettere il clinico alla prova e come il clinico potrà superare i suoi test.

Un ultimo punto degno di nota. Un altro dei concetti che Weiss ha messo al centro della sua teoria patogenetica è quello del senso di colpa del sopravvissuto (Niederland, 1981; Modell, 1965). Nel libro il lettore troverà lo scritto in cui questo concetto fa la sua prima comparsa nel pensiero di Weiss, ma quello che vogliamo sottolineare è che – come il lettore vedrà leggendo il profilo biografico di Weiss scritto dall’amico analista Stanley Steinberg – Weiss conosceva molto bene questo sentimento perché uno dei traumi più grandi della sua vita fu la perdita improvvisa della sorella minore Martha.

Ecco, secondo Weiss i problemi psichici nascono da credenze patogene sviluppate per adattarsi a traumi ed esperienze avverse. Le credenze patogene sono credenze che associano il perseguimento di obiettivi sani e adattivi a un pericolo per se stessi o per gli altri, cioè inducono nelle persone sentimenti di angoscia quando cercano di fare cose normali, sane. E molte di queste credenze patogene fanno sentire in colpa le persone anche quando di colpe non ne hanno. Tutto ciò in assenza di consapevolezza. Il senso di colpa del sopravvissuto, individuato per la prima volta nei sopravvissuti a guerre e campi di concentramento, è il senso di colpa che si prova a essere migliori, più capaci, fortunati, dotati, felici o realizzati delle persone care, e assieme al senso di colpa da separazione, che è il senso di colpa che si prova a rendersi autonomi e differenziarsi dalle persone care, sono due elementi centrali nel pensiero di Weiss. Così come lo diventeranno la credenza di essere responsabili in modo onnipotente del benessere altrui, e la credenza di meritare il rifiuto. È bene chiarire che questi sensi di colpa possiamo sperimentarli tutti e hanno una base adattiva poiché ci spingono a essere equi, leali, dediti e attenti a come ci comportiamo. Ma, quando esperienze infantili avverse li rendono troppo forti e li trasformano in organizzatori dell’esperienza, allora diventano patogeni.

In che modo il modello di Weiss spiega il funzionamento della psicoterapia?
Crediamo che, sulla base di quello che abbiamo scritto fino a ora, la risposta a questa domanda sia relativamente semplice. Le persone cercano una psicoterapia perché vogliono realizzare obiettivi sani, adattivi, e non riescono a realizzarli da sole. Vogliono essere più felici o serene, vogliono stimarsi di più, vogliono stabilire relazioni più appaganti, vogliono avere una sessualità più ricca, voglio sentirsi più a proprio agio nelle relazioni, vogliono capire ciò che desiderano, vogliono elaborare un lutto, essere più efficaci sul lavoro ecc. Insomma, sentono che c’è qualcosa che manca nella loro vita, ma non riescono a ottenerla da soli. E, secondo Weiss, il motivo per cui non riescono a realizzare da soli questi obiettivi è perché credono, spesso in modo inconscio, che se riuscissero a realizzarli metterebbero in pericolo se stesse o delle relazioni per loro importanti. E hanno sviluppato queste credenze patogene per adattarsi a esperienze e relazioni avverse o traumatiche. Con questo termine, la CMT indica esperienze evolutive che, almeno per come costruite dalla mente di un bambino, lo inducono a pensare che metterebbe a repentaglio la sicurezza propria o altrui se facesse qualcosa di “normale”. Esperienze che possono portarci a pensare di essere privi di valore o qualità positive; che se comunicassimo ciò di cui abbiamo bisogno o che vogliamo appesantiremmo le persone a cui ci rivolgiamo in cerca di aiuto; che se diventassimo autonomi e “ci facessimo una vita” feriremmo le persone a noi care; che se fossimo felici, se avessimo successo o mettessimo in mostra le nostre qualità faremmo sentire umiliate persone che ci sono care; che se ci occupassimo di noi stessi, condanneremmo alla solitudine o alla sofferenza di altre persone ecc.

