“Johann Jakob Wettstein’s Principles for New Testament Textual Criticism” di Silvia Castelli

Dott.ssa Silvia Castelli, Lei è autrice del libro Johann Jakob Wettstein’s Principles for New Testament Textual Criticism edito da Brill. Quale importanza rivestono, per la critica testuale del Nuovo Testamento, le linee guida dello studioso svizzero, le Animadversiones et cautiones?
Johann Jakob Wettstein’s Principles for New Testament Textual Criticism, Silvia CastelliJohann Jakob Wettstein è stato uno dei padri della critica testuale neotestamentaria. Per rispondere in modo più preciso alla sua domanda vorrei delineare il contesto storico in cui le 19 linee guida per la scelta delle varianti (che qui di seguito chiamerò semplicemente Animadversiones) videro la luce. Le Animadversiones furono pubblicate per la prima volta come sedicesimo capitolo dei Prolegomena al Nuovo Testamento, usciti ad Amsterdam nel 1730 in forma anonima per i tipi dei cugini dell’autore, gli editori Wettstein. Johann Jakob si era rifugiato presso i cugini proprio nello stesso anno, in seguito ad un processo intentato contro di lui da alcuni prominenti teologi basilesi. Il nostro Wettstein aveva lavorato alla collazione di manoscritti almeno dal 1713, quando aveva discusso la tesi di dottorato a Basilea. La critica testuale, all’epoca, era un tema caldo. Nel 1707 l’inglese John Mill aveva pubblicato un’edizione del Nuovo Testamento in cui comparivano almeno 30.000 varianti rispetto al textus receptus (alcuni critici contemporanei sostengono molte di più). Per i teologi più tradizionali—ad esempio, l’inglese Daniel Whitby—ciò significava mettere in crisi l’autorità del testo biblico. Per i teologi più illuminati—come il nostro Wettstein— significava la necessità di delineare delle linee guida per i futuri editori del Nuovo Testamento, in modo da poter navigare nel mare magnum delle varianti. Non solo. Significava sottolineare come una critica testuale seria non potesse essere mossa da partigianeria teologica (per questo ho scelto il sottotitolo A Fight for Scholarly Freedom. Ma tornerò su questo punto a proposito dell’eredità di Wettstein). Quindi, con le Animadversiones Wettstein rispose alla necessità, ormai divenuta impellente, di trovare una metodologia di critica testuale: le linee guida costituiscono il primo saggio sistematico di metodologia di critica testuale neotestamentaria. Non che nessuno se ne fosse occupato prima. Certamente alcuni dei principi erano già stati applicati da Erasmo o da Mill, altri si trovano in Clerico o nei Prolegomena di Mill—questi ultimi tuttavia decisamente difficili da consultare; altri criteri, come quello dell’usus scribendi, erano già stati messi in atto dai filologi alessandrini. Ma, come scrisse Pasquali a proposito dell’usus scribendi, a Wettstein resta il merito di averli formulati esattamente e, aggiungo, di averli raccolti e organizzati: le Animadversiones si possono infatti dividere in principi di base, criteri interni, importanza della tradizione indiretta, criteri esterni. Per i criteri interni Wettstein influenzerà tutto il Settecento, giungendo, attraverso Griesbach, fino a noi.

