Israele e l'Islam. Le scintille di Dio, Pietro CitatiÈ un racconto a due voci quello che vive nei saggi raccolti nel libro Israele e l’Islam. Le scintille di Dio di Pietro Citati, edito da Bompiani. Una prosa ricca ma mai sterile accompagna lungo il contenuto denso di fascino e mistero tracciando un parallelo tra le due tradizioni, quella ebraica e quella islamica, che parte sin dalla creazione del mondo.

Nella prima parte il racconto di Israele si arricchisce di riflessioni filologiche, come quelle sul libro biblico di Tobia: «La Bibbia ha anche piccoli angoli, nei quali è così piacevole sostare. Come il Libro di Tobia, scritto nel II secolo a.C., che la severità dei dottori ebraici e luterani ha cacciato dall’Antico Testamento, e che solo la sorridente saggezza della Chiesa cattolica ha accolto. Non è, forse, un grande libro: non ha una vera profondità religiosa; vi parla una morale pratica un po’ comune. Ma il suo delizioso tono di leggenda edificante, la sua finta innocenza popolare devono aver incantato i cuori dei fedeli medioevali, come incantano quelli dei fedeli moderni, che amano vedere le rughe distendersi sul volto di Dio.»

La sorte di voce prefiguratrice del Messia toccata al libro: «Anche il piccolo Libro di Tobia subì, nei primi secoli cristiani, la sorte di tutto l’Antico Testamento. Venne sottoposto a un inesausto lavoro di interpretazione tipologica e allegorica, per cui in ogni lettera del libro risuonano il nome del Cristo e i riti cristiani. Già nel II secolo, il pesce che Tobiolo e Raffaele pescano nelle acque tenebrose del Tigri, diventa il simbolo del Cristo: Christus intelligitur per piscem, ribadisce, nel IV secolo, Optato di Mileto. Le lettere greche del nome del pesce sono le stesse lettere iniziali delle cinque parole greche: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. Se il pesce, commenta sant’Agostino, vive liberamente nelle profondità delle acque, così Cristo visse nell’abisso della mortalità, senza peccato. Attorno a questa identificazione si raccolgono, come in una corona, le altre identificazioni rituali. Come Raffaele e Tobiolo mangiarono, sulla riva del Tigri, le carni dell’animale, i credenti mangiano nell’eucaristia le vive carni del Cristo. Il fegato e il cuore, arrostiti sulle braci della Passione, mettono in fuga il diavolo: il fiele rende la vista al mondo. Il pesce, che vive nelle acque, è segno del battesimo, che l’acqua dona al fedele; e della salvezza che Dio dona ai suoi oltre la morte.

Come i miti, i simboli religiosi hanno una storia: o, per meglio dire, rivelano in piena luce un significato e un alone, che prima tenevano nascosti, come se gli uomini non fossero ancora pronti a comprenderli. Cristo-pesce scomparve, almeno in parte, dall’orizzonte. L’arcangelo Raffaele, che apparve a Tobiolo mascherato e senz’ali, diventò il simbolo dell’angelo custode, che ci aiuta nei pericoli quotidiani della vita, ci protegge nei viaggi e nella solitudine, ci difende contro le fantasie demoniache, porta con sé il vaso dei rimedi materiali e spirituali, ci indica la strada misteriosa del cielo. Così l’angelo, che aveva espresso il lato radioso e tremendo del Trono e della Gloria di Dio, ora esprime il divino in ciò che ha di più prossimo, familiare, quotidiano: un lieve soffio sulla nuca, una carezza sulla spalla. Già un testo del I secolo aveva affermato che ogni uomo ha il proprio angelo custode. Ma nel XV e nel XVI secolo, il culto si diffuse in modo clamoroso. Il 3 giugno 1526 fu celebrata la prima messa pubblica in onore dell’angelo custode, attirando moltitudini. San Francesco di Sales lo venerava. I gesuiti ne diffusero la devozione.»