Dunque, per adattarci a esperienze traumatiche sviluppiamo credenze patogene, queste credenze patogene facilitano lo sviluppo di sintomi, inibizioni e tratti di carattere disfunzionali e ci inibiscono nel perseguire obiettivi sani. Quando andiamo in terapia, lo facciamo alla ricerca di qualcuno che ci aiuti a realizzare i nostri obiettivi, a disconfermare le nostre credenze patogene e a padroneggiare meglio i traumi che ne sono alla base. E, come abbiamo visto, per farlo testiamo, cioè mettiamo alla prova, il nostro terapeuta.

Da questa prospettiva, e arriviamo a un altro concetto peculiare della CMT, ogni paziente inizia quindi la propria psicoterapia con un piano, in genere in gran parte inconscio; questo piano è costituito dagli obiettivi sani che vuole perseguire, dalle credenze patogene che vuole disconfermare, dai traumi che vuole elaborare, dal modo in cui testerà il terapeuta e vorrebbe che il terapeuta rispondesse ai suoi test, e dalle cose che vorrebbe capire di sé per stare meglio. Il compito del terapeuta è quello di comprendere ed esplicitare questo piano, e di aiutare il paziente a realizzarlo. Insomma, un’idea piuttosto diversa da quella alla base di gran parte degli altri modelli di psicoterapia, per i quali il terapeuta è colui che si suppone sappia ciò che un paziente deve comprendere o fare per stare meglio. Per questi modelli, il terapeuta deve “tradurre” la fenomenologia clinica del paziente nelle categorie delle nosografie internazionali o nei costrutti preferiti dal terapeuta stesso, e poi deve implementare protocolli o tecniche che il suo modello reputa ottimali per quelle condizioni: il paziente è depresso, quindi devo trattare la sua depressione; il paziente non mentalizza bene, quindi devo aiutarlo a mentalizzare meglio. Per la CMT, invece, un terapeuta deve comprendere il piano di quel paziente e aiutarlo a realizzarlo. E anche l’idea che i pazienti iniziano una psicoterapia con un piano e che aiutare i pazienti a realizzarlo permette loro di stare meglio è stata empiricamente verificata.

In ottica CMT, quindi, il terapeuta deve aiutare il paziente a realizzare i suoi obiettivi, disconfermare le sue credenze patogene, e padroneggiare meglio i suoi traumi. Per farlo deve costruire un setting e una relazione ad hoc per quel paziente, superare i suoi test e fargli comprendere come ha sviluppato le sue credenze patogene a partire dai traumi che ha subito, e come queste credenze, che possono essere abbandonate o relativizzate, lo abbiano ostacolato nel realizzare i suoi obiettivi sani. Deve fornire al paziente esperienze emotive correttive.

Cosa ci permette di superare le nostre difese e recuperare i ricordi di esperienze rimosse?
Come abbiamo già visto, secondo la CMT, che in questo riprende ipotesi elaborate da Freud (1920; 1926; 1940) a metà degli anni Venti del Novecento, i pazienti rimuovo i loro ricordi o utilizzano certe difese perché si sentono in pericolo a restare consapevoli di quei ricordi o di ciò da cui si difendono. E spesso si sentono in pericolo non perché lo siano davvero, ma perché credono di esserlo sulla base di esperienze avverse che hanno vissuto nel passato. Quando, nel corso di una terapia, il terapeuta disconferma queste credenze, e lo fa sentire al sicuro, il paziente può ricordare queste memorie rimosse e superare le sue difese. Tolta la causa (il senso di pericolo), l’effetto (la difesa) diviene superfluo. Ma, come il lettore vedrà nel secondo, terzo e quarto capitolo del volume, a differenza della psicoanalisi classica la CMT sottolinea che i pazienti vogliono recuperare questi ricordi rimossi e vogliono acquisire il controllo del proprio funzionamento mentale e delle proprie difese. Per essere più chiari, secondo la psicoanalisi classica i pazienti rimuovono certi contenuti mentali (ricordi, desideri, sentimenti) perché si sentono messi in pericolo da essi. E non vogliono diventarne consapevoli, anche se sono alla base dei loro sintomi, perché vogliono evitare il dolore mentale che questa presa di consapevolezza implicherebbe. Per questo “resistono” agli sforzi del terapeuta. Secondo la CMT, invece, i pazienti vogliono recuperare la consapevolezza di questi contenuti per “sentirsi padroni in casa propria”, per così dire, cioè per sviluppare un maggior controllo sulla propria mente. E, non appena i motivi per cui si sentono in pericolo a diventarne consapevoli vengono meno, li lasciano emergere. E per comprendere se sono al sicuro nel farlo, testano il terapeuta. Quelle che per la psicoanalisi classica sono resistenze, per la CMT sono test.