In cosa consiste il metodo proposto da Wettstein?
Il metodo proposto da Wettstein consiste in primo luogo nell’abbandonare l’autorità delle edizioni a favore dei manoscritti—un richiamo ad fontes, potremmo dire con un’eco erasmiana. Per tutta la vita Wettstein fu quasi ossessionato dai manoscritti. Dopo la tesi a Basilea viaggiò per l’Europa collazionando numerosi manoscritti di propria mano. Tra il 1714 e il 1716 fu a Parigi, dove collazionò il Codex Ephraemi Rescriptus (C 04), un palinsesto, ricavandone circa 200 varianti per Richard Bentley, il famoso filologo di Cambridge, che aveva in mente una nuova edizione del Nuovo Testamento basata sui manoscritti più antichi—un progetto poi mai portato a termine per diverse ragioni. A Parigi Wettstein incontrò anche l’abate De Montfaucon, autore del primo manuale sistematico di paleografia greca, datato 1708. Wettstein non vide mai il Codex Vaticanus (B 03), ma più volte chiese a Richard Bentley, invano, di inviargliene la collazione. Più volte scrisse, altrettanto invano, al cugino Johann Caspar Wettstein, bibliotecario della principessa di Galles, di mediare per ottenere il manoscritto di Isaac Newton sul passo di 1 Tim 3:16. Fino a poco prima della pubblicazione del secondo volume del suo Nuovo Testamento attese la collazione di un manoscritto dell’Apocalisse (046) promesso dal cardinal Quirini, che riuscì a includere nel suo volume solo in parte. Ma questa sorta di ossessione era ben giustificata. Pensi che ancora nel 1725 Bengel, un altro dei padri della critica testuale neotestamentaria, dichiarava in una sorta di prolegomeni al suo Nuovo Testamento che non avrebbe accolto nel testo nessuna variante che non fosse stata accettata precedentemente in un’altra edizione (cosa che poi, in pratica, ovviamente non fece). Wettstein, d’altro canto, già nelle Animadversiones del 1730 ebbe il coraggio di affermare che le edizioni precedenti non hanno alcuna autorità. Una dichiarazione pesante per quell’epoca: ci vorranno 100 anni prima che Lachmann arrivi ad attuare completamente tale principio con la sua edizione del Nuovo Testamento del 1831. Per riassumere fin qui, il metodo di Wettstein consiste in primis nell’abbandonare l’autorità delle edizioni, a favore di quella dei manoscritti, descritti ampliamente nei Prolegomena nei capitoli precedenti le Animadversiones.

Il secondo punto fondamentale del metodo di Wettstein è la scelta delle varianti dei manoscritti, attuata mediante lo iudicium del critico testuale, che diviene figura centrale nello stabilire il testo del Nuovo Testamento. Wettstein sottolinea che non ci sono varianti di maggiore o minore importanza, come piaceva sottolineare ai teologi ortodossi contro John Mill. Per la scelta, il critico applicherà sia criteri interni (la preferenza della lectio difficilior, della lectio brevior, e l’usus scribendi), sia esterni (la preferenza della lezione più antica e più attestata) e darà la giusta rilevanza alla tradizione indiretta, vuoi alle versioni, vuoi alle citazioni dei Padri della Chiesa. Infine, qualora le lezioni attestate dai manoscritti non siano soddisfacenti, l’editore può legittimamente far ricorso all’emendazione congetturale. Quest’ultimo punto fu uno dei più rivoluzionari e controversi fino al XX secolo, su cui tornerò a proposito della ricezione dei principi. Questo, molto succintamente, è il metodo proposto da Wettstein nelle Animadversiones, almeno a livello teorico. A livello pratico, Wettstein spesso non seguì i suoi principi teorici, come ho sottolineato nel quarto capitolo del mio libro. Ma questa è un’altra storia.