Il racconto biblico conduce Citati a nuove e più ispirate riflessioni: «Tra i saggi che mi piacerebbe scrivere, e che non sarò capace di scrivere, ve ne è uno sulla morfologia delle ali degli angeli. È un progetto immenso, che avrebbe bisogno di cultura grandissima, e di una straordinaria delicatezza di sensazioni, perché nelle ali degli angeli si è espressa sia una complicata cultura teologica sia una libera follia fantastica, che non conosce limiti né prescrizioni. Ali degli angeli di Cavallini a Santa Cecilia in Trastevere, così molteplici da avvolgere e nascondere in se stessa la creatura celeste: piccole ali disperate che battono pazzamente degli angeli di Giotto: frementi e sottilissime ali di Simone Martini, che finiscono con penne di pavone: ali di farfalla del Beato Angelico: ali rosa e blu ardente di Pisanello: immense ali rosa e celesti degli angeli di Signorelli, che suonano le trombe della Resurrezione: ali appena spuntate di Correggio e Parmigianino: ali che sembrano insanguinate dell’angelo musicante di Rosso Fiorentino: ali tra la colomba e l’aquila del Riposo nella fuga in Egitto di Caravaggio; ali divaricate e membrutissime del Greco…»

Un filo lega Qohélet e la distruzione del Tempio raccontata da Giuseppe Flavio, di cui Citati traccia un profilo approfondito.

Nella seconda parte, è l’Islam e la sua concezione del divino a farci riflettere: «Allah non si è incarnato come il Dio cristiano. Egli è soltanto “entrato” nelle forme create, come un’immagine “entra” e si riflette dentro uno specchio. Chi contempla le cose, non conosce la luce divina: la scorge deformata e trasformata, come la luce che penetra in un filtro di vetro colorato viene tinta dal giallo o dal rosso. Il nostro mondo è l’ombra rispetto alla persona, la figura specchiata rispetto all’immagine, il frutto rispetto all’albero. Il cielo è soltanto un punto uscito dalla penna della perfezione di Dio: la terra è un bottone del giardino della sua bellezza, il sole una piccola luce emanata dalla sua saggezza, la volta celeste un’onda del mare della sua onnipotenza. Così il credente, che si slancia verso le forme create per conoscere Dio, incontra la delusione più atroce: giacché il mondo è un velo che ci nasconde il Suo volto. Non sappiamo se ce lo nasconda perché è un velo troppo spesso: o perché la manifestazione di Dio è così intensa, la rivelazione così luminosa da accecare il nostro occhio, simile all’occhio dei pipistrelli, che di giorno non vedono a causa della debolezza della loro vista. Sebbene Dio si manifesti in tutte le cose, Egli è nascosto ed assente, e noi sogniamo invano la Sua piena rivelazione. Sebbene tutti gli esseri siano segnati dalla Sua impronta, non possiamo scorgere nessuna traccia che ci conduca fino a Lui. Egli abita infinitamente lontano.»

La rivelazione di Maometto: «Nella rivelazione di Dio a Maometto, come la raccontano Ibn Isḥāq, Ṭabarī e la tradizione antica, qualcosa di sublime e di unico, una grandiosa esperienza originaria, tocca la linea dei semplici fatti umani. Molti hanno fantasticato su quale avrebbe potuto essere la vita di Maometto, se la visione l’avesse occupato completamente, ed egli si fosse accontentato di ascoltare senza fine la Voce, come un mistico, senza uscire dalla caverna. Ma Maometto uscì dalla caverna, e conquistò la terra.»

«Molto più saggio dell’Occidente cristiano, Maometto non credeva nel Progresso ma nel Regresso della storia. La migliore generazione dell’Islam era stata la sua e quella dei diecimila Compagni: poi veniva quella dei Seguenti, poi ancora quella dei Seguenti dei Seguenti, e così via, ogni generazione inferiore all’altra, ognuna più lontana dallo spirito originario della Rivelazione, quando l’arcangelo Gabriele gli aveva dettato le prime parole del Corano.»

I fiori della tradizione islamica: dalle storie delle Mille e una notte a Abū Ja‘far Muḥammad aṭ-Ṭabarī e le sue Notizie dei profeti e dei re passando per Leylā e Majnūn di Neẓāmī. E poi le vere e proprie “scintille di Dio”, figli della tradizione ebraica come Joseph Roth, Simone Weil o Hannah Arendt. Per concludere con l’antisemitismo e le sue origini: «Mai un popolo portò a un punto così alto e profondo la passione religiosa: furibonda, ardente, meticolosa, capace di sottigliezze intellettuali meravigliosamente acute, interrogando e interpretando un testo sacro o un rito o una legge. Il rapporto con Dio, come oggi lo conoscono cristiani e musulmani, è di origine quasi esclusivamente ebraica. Tutti siamo passati attraverso la Bibbia, il volto molteplice di Jahve, i Salmi, Giobbe, la lettura scrupolosa dei testi sacri, il sogno del Messia, l’attesa della fine dei tempi. Per questo, in primo luogo, cristiani e musulmani odiarono gli ebrei. Si odiano sopratutto i propri padri e i propri simili.»

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