Ǧihād. Definizioni e riletture di un termine abusato, Patrizia Manduchi, Nicola MelisProf.ssa Patrizia Manduchi, prof. Nicola Melis, voi siete curatori del libro Ǧihād. Definizioni e riletture di un termine abusato pubblicato da Mondadori Università. La parola ǧihād rappresenta uno dei termini più equivocati e incompresi di sempre: qual è l’origine di tale incomprensione?
Si tratta di un termine molto antico, polisemico, uno xenismo, cioè una parola intraducibile correttamente in altra lingua, per dirla con i linguisti. Un termine non prettamente coranico quanto piuttosto legato inizialmente alla tradizione esegetica, giurisprudenziale e militare della storia dell’Islam dell’epoca della prima espansione (per intenderci, dall’VIII secolo). Un concetto piuttosto dimenticato nella storia più recente del mondo musulmano e riemerso recentemente e prepotentemente alla ribalta.

Premesso che ovviamente tutti i termini di una cultura altra meritano particolare cautela nell’utilizzo, soprattutto quelli derivanti da tradizioni religioso-culturali antiche e complesse, nella lingua araba va sottolineato che ogni termine deriva da una radice che ne contraddistingue le declinazioni semantiche: la radice da cui deriva il termine ǧihād connota l’idea di sforzo, e come tale implica ogni tipologia di sforzo compiuto sulla via del bene. Esistono tante forme di ǧihād, e si deve distinguere prima di tutto tra il grande ǧihād e il piccolo ǧihād: il primo è quello dell’anima, il secondo è quello della spada, ovverosia armato. Quest’ultimo poi, lo sottolineano i manuali dei grandi teorici, ha una valenza prettamente difensiva contro i nemici della diffusione dell’Islam, va dichiarato da chi ha il potere per farlo e va, comunque, compiuto seguendo precise regole e pratiche. Ma esistono poi un ǧihād con la parola, uno con il cuore, e persino uno contro l’inflazione o contro l’analfabetismo e così via.

Come spesso succede, da questa complessità semantica si estrapola il significato più confacente a quello che si vuol far dire e così il termine ǧihād viene utilizzato oggi, nella versione del cosiddetto estremismo islamico, per indicare una lotta condotta in nome dell’Islam contro tutti coloro che ostacolano la corretta diffusione del messaggio religioso, in pratica contro tutti coloro che non condividono quella specifica versione dell’Islam militante e aggressivo.

Di quale ricchezza semantica è portatore, nella tradizione islamica, il termine ǧihād?
In realtà, come speriamo dal nostro testo si evinca, in contesto genuinamente islamico il termine ha utilizzi ben più differenziati: dal ǧihād contro il male interiore, il peccato e le tentazioni al ǧihād per combattere l’ignoranza o ancora l’ingiustizia; dal ǧihād spirituale e mistico dei sufi, alla lotta contro il colonizzatore, fino agli usi più recenti del termine, come quello che indica la lotta per la conquista della parità di genere. Ridurre la polisemanticità di questo concetto a una sola valenza, quella violenta e armata, comporta non solo distorcere il suo vero significato, ma anche utilizzarlo strumentalmente per finalità aberranti. Quando poi, nelle lingue occidentali, lo si traduce con leggerezza come “guerra santa”, significato che non gli è proprio, il gioco è fatto e l’obiettivo raggiunto: il ǧihād diventa segno distintivo dell’Islam, la minaccia appare incombente, il dialogo impossibile, la paura sembra giustificata.

In che modo la riduzione del termine ǧihād a semplice sinonimo di guerra santa ‘contro gli infedeli’ compare nello stesso mondo musulmano da parte della narrativa strumentalizzata dall’estremismo religioso e dal jihadismo contemporaneo?
Tutte le organizzazioni terroristiche di matrice islamica pongono al centro della loro narrazione il tema del “vero” Islam e quindi usano e abusano a piene mani della tradizione islamica per l’opera di convincimento e addestramento delle “reclute” e per fornirsi di una sorta di ideologia di riferimento, il più delle volte reinventando un Islam mai esistito o comunque reinterpretando il Testo sacro e i manuali del diritto islamico a loro uso e consumo, o negandone la validità. In questo modo il ǧihād, nella sua accezione più scorretta e purtroppo più nota di sinonimo di “guerra santa”, si presta magnificamente a essere “reinventato” a giustificazione delle peggiori aberrazioni. Secondo la narrativa strumentalizzata dei jihadisti, è il Corano che permetterebbe, anzi imporrebbe, di combattere questa guerra santa. Anche se ha gioco facile chi vuol far passare questa interpretazione dei versetti coranici o delle tradizioni profetiche, vanno assolutamente fatte almeno due considerazioni: ǧihād non è neppure il termine con cui nel Corano si parla della guerra contro i non musulmani; secondariamente, anche la Bibbia, se letta in maniera strumentalizzata, potrebbe portare a risultati altrettanto perversi, poiché anche nella Bibbia (dell’Antico Testamento in particolar modo) ci sono pagine di grande violenza, ma questo non significa che le successive letture esegetiche abbiano incitato alla violenza!

Il jihadismo utilizza suoi sedicenti predicatori, non si rivolge agli esponenti religiosi tradizionali, agli imam, ai mufti, alle istituzioni religiose riconosciute universalmente dalla tradizione classica islamica, come, per esempio, l’Università islamica di al-Azhar, ma si inventa i suoi (il cui passato spesso non è esattamente cristallino, oppure in ogni caso senza alcuna preparazione religiosa) che inveiscono legittimando l’azione di questo o quel capo locale, di questa o quella milizia, di questa o quella fazione politica. Proclamano il ǧihād riempiendosi la bocca di citazioni religiose, promettendo paradisi nell’aldilà e ingenti somme di danaro nel mondo di qua, offrendo in cambio della vita il sogno di un mondo migliore in cui l’Islam regnerà.

