Islam e pluralismo. La coabitazione religiosa nell’Impero ottomano, Federico DonelliDott. Federico Donelli, Lei è autore del libro Islam e pluralismo. La coabitazione religiosa nell’Impero ottomano edito da Le Monnier: quali dinamiche presiedevano alla gestione delle diverse comunità confessionali presenti all’interno dell’Impero ottomano?
Come riporta il titolo stesso, il libro tratta del delicato rapporto tra l’Islam e le altre religioni monoteiste, ebraismo e cristianesimo, in un contesto, quale quello dell’Impero ottomano, contraddistinto per quasi cinque secoli da una convivenza per lo più pacifica. Gli ottomani optarono per l’accettazione e integrazione dei non musulmani; così facendo rinunciarono all’applicazione esclusiva della Legge religiosa, in favore di una commistione tra essa e il diritto consuetudinario vigente tra le popolazioni sottomesse. A contare non era l’appartenenza religiosa dei sudditi ma la loro fedeltà al potere imperiale, espressa dalla lealtà al sultano. Aspetto che preme sottolineare è che la minoranza, nel senso liberale-occidentale del termine, non era concepita all’interno dell’Impero ottomano. In quanto Stato non etnico, l’Impero era privo di una maggioranza etnica e conseguentemente di una o più minoranze. In altre parole, la minoranza, nella sua concezione moderna, era una categoria assente nel contesto ottomano, dove, in quanto stato musulmano, a contare era il concetto di comunità (ummah) e il rapporto con i dhimmî (‘protetti’), gâvur nella terminologia popolare turca. Quest’ultimo non era vincolato al mero tecnicismo della Legge religiosa sharī’a (şeriat in turco). A livello giuridico-normativo, infatti, gli ottomani realizzarono un connubio tra il discorso legalista sharaitico e la prassi di derivazione preislamica, eredità turco-mongola mediata dall’incontro con altre civiltà, su tutte la bizantina. Di conseguenza, la legittimazione teorica dei millet si fondava sulla şeriat ma nella prassi era garantita da due istituzioni dal carattere laico: i decreti amministrativi Kānūn-i Osmānī (kânûn) e i magistrati locali qāḍī (kadı in turco), veri e propri rappresentanti della ‘giustizia del sultano’.

Come si articolava il sistema dei millet?
All’interno di una struttura imperiale, le relazioni erano integrate verticalmente in uno schema gerarchico in cui ruolo determinante spettava a coloro che facevano brokeraggio, mediando tra le periferie, non solo geografiche, e il centro dove risiedeva il potere. All’interno di tale schema, conosciuto come ‘hub-and-spoke’, gli intermediari costituivano uno strumento di controllo dei diversi gruppi, ostacolando la formazione di legami alternativi al potere imperiale. Tra i corpi intermedi, ruolo particolare nonché caratterizzante l’intera esperienza ottomana spettò all’istituto del millet. Il termine ‘millet’, dall’arabo milla, definisce le comunità religiose senza riferirsi a precisi limiti territoriali, comunità dotate di diritti e autonomie amministrative non alternativi ma complementari all’integrazione nel tessuto giuridico e civile imperiale. Quello che ricercatori e studiosi definirono ‘sistema’ dei millet, termine che tecnicamente designa il quadro strutturale dei gruppi religiosi internamente autonomi, costituì una versione ottomana di governo indiretto. I millet maturarono a partire dalla regolazione delle relazioni con la potente comunità cristiano-ortodossa, diventando, nel tempo, uno strumento normativo e pratico di governo per tutte le componenti non musulmane. Infatti, dall’esperienza ortodossa venne mutuata una cornice legale di relazioni con i singoli millet, consuetudini reciprocamente accettate e consolidate con lo scorrere degli anni. Ne emerse una sorta di modello delle relazioni con le altre due grandi comunità non musulmane: la comunità armena e quella ebraica. La suddivisione attraverso appartenenze confessionali creò un ordinamento semplice da amministrare ed efficace nel governare. Quanto alle differenze etniche e linguistiche, esse non svanivano, ma delineavano divisioni interne a ogni singolo millet.