Per la psicoanalisi classica, quindi, è possibile diventare consapevole di un contenuto rimosso in tre circostanze: (1) grazie alle interpretazioni dell’analista, che permettono di “ri-scoprirli”; (2) quando questi contenuti, spinti dalle pulsioni, irrompono nella coscienza, e in questo caso i pazienti sono travolti da sentimenti negativi di angoscia, colpa, dolore ecc. e non riescono perciò a elaborarli; (3) quando questi contenuti emergono alla coscienza in forma mascherata, cioè distorti dalle difese, e in questo caso i pazienti non provano angoscia, ma neppure possono elaborarli perché non ne comprendono il senso. Secondo la CMT, invece, i contenuti rimossi possono emergere anche in assenza di interpretazioni, e quando questi contenuti emergono, ciò accade perché il paziente si sente al sicuro nell’affrontarli, e può elaborarli senza eccessiva angoscia. Ancora una volta, la CMT ha escogitato un progetto di ricerca molto sofisticato in cui ha messo a confronto queste due ipotesi alternative relative al recupero dei ricordi rimossi, e ha dimostrato che le sue ipotesi sono più coerenti con i dati. Così come ha dimostrato empiricamente che, nel corso di un trattamento, le difese non scompaiono, ma diventano “strumenti” che il paziente può utilizzare quando ne ha bisogno. Da meccanismi isolati dal resto della vita mentale cosciente del paziente, le difese vengono “integrate” nel tessuto complessivo della sua mente.

In che modo i pazienti affrontano un trattamento?
Detto in modo sintetico, e cercando di evitare ridondanze, i pazienti affrontano un trattamento facendo per prima cosa comprendere al terapeuta ciò di cui hanno bisogno, e poi mettendolo alla prova per vedere se conferma o disconferma i loro timori coscienti e inconsci; se il terapeuta li disconferma, il paziente lavora sodo per raggiungere i suoi obiettivi e padroneggiare i suoi traumi. Il tutto, in gran parte senza esserne del tutto consapevole. Come il lettore può vedere, si tratta di uno schema di massima, che acquisisce tante “forme” quanti sono i pazienti, le loro storie, le circostanze della loro vita e della loro terapia, le loro credenze patogene, e il loro modo di metterle alla prova.

Weiss (1986) propone di differenziare così un processo terapeutico da un processo nevrotico, tipico di una terapia che non raggiunge i suoi obiettivi: nel primo, il paziente mette alla prova le sue credenze patogene, il terapeuta supera i suoi test e il paziente migliora. In un processo nevrotico, invece, il paziente mette alla prova le sue credenze patogene, il terapeuta gliele conferma, e il paziente sta progressivamente peggio, e la terapia finisce in una impasse o viene chiusa prematuramente. Come si può vedere, questi “processi” possono descrivere tanto le psicoterapie quanto le relazioni intime, cosa che apre il discorso al campo dell’applicazione della CMT alla comprensione e alla terapia delle coppie.

Quale futuro per la psicoanalisi?
In uno degli ultimi capitoli del volume da noi curato, il lettore potrà vedere come Weiss si aspettasse, e auspicasse, un futuro in cui la psicoanalisi si occupasse meno di preservare la propria purezza teorica e tecnica, si aprisse alle scoperte di altri saperi, utilizzasse tutti gli strumenti di cui un essere umano si può servire per aiutare un altro essere umano a stare meglio e si radicasse sempre di più nella ricerca empirica. Weiss voleva una psicoanalisi “demistificata”, cioè non concepita come radicalmente diversa dagli altri rapporti di aiuto, ed empiricamente fondata: una scienza delle relazioni che curano. Secondo noi, questo auspicio resta valido ancora oggi, e crediamo possa essere esteso a quasi tutti i modelli psicoterapeutici dei nostri giorni.

