“Italia ribelle. Sommosse popolari e rivolte militari nel 1920” di Andrea Ventura

Dott. Andrea Ventura, Lei è autore del libro Italia ribelle. Sommosse popolari e rivolte militari nel 1920 edito da Carocci: quali eventi scandiscono la primavera-estate del 1920?
Italia ribelle. Sommosse popolari e rivolte militari nel 1920, Andrea VenturaTra maggio e giugno del 1920 si verificarono tumulti, sommosse, rivolte militari ed assalti ai carabinieri, agli ufficiali dell’esercito e alle guardie regie. Il primo livello di Italia ribelle è quello della ricostruzione, nel dettaglio, di questi eventi: una microstoria attenta alle voci delle piazze, delle strade, delle botteghe, delle caserme dei carabinieri e degli uffici ministeriali con l’obiettivo di proporre una sorta di “fenomenologia” della mobilitazione popolare e delle azioni intraprese dalle forze dell’ordine.

Il libro si sofferma in particolare sui tumulti di Viareggio – scaturiti dall’uccisione, per mano di un carabiniere, di un guardalinee durante il tafferuglio nato al termine di una partita di calcio –, sulla rivolta di Ancona e più in generale sul movimento di protesta contro la spedizione militare italiana in Albania.

La primavera-estate del 1920 è uno degli spartiacque del primo dopoguerra: mentre gli scioperi e l’influenza delle sinistre nella società italiana stavano raggiungendo il picco, i paralleli propositi di riorganizzazione delle élite dirigenti, già emersi nel corso del 1919, entrarono in una nuova fase. Questo, come dimostrato dalle ricerche di Fabio Fabbri, comportò una recrudescenza della violenza antipopolare da parte delle forze dell’ordine.

La maggioranza parlamentare si affidò all’esperto Giovanni Giolitti, esponente e simbolo del neutralismo liberale che, nell’Italia prebellica, era spesso riuscito a disinnescare la conflittualità sociale. Il nuovo governo si costituì in quel frangente con l’intento di ristabilire l’ordine nel paese e, nel frattempo, le organizzazioni industriali iniziarono a respingere con efficacia il protagonismo dei lavoratori. A partire da Trieste, inoltre, si diffuse un fascismo che sarebbe diventato un laboratorio politico per gli anni a venire: sul confine orientale i Fasci di combattimento sovrapposero pratiche antioperaie, antisocialiste, antislave e nuove retoriche imperialiste. In questo periodo di costruirono i presupposti delle alleanze elettorali antisocialiste che, tra le amministrative dell’autunno successivo e le politiche del 1921, avrebbero legittimato le collaborazioni tra gli squadristi e le forze dell’ordine.

Gli eventi dell’Italia ribelle non possono però essere espunti da una visione più ampia e complessiva, in particolare dal periodo della storia europea compreso tra il 1917 ed il 1923, quando rivolte e rivoluzioni tornarono a essere una presenza costante in tutto il continente. Si trattò di un ciclo di agitazioni che, rimettendo al centro della scena pubblica la questione del potere, richiamò i cambiamenti epocali del 1789-1796 e del 1848. Le radici di questa nuova crisi europea e mondiale sono da cercarsi nel 1914: la Grande guerra inaugurò un’epoca di conflitti, violenze, fascismi, rivoluzioni e controrivoluzioni che si sarebbe spenta definitivamente solo nel 1945.

Qual è la genealogia della violenza popolare?
Credo che il termine “genealogia” sia quello più appropriato: solo uno sguardo di lunga durata mi può aiutare a rispondere. Oltre alla ricostruzione degli eventi contingenti e dei contesti, penso che la nostra attenzione debba soffermarsi su un fìl rouge: i conflitti di strada tra le classi popolari e le forze dell’ordine nella storia d’Italia. È la continuità della cultura repressiva dello Stato italiano, infatti, la chiave di volta per comprendere la violenza popolare. Si trattava, infatti, di uno Stato non certamente democratico che, fin dagli anni successivi all’Unità, aveva criminalizzato il conflitto sociale.

Tutti i rivoluzionari, invece, predicarono la violenza, ma in Italia non si ebbe una sola insurrezione progettata e messa in atto dai partiti dell’estrema. Le sinistre venivano sempre colte alla sprovvista dalle mobilitazioni di piazza, ma non rinunciavano mai a mescolarsi con esse.