Dal punto di vista politico il sistema dei millet rifletté un approccio pragmatico alla natura pluriconfessionale dei domini. Fu grazie alla sostanziale neutralità civico-religiosa dei millet che venne garantita la stabilità del complesso pluralismo ottomano. Attraverso la cooptazione dei leader ecclesiastici nei quadri della gerarchia politico-amministrativa, gli ottomani individuarono la primazia intorno alla quale compattare le comunità. I leader delle comunità trovavano posto nei quadri imperiali nella veste di funzionari civili, diventando intermediari privilegiati. I millet si configuravano come un istituto giuridico teso a definire in prima istanza lo status dei sudditi ottomani in rapporto alle istituzioni imperiali. In tal modo l’autorità sultanale era riconosciuta da tutti i sudditi, musulmani e non musulmani, in quanto garante dello status quo nonché fondamento costituzionale dello Stato ottomano. Inoltre, l’appartenenza comunitaria priva di qualunque identificazione geografica – i millet non erano comunità circoscritte in un territorio dato e chiuso – allontanò il rischio che le singole comunità venissero segregate o si autosegregassero creando aree, quartieri o interi villaggi ghetto.

Quale parabola ha attraversato l’istituto del millet nell’arco degli oltre quattro secoli dalla sua affermazione al progressivo declino?
Il cosiddetto ‘sistema dei millet’ favorì un lungo periodo di convivenza pacifica che, oltre ad agevolare un’epoca di prosperità conosciuta come ‘Pax ottomana’ (1500-1774), generò simbiosi caratterizzate da un elevato livello di sincretismo culturale. Le interazioni quotidiane alimentarono i legami intercomunitari funzionando da disinnesco di contrasti e tensioni. Pur non mancando i rancori e le diffidenze, l’equilibrio di convivenza tra le diversità confessionali, linguistiche ed etniche rimase pressoché intatto fino alla seconda metà del XVIII secolo, quando la traiettoria storica ottomana fu caratterizzata dal crescente contatto con la modernizzazione europea. Le ideologie provenienti dall’Europa si propagarono tra le comunità cristiane, favorendo la formazione di identità etno-nazionali rigide ed escludenti, inconciliabili con la struttura sociale e di convivenza ottomana, di cui i millet costituivano la principale espressione istituzionale. La progressiva erosione della coabitazione fu determinata dalla convergenza di dinamiche endogene, di contingenze socioeconomiche mediterranee nonché dal continuo mutamento degli equilibri di potenza tra l’Occidente ‘cristiano’ e l’Oriente ‘musulmano’. La suddivisione comunitaria della società ottomana comportò non solamente benefici, ma anche diversi svantaggi, tra cui la formazione di un humus particolarmente favorevole alla diffusione dei nazionalismi. Il sistema dei millet, nonostante fosse esclusivamente basato su appartenenze identitarie religiose, agevolò la trasmissione delle peculiarità etnico-culturali dei singoli gruppi, risultando funzionale alle finalità̀ dei movimenti politici e ideologici ottocenteschi di esaltazione e difesa della nazione.

Quali spunti di riflessione può fornire al dibattito in corso sul rapporto tra culture e religioni differenti in uno spazio comune l’analisi critica dell’esperienza ottomana?
La formula che ha garantito la convivenza pacifica tra culture, lingue ed etnie all’interno di un territorio vastissimo come quello ottomano è oggi più che mai attuale, alla luce delle sfide proposte dall’elaborazione di progetti, analisi e politiche che vadano nella direzione di una mediazione tra Occidente e islam. Risulta quindi un argomento caro e particolarmente sensibile in un periodo storico caratterizzato dalla necessità, in particolare per noi europei, di doverci rapportare quotidianamente con l’islam e con la strumentalizzazione violenta del suo messaggio che era e rimane un messaggio tollerante. La convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei fu una realtà abituale nel Mediterraneo. Sulla sponda meridionale, tale realtà interculturale coincise per quasi sei secoli con i confini dell’Impero ottomano. In conclusione, quello che fino a pochi anni fa poteva sembrare una questione meramente esegetica oggi, alla luce dei ‘nuovi’ incontri mediterranei, ha assunto una dimensione di attualità, anche mediatica, per gli Stati europei chiamati a formulare risposte alle richieste di diritti collettivi da parte di specifici gruppi etnici e religiosi. Appare dunque quanto mai urgente riscoprire il valore del Mediterraneo come unicum, mosaico di retaggi culturali differenti che si intrecciano nella condivisione di un comune patrimonio storico. La lezione che è possibile trarre dalle vicende ottomane è di una realtà interculturale, caratterizzata da conoscenza e rispetto nei confronti della diversità, considerata un elemento utile all’arricchimento comune di Tutti, piuttosto che pericolosa minaccia del Sé.