Oggi è praticamente impossibile parlare della psicoanalisi come se fosse una disciplina unitaria, tanto è variegato il panorama dei modelli teorici che guidano l’agire clinico degli analisti, tutti ricompresi sotto il termine ombrello di psicoanalisi ma spesso con pochissimi elementi in comune tra di loro. E, cosa interessante, un destino analogo sembra stia toccando anche agli approcci di matrice cognitivo-comportamentale, in cui pure si assiste al proliferare di scuole e modelli. Ogni modello o scuola si presenta come il migliore o il più efficace, almeno per la terapia di alcuni disturbi, e tutti cercano di dimostrare con ricerche ad hoc, o comunque affermano sulla base delle esperienze cliniche accumulate, la propria superiorità rispetto agli altri. Ma la ricerca empirica per ora dà ragione, o torto, a tutti in egual misura, dimostrando la sostanziale equivalenza di efficacia delle psicoterapie manualizzate per disturbi specifici, indipendentemente dal modello teorico che le inspira (Wampold, Imel, 2015). È il cosiddetto “verdetto di Dodo”: la psicoterapia è efficace, e molto, e tutte le psicoterapie, rispettati dei parametri di base, sono ugualmente efficaci.

Questo verdetto ha dato il via a tutta una serie di ricerche, ormai pluridecennali, tese a identificare i “fattori comuni” alle diverse psicoterapie, quei fattori che le rendono tutte efficaci. E gran parte di queste ricerche si è soffermata sul fattore “relazione terapeutica” e in particolare sul costrutto di alleanza paziente-terapeuta, cioè sulla condivisione degli obiettivi da raggiungere e dei compiti da realizzare per raggiungerli, nel contesto di un legame di stima e fiducia reciproca che leghi clinico e paziente. Possiamo affermare, dati alla mano, che questa alleanza è un predittore del buon esito di una psicoterapia, così come lo sono fattori come l’empatia del clinico (per come il paziente la percepisce), le aspettative positive del paziente rispetto all’esito del trattamento, la condivisione dei valori di base, e alcuni altri fattori relativi alla relazione clinico-paziente, alle caratteristiche del paziente e a quelle del clinico.

Noi crediamo che la CMT fornisca a clinici e ricercatori degli strumenti utili ad analizzare in modo più puntuale la relazione terapeutica, e di costruire relazioni specifiche per ogni paziente che permettano al terapeuta di ottimizzare il suo approccio. Quindi, ciò che vorremmo per il futuro dell’analisi e della psicoterapia è che non ci fossero più scontri tra scuole, ma una cooperazione tra clinici e ricercatori tesa a generare e verificare ipotesi finalizzate a comprendere in modo scientifico la genesi dei problemi dei pazienti e in che modo li si possa aiutare. Una psicoterapia tout court, senza ulteriori etichette, scientificamente fondata e su misura per ogni paziente. Da questo punto di vista, crediamo che la CMT sia un ottimo punto di partenza.

Francesco Gazzillo è psicoterapeuta, professore associato del Dipartimento di Psicologia dinamica, clinica e salute di “Sapienza” Università di Roma e fondatore del Control-Mastery Theory Italian Group. Tra le sue pubblicazioni: I sabotatori interni (Milano 2012), Fidarsi dei pazienti (Milano 2016).
Nino Dazzi è professore emerito di Psicologia dinamica, già preside della Facoltà di Psicologia e prorettore di “Sapienza” Università di Roma, socio onorario del Control-Mastery Theory Italian Group. Tra le sue pubblicazioni:
La ricerca in psicoterapia (curato con V. Lingiardi e A. Colli; Milano 2006), La diagnosi in psicologia clinica (curato con V. Lingiardi e F. Gazzillo; Milano 2009) e Psicologia dinamica (con A. De Coro; Roma-Bari 2012).

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