I protagonisti e le protagoniste della violenza popolare della primavera-estate 1920 furono anarchici, socialisti, repubblicani, ma anche ragazzi senza una precisa collocazione politica, donne dei sobborghi popolari e soldati di leva. I ribelli e le ribelli usarono bastoni, sassi, pistole, fucili e barricate, ma si trattò di contingenze spontanee, localmente circoscritte e nella maggioranza dei casi “reattive”: alle violenze dello Stato, le classi “pericolose” risposero con una violenza sociale finalizzata a ottenere “giustizia”. Le folle, infatti, ipotizzarono così di ottenere una riparazione ai torti subiti: la guerra che, come dimostrava la missione italiana in Albania, sembrava non finire mai; il mancato rispetto dei provvedimenti sociali che i governi avevano promesso durante il conflitto; gli spari dei carabinieri sulle piazze popolari o sui bersaglieri ammutinati. Nelle rivolte non si scontrarono solo le autorità e i loro nemici, ma anche due visioni contrapposte della legge e della giustizia.

Durante le rivolte del 1920 i settori popolari delle città si organizzarono in azioni collettive contro le strutture dell’apparato statale in nome di interessi che venivano considerati generali. Coloro che parteciparono alle sollevazioni popolari parlarono di giustizia infranta e della necessità di ripristinare regole morali spezzate. Nel momento in cui saltava la concertazione e si sparava sui manifestanti, i tumulti si estendevano sui territori con facilità. Si trattava di reazioni immediate a episodi specifici che si sommavano alla lenta sedimentazione di esperienze (in piazza e in trincea), memorie (di rivolte passate), e notizie (degli eccidi che si susseguivano) di una violenza subita dai rappresentanti dello Stato.

In sintesi, sono i vecchi limiti del liberalismo italiano, nel contesto del dopoguerra e dei traumi vissuti durante il conflitto, a svelarci la genealogia della violenza popolare. Il lievito delle rivolte è costituito dalle difficoltà sociali, dalle sopraffazioni e dalla cultura repressiva delle forze dell’ordine, non da una politicizzazione e una nazionalizzazione delle masse attuate dalle organizzazioni rivoluzionarie o “massimaliste”.

Il libro si sofferma in particolare sui tumulti di Viareggio, la rivolta di Ancona e più in generale sul movimento “Via da Valona”: quali pratiche politiche, ideologie, relazioni sociali e linguaggi si manifestano dietro queste sommosse e rivolte?
È una domanda complessa a cui posso rispondere, almeno in questa sede, solo per sommi capi. Le pratiche politiche e le “anime” della protesta furono composite: accanto alle insurrezioni armate e agli ammutinamenti, si registrarono concertazioni con le autorità, scioperi generali, scioperi della fame, sabotaggi, cortei, comizi, interpellanze parlamentari, affissioni di manifesti e campagne di stampa.

L’ideologia della protesta fu un’ideologia popolare: per dirla con le parole di George Rudé, «l’intero arco delle idee e delle convinzioni che sono alla base dell’azione sociale e politica» e si fonda sulla mescolanza continua e sull’influenza reciproca tra l’elemento «intrinseco», basato «sull’esperienza diretta, la tradizione orale e la memoria folklorica e non appreso ascoltando prediche o leggendo libri», e quello «derivato» che spesso «assume la forma di un sistema più strutturato di idee politiche e religiose, come i diritti dell’uomo, la sovranità popolare, il laissez-faire e il sacro diritto di proprietà, il nazionalismo, il socialismo, le varie versioni giustificative di una Fede». Elemento “intrinseco” ed elemento “derivato” si coagulano e formano una sintesi in base al contesto storico e geografico. A partire dal 1919 la componente “derivata”, la suggestione per la rivoluzione russa e per Lenin spinsero in avanti le mobilitazioni e alimentarono speranze per un radicale mutamento dell’esistente. Tuttavia, anche nel dopoguerra furono le difficoltà materiali quotidiane, l’impossibilità di sopportare i soprusi e le violenze dello Stato, nel contesto di una guerra totale ancora lontana dal concludersi del tutto, a innescare quel ciclo delle radicali proteste che, avviato nel 1917, stava ormai per spegnersi.

L’Italia ribelle era composta da strati sociali più bassi delle città: “plebaglia” per i giudici italiani, sarebbero stati chiamati “lower class” dai magistrati britannici e “menu peuple” dalle autorità francesi. Si trattava di artigiani, operai, commessi, barbieri, casalinghe, marinai, maniscalchi, scaricatori di porto, soldati, braccianti, facchini. Uomini e donne di ogni età, ma soprattutto giovani, si trovarono fianco a fianco contro le forze dell’ordine e contro lo Stato. Le proteste ebbero una dimensione comunitaria e localistica: i lavoratori organizzarono delle azioni in difesa delle piccole patrie locali nelle quali vivevano perché si percepivano come assediati dallo Stato centrale: queste caratteristiche della protesta, oltre all’assenza di “agenzie” disposte a scendere sul piano insurrezionale, ci spiegano la mancata diffusione nazionale delle rivolte armate contro lo Stato.