Il problema è che questi discorsi deliranti diventano potenti strumenti per plagiare menti e armare braccia, soprattutto laddove le condizioni di partenza sono di grande svantaggio: povertà, malessere sociale, ignoranza (anche religiosa), frustrazione, ingiustizia e repressione. Siamo convinti che questo punto sia assolutamente centrale per la riflessione sulla lotta alle forme di estremismo islamico e di jihadismo contemporaneo.

Come viene narrato il ǧihād sulla stampa occidentale e italiana in ispecie?
Il termine ǧihād è entrato nell’uso comune proprio attraverso i mezzi di informazione –giornali, ma soprattutto televisione – sempre e comunque in relazione a eventi violenti e drammatici, come attentati, stragi, uccisioni, minacce all’Occidente, e quindi sempre collegato alla “paura” dell’Islam, dell’“Altro”. La paura di una vera e propria minaccia terroristica globale è collegata indubbiamente all’11 settembre 2001, che ha costituito uno spartiacque. Sinceramente pensiamo sia estremamente difficile che la connotazione fin qui acquisita possa ragionevolmente essere superata in tempi brevi. Il ǧihād è narrato giornalisticamente nella stragrande maggioranza dei casi come movente primo per qualsiasi atto terroristico, come se da questa antica istituzione della giurisprudenza islamica, legata a precise disposizioni di legge e procedure ben definite dai giurisperiti dei secoli passati, si potessero trarre oggi giustificazioni per compiere atti violenti che ovviamente con la religione e con il volere di Dio non hanno nulla a che vedere e che piuttosto sono collegabili a dinamiche conflittuali e assolutamente politiche, complesse ed estremamente attuali. Purtroppo la strumentalizzazione del termine, cui la stampa sia occidentale in generale che italiana in particolare si presta, getta benzina sul fuoco, fomentando ancor di più i discorsi islamofobici che imperversano nell’opinione pubblica occidentale, ma anche (paradossalmente) contribuendo a indottrinare malamente giovani e giovanissimi, che si percepiscono come buoni musulmani, che vanno a fornire la manovalanza, o meglio la carne da macello, per le organizzazioni del terrorismo internazionale. Spesso questi giovani sono nati e/o cresciuti in Occidente, e questo dovrebbe farci riflettere.

Un secondo punto che vorremmo sottolineare è che dalla stampa emerge che il ǧihād è la lotta dei musulmani contro gli infedeli, dunque la minaccia contro gli “occidentali” e i cristiani, e a poco valgono le statistiche che dimostrano inconfutabilmente che il numero di vittime del terrorismo cosiddetto islamico, o se volete del ǧihād, è molto più alto fra i musulmani stessi rispetto ai non musulmani, la qual cosa testimonia che più che il tema del “noi” e “loro” bisognerebbe riflettere contro chi e cosa questo supposto ǧihād si combatte e chi tiene i fili della messinscena globale. Infine, un auspicio: proprio la stampa e la televisione hanno una responsabilità grandissima e il loro ruolo è fondamentale nell’educare alla migliore comprensione dei fenomeni del nostro mondo grande e terribile. In questo, come in altri casi, iniziando dallo sforzo per l’utilizzo di un linguaggio corretto. Le parole non sono solo pesanti, esse hanno delle ripercussioni sempre e comunque. Forse evitare di parlare di ǧihād a sproposito, evitare di parlare di terrorismo “islamico” definendolo – come bisognerebbe fare – terrorismo “internazionale”, contribuirebbe a smorzare i toni di un dibattito sempre più sterile e inutile e a combattere con le armi giuste un fenomeno aberrante che con la religione ha veramente poco a che vedere.

Patrizia Manduchi è professore associato di Storia del mondo arabo contemporaneo presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari. Sul tema del radicalismo islamico ha all’attivo numerose pubblicazioni tra cui: La collera di Allah (Quaderni di Orientalia Karalitana, Cagliari 1995); Il ğihād fī sabīl Allāh: L’elaborazione teorica rivoluzionaria del Fratello musulmano Sayyid Qutb nelle pagine del Ma‘ālim fī al- ṭarīq, in Orientalia Karalitana, Cagliari, 1998); Dalla penna al mouse. Gli strumenti di diffusione del concetto di jihad (curatela, Franco Angeli, Milano 2006); Questo mondo non è un luogo per ricompense. Vita e opere di Sayyid Qutb, martire dei Fratelli Musulmani (Aracne, Roma, 2009); Voci del dissenso. Movimenti studenteschi, opposizione politica e transizione democratica in Asia e in Africa (Aracne, Roma 2011).

Nicola Melis è docente di Storia e istituzioni dell’Africa mediterranea e del Vicino Oriente presso il Dipartimento di scienze politiche  e sociali dell’Università di Cagliari. Nella sua attività di ricerca ha dedicato ampio spazio ai temi del ğihād. Su questi temi ha pubblicato, tra gli altri, “Some observations on the concept of dār al-ʿahd in Ottoman context”, in Dār al-islām / dār al-ḥarb, a cura di G. Calasso e G. Lancioni (Leiden, Brill, 2017) e Trattato sulla guerra. Il kitāb al- ğihād di Molla Hüsrev (Cagliari, Aipsa, 2002).

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