Quale ricezione hanno avuto i principi di Wettstein?
L’importanza dei principi di Wettstein fu chiara non appena i Prolegomena furono pubblicati. Già le prime recensioni, come quella di Jean Barbeyrac per la Bilbliothèque raisonnée, una delle più prominenti riviste dell’epoca, misero in luce come le Animadversiones fossero il punto centrale dei Prolegomena. Per tutto il Settecento le Animadversiones, a differenza dell’edizione del Nuovo Testamento, furono accolte positivamente dalla maggior parte dei critici neotestamentari. Persino Michaelis, che aveva recensito negativamente entrambi i volumi del Nuovo Testamento di Wettstein, non poteva che dichiararsi d’accordo con le Animadversiones, tranne quella sull’emendazione congetturale. A dimostrazione della loro rilevanza, nel 1766 il razionalista tedesco Semler pubblicò un’edizione delle Animadversiones, a cui aggiunse le proprie annotazioni. Dieci anni dopo, nella prima edizione del Nuovo Testamento di Griesbach, allievo di Semler, comparivano undici regole di critica testuale, di cui le prime quattro decisamente influenzate dalle Animadversiones di Wettstein. Solo i teologi più ortodossi come Antonius Driessen (Groningen) sottolineavano che soltanto poche varianti avessero rilevanza e attaccavano il ricorso alla congettura e la lista di congetture pubblicata da Wettstein insieme alle Animadversiones. Un caso a sé stante è quello di Bengel. La dubbia ortodossia di Wettstein e il suo legame con Bentley probabilmente costarono a Wettstein la stima di Bengel a partire dalla fine degli anni Venti: pur conoscendo le Animadversiones, Bengel ne tenne ben poco conto nella sua edizione del Nuovo Testamento del 1734, forse perché interessato ai rapporti genealogici dei manoscritti e ai criteri esterni più che a quelli interni, su cui Wettstein poneva maggiormente l’attenzione. Wettstein, dal canto suo, non capì l’importanza del metodo genealogico abbozzato da Bengel e pubblicò una recensione decisamente negativa al suo Nuovo Testamento, cui Bengel rispose con un libello del 1737 in tedesco, fatto tradurre in latino da un oppositore olandese di Wettstein per una maggiore diffusione. Solo la morte pose fine alla querelle dei due studiosi. I principi di Wettstein influenzarono profondamente Griesbach per i criteri interni e tramite Griesbach la critica successiva. Il nome di Wettstein, tuttavia, rimase nell’ombra nell’Ottocento, eclissato prima da Griesbach e poi da Lachmann, Westcott e Hort. Fu proprio il filologo italiano Pasquali che riportò l’attenzione sui principi di Wettstein. Come è noto, Pasquali sottolineò come il metodo meccanico, soprattutto nella formulazione di Paul Maas in Textkritik (1927), era applicabile solo in casi limitati: in una tradizione contaminata come quella del Nuovo Testamento i criteri interni e lo iudicium del critico rimanevano cruciali. In qualche modo, dunque, Wettstein e i suoi principi furono riscoperti in concomitanza con la critica al metodo genealogico.

“E oggi?” dirà lei “che senso ha parlare di questi vecchi principi?” Oggi il team dell’Editio Critica Maior del Nuovo Testamento usa quello che si definisce Coherence-Based Genealogical Method (qui di seguito CBGM). Si tratta di un sistema complesso per cui per ciascuna variante si costruisce uno stemma locale e poi, con un software sofisticato, si crea uno stemma globale a partire dai singoli stemmi locali. Questo metodo sta mettendo in discussione parte dei criteri esterni tradizionali e benché sia troppo presto per stabilire quali siano gli effetti di questi metodo sulla valutazione dei criteri interni—penso si debba attendere almeno un decennio—al momento non sembra che il CBGM li abbia scalzati. Anzi, in alcuni casi il CBGM sembra confermare la scelta fatta sulla base dei criteri interni. Ad esempio, in 1 Pt 4:16 il diagramma testuale del CBGM mostra che la lezione precedentemente scelta sulla basi di criteri esterni non è la migliore: la migliore è invece quella che conferma il criterio della lectio difficilior e il criterio della lezione che meglio spiega le altre, entrambi criteri filologici tradizionali. La rilevanza dei criteri per la scelta delle varianti e l’apporto cruciale dello iudicium del critico testuale non è passata di moda, anzi.

Un caso particolare, tuttavia, è il principio della legittimità della congettura (il quinto delle Animadversiones). Il principio fu ovviamente osteggiato dai teologi ortodossi, come ho sottolineato prima, per motivazioni teologiche: la congettura (umana) non poteva sostituire la parola ispirata (divina). Ma il principio fu osteggiato, almeno in teoria, anche da filologi seri come Bengel, Semler e Michaelis ed echi di queste resistenze si trovano ancora nel XX secondo: secondo questa tendenza, la quantità di manoscritti esistenti per il Nuovo Testamento rende il ricorso alla congettura quasi nullo. Wettstein, d’altro canto, puntualizzava la necessità teorica di tale legittimità, al di là dell’utilizzo pratico. Del resto, anche illustri nomi come Bengel, Semler e Michaelis, più o meno contrari al ricorso alla congettura nelle loro dichiarazioni teoriche, in pratica proposero congetture al testo del Nuovo testamento, molto più di Wettstein, come dimostra “The Amsterdam Database of New Testament Conjectural Emendation” (http://ntvmr.uni-muenster.de/nt-conjectures). La cosa interessante è che alcuni di loro, come Semler, fu influenzato nella pratica congetturale proprio dai principi di Wettstein.