I tumulti avvenuti in seguito all’ammutinamento dei soldati destinati a Valona, invece, ebbero la peculiarità di rompere gli steccati localistici e si trasformarono in un movimento ibrido che fece sentire la sua voce anche in parlamento. Il partito socialista, infatti, si batté ed ottenne il ritiro del contingente italiano dall’Albania, e questo costituiva l’obiettivo comune delle diversificate forme di lotta. Nel 1919-1920 il PSI non rinunciò dunque alle rivendicazioni contingenti, appoggiò tutte le mobilitazioni del movimento operaio e continuò a penetrare nel tessuto economico e amministrativo delle città. La parola d’ordine era la dittatura del proletariato, ma con il conflitto sindacale e di piazza i socialisti trasformavano la legislazione politica e sociale del paese, imponevano nuovi rapporti tra Stato e cittadini, e contribuivano a costruire spazi di democrazia.

Il linguaggio della protesta è simile a quello che emerge nei tumulti contro il caro vita del 1919 studiati da Roberto Bianchi: gli appelli ad una “giustizia popolare” infranta rimandano alle rivolte preindustriali, mentre «lo sciopero generale, i comizi, le “guardie rosse”, il confuso richiamo all’esempio bolscevico, il ruolo assunto dalle strutture operaie, socialista o degli ex combattenti, richiamano subito alla contemporaneità e al Novecento».

In che modo la categoria della “brutalizzazione della politica” è utile alla comprensione del primo dopoguerra italiano?
Tra il 1980 ed il 1990 lo storico George Mosse mise il rilievo che la violenza della prima guerra mondiale costituì una cesura senza precedenti che produsse una “brutalizzazione delle coscienze” e causò una radicalizzazione della lotta politica. La Grande guerra, per Mosse, condusse a una certa insensibilità verso la vita umana e all’utilizzo di forme guerriere di lotta politica in tempo di pace.

Dagli anni Novanta questo tema ha influenzato gran parte degli studi e del dibattito storiografico europeo sulla guerra e sul primo dopoguerra. In Italia, questa categoria è stata utilizzata dagli storici, in primis da Emilio Gentile, per ricostruire e comprendere la violenza squadrista e i presupposti culturali del movimento e del regime fascisti.

A partire dai primi anni Duemila la categoria di “brutalizzazione della politica” è stata sottoposta a molteplici e sfaccettate critiche. La violenza della prima guerra mondiale, per molti storici, deve essere ricollegata alla violenza imperialista, ai nazionalismi, allo sviluppo dello Stato moderno, ad una specifica cultura nazional-patriottica. Inoltre, questa espressione non ci spiega perché in alcuni Stati usciti dal conflitto si diffuse una violenza interna ed in altri no. Infine, i violenti del dopoguerra, squadristi e sovversivi, non furono solo ex trinceristi. Anzi, in molti erano poco più che bambini durante la guerra.

Soprattutto, i ribelli non furono il prototipo dei violenti a cui si riferiva George Mosse: non si trattava di uomini intenzionati a distruggere il nemico interno e privi di sensibilità davanti alla morte e alla crudeltà umana. Senza eserciti, unità paramilitari, strutture direzionali, organizzazioni logistiche e obiettivi programmati, le pratiche violente della primavera-estate 1920 furono, piuttosto, delle ribellioni improvvise ed estemporanee scaturite dalla missione in Albania o dalle violenze delle forze dell’ordine.

Viceversa, gli irrigidimenti nella gestione dell’ordine pubblico, e le convergenze tra settori delle borghesie, formarono dei solidi blocchi antipopolari favorendo il rafforzamento delle culture repressive: come scrive Giulia Albanese, furono «le pratiche della politica della reazione, più che quelle della rivoluzione», ad anticipare «la politica degli anni successivi». A imporsi fu il sovversivismo dei giovani ceti medi urbani, soprattutto gli studenti, che dopo aver contribuito a spingere l’Italia in guerra, costruirono una nuova destra a vocazione totalitaria: il fascismo.

Andrea Ventura è direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in provincia di Lucca

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