Qual è l’eredità di Johann Jakob Wettstein?
L’eredità di Wettstein è notevole su più fronti. Fu il primo a classificare i manoscritti attribuendo lettere maiuscole agli unciali e i numeri arabi ai minuscoli: in altre parole, fu l’iniziatore del sistema Gregory-Aland. Per esempio, il Codex Alexandrinus fu denominato A, Vaticanus B, Ephraemi Rescriptus C, e via dicendo. Nei manoscritti di Wettstein conservati nella Biblioteca dell’Università di Amsterdam (UvA) si trovano liste intere compilate dal nostro, con corrispondenze, non sempre perspicue, di vecchie numerazioni e nuova classificazione. Sicuramente, direi, il primo aspetto dell’eredità di Wettstein è stato quello di classificare i manoscritti in modo da renderli più facilmente identificabili e in modo da snellire l’apparato critico delle edizioni.

Il secondo aspetto dell’eredità di Wettstein fu il lasciarsi alle spalle l’autorità delle edizioni, di cui ho in parte già parlato. Dal punto di vista della teoria, le coraggiose affermazioni di Wettstein spianavano la strada a critici successivi come Semler e Griesbach, che potevano avere toni decisi sulla lectio orthodoxa. Nella pratica la questione è più complessa. Wettstein pubblicò, nei suoi due volumi, un testo del Nuovo Testamento che non si discostava molto dal receptus e questa scelta è stata letta come una concessione ai suoi detrattori. Ma il messaggio che Wettstein voleva dare era un altro: fornire al lettore privo di parzialità tutti gli strumenti per mettere in discussione proprio quel testo. Tale messaggio viene fornito dall’impaginazione dell’edizione. Anzitutto, nel testo il lettore trova un segno (obelo, asterisco o segno di sostituzione) che rimanda allo spazio tra il testo e l’apparato. In questo spazio, che Wettstein definisce “ben visibile” (conspicuus), il lettore immediatamente nota i cambiamenti proposti dall’editore. La scelta di un apparato solo negativo a sua volta è molto eloquente. Tranne rari casi Wettstein segnala solo i manoscritti che attestano le lezioni NON scelte nel testo: in altre parole, al lettore viene fornita ampia documentazione solo delle varianti. Se solo con l’edizione del Nuovo Testamento del Lachmann, datata 1831, si metteva fine all’autorità del receptus, Wettstein ne diede il fondamento teorico nelle Animadversiones e nel suo Nuovo testamento fornì uno strumento prezioso per metterne in discussione il valore.

Un terzo aspetto è la ricerca di una nuova metodologia, di cui ho detto ampiamente sopra, e soprattutto il fatto di sottolineare i criteri interni e lo iudicium del critico testuale. Questi punti sono tuttora fondamentali per la critica testuale, come ho sottolineato prima. Con le sue linee guida Wettstein scrive quasi un manifesto di libertà per il critico testuale: la critica testuale è una disciplina a sé stante, che nulla a che vedere con la pietas. Ho già sottolineato anche la difesa della legittimità della congettura da parte di Wettstein, che solo negli ultimi quindici anni la critica biblica ha rivalutato. Un indizio decisivo della modernità del nostro autore.

L’ultimo aspetto dell’eredità di Wettstein che vorrei sottolineare va proprio nella direzione della sua modernità. Negli ultimi decenni la critica ha sottolineato l’importanza delle varianti non tanto per stabilire il testo iniziale del Nuovo Testamento, quanto quali attestazione esse stesse di una realtà storica. Nel suo apparato critico Wettstein scelse di dare voce alle varianti escluse, scelse di mettere sotto gli occhi del lettore la storia della tradizione manoscritta, segnalando migliaia di varianti, nonché la storia degli studi, segnalando ad esempio più di 600 congetture. In questo Wettstein obbediva all’esprit systématique dell’epoca, ma anche ad una sorta di “historical turn” ante litteram.

Silvia Castelli è ricercatrice presso l’Università di Leiden (Leiden University Centre for the Arts in Society, Classics and Classical Civilizations). È autrice di numerose pubblicazioni sull’ebraismo di età greco-romana e sulla storia della critica testuale del Nuovo Testamento.

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