Dott.ssa Chantal Gabrielli, Lei ha curato il commento e altre sezioni del libro Iscrizioni funerarie latine. Sopravvivere alla morte edito da Rusconi: quale funzione avevano le iscrizioni funerarie?
Iscrizioni funerarie latine. Sopravvivere alla morte, Chantal Gabrielli, Giulia Danesi MarioniPremesso che la domanda è complessa, possiamo dire in sintesi che le iscrizioni funerarie avevano il compito di soddisfare contemporaneamente le esigenze dei morti e dei vivi. Da una parte esorcizzavano il timore del defunto di giacere in una tomba anonima: il nome, infatti, per i Romani era elemento costitutivo della persona e dopo la morte fisica diventava l’unico mezzo in grado di perpetuare il ricordo del defunto nella comunità dei vivi; dall’altra parte il testo iscritto e il monumento funebre nel suo complesso indicavano un luogo fisico concesso alla famiglia per piangere i propri cari e presso il quale recarsi per ricordarli nelle feste dei morti quando, durante i Parentalia, che si tenevano in alcuni giorni di febbraio, ci si recava ai sepolcri, adornandoli di ghirlande di fiori e si consumava un pasto che poteva assumere anche l’aspetto di un banchetto.

Chi ne erano gli autori?
Moltissimi, si potrebbe rispondere in forma lapidaria! In effetti gli autori dei testi iscritti sono una schiera numerosissima di individui, diversi fra loro per grado di cultura, estrazione sociale e professione. Solitamente i parenti del defunto, dopo aver scelto il supporto nell’officina epigrafica, prendevano accordi con il personale di bottega sul testo da incidere, come del resto avviene ancora oggi nel negozio del marmista. Il testo poteva essere suggerito dal lapidarius stesso o comunque dalle maestranze specializzate presenti nella bottega, che mostravano al com­mittente, interpretando la sua volontà talvolta confusa, un repertorio di frasi fatte generiche, di moduli standard, di epigrammi con temi adatti a soddisfare le esigenze di tutti, o adattabili a tutti i destinatari. Ciò ha fatto sospettare l’esistenza di prontuari o album disponibili in bottega, sebbene nessuno di essi ci sia pervenuto; l’ipotesi, oggi generalmente ammessa, è suffragata da vari indizi: tanto per cominciare è indicativa la ripetitività seriale o alme­no la vistosa somiglianza, formale e di contenuti, fra testi interi o parte di essi (motivi topici, proverbi, modi di dire, frasi sentenziose) provenienti da luoghi dell’impero tra loro lontani e con ampia forbice temporale. In alternativa all’utilizzo di testi per così dire ‘preconfezionati’ che si adattavano poi ai desideri e intenzioni del cliente con l’aggiunta di elementi personalizzanti, anche iconografici, con l’inserimento di nome e dati biometrici del dedicatario affiancati in qualche caso dal nome del dedicante, il committente poteva presentarsi in bottega con un epitafio da incidere già pronto, redatto di persona o da un parente, da un amico letterato oppure commissionato a un versificatore o a un retore. E talvolta tutto questo era risparmiato ai parenti in lutto: il morto con previdenza, lasciava indicazioni precise per tomba e iscrizione nelle volontà testamentarie, oppure aveva scel­to e allestito da vivo il proprio monumento funebre. Tutto ciò spiega il diverso livello di elaborazione formale dei testi epigrafici, non solo buoni versificatori ma persone colte e semicolte che scrivevano in versi e in prosa con risultati non sempre soddisfacenti. In rarissimi casi conosciamo l’autore del testo epigrafico, fra i pochi pervenutoci c’è quello di un certo Lupus; di lui non sappiamo quasi nulla ma il suo epigramma epigrafico piacque ed ebbe fortuna, tanto da essere copiato più volte.

Quali sono le formule più comuni nei testi delle iscrizioni funerarie latine?
Esistono formule di apertura e chiusura molto frequenti. Solitamente all’inizio dell’iscrizione troviamo una adprecatio agli dèi Mani (Dis Manibus / Dis Manibus sacrum), ovvero un’invocazione agli antenati divinizzati che svolgono funzione protetti­va nei confronti dei discendenti che li onorano, talvolta il testo comincia con l’invito rivolto al viandante casuale (Iam siste viator / viator siste rogo / Valeas viator / siste parumper / da pedibus requiem ) a rallentare il passo e fermarsi presso la tomba, indugiando un po’ per leggere l’iscrizione incisa, conoscere la vita del defunto ivi sepolto e ravvivarne così la memoria. Spesso chiude il testo l’appello alla terra affinché sia leggera e non pesi sul corpo del defunto con la formula sit tibi terra levis, essa presuppone residua sensibilità delle spoglie come l’altra bene quiescat / ossa bene quiescant, anch’essa abbastanza frequente e più volte abbinata alla precedente; essa si legge ancora in qualche lapide meno recente dei nostri cimiteri in italiano (riposa in pace) o addirittura in latino (requiescat in pace); non mancano prescrizioni di stampo più prettamente giuridico che salvaguardavano l’integrità del sepolcro in modo che venisse garantito il dovuto rispetto ai Mani del defunto anche dalle generazioni future: così l’espressione hoc monumentum heredem non sequetur a chiusura di un’epigrafe sepolcrale aveva la funzione di indicare che il monumento funebre su cui era incisa diventava un bene indisponibile anche per l’erede del defunto, il quale pertanto non poteva usarlo a suo piacimento, beneficiando dello ius sepulchri; in alcuni casi poteva addirittura comparire un ammonimento contro i profanatori della tomba.

Quali sentimenti traspaiono dalle iscrizioni?
Nelle iscrizioni il sentimento prevalente che traspare è ovviamente il dolore per la scomparsa di una persona cara, di cui spesso vengono offerti dettagli sul momento della morte o sulle sue cause, ma non dobbiamo dimenticarci che ogni iscrizione ha una doppia valenza: annuncia e attesta una morte ma allo stesso tempo racconta la vita, momenti salienti dell’esistenza del defunto, fattori fisici caratterizzanti, il mestiere, le doti umane, le capacità professionali, etc. Per questo motivo nella selezione dei testi epigrafici presenti nella raccolta abbiamo voluto dare spazio a quattro temi principali: amore coniugale; mors immatura; professioni e mestieri; domus aeterna. Se da una parte il dolore, e conseguentemente quella ridda di sentimenti negativi che genera una morte come il rammarico, la rabbia contro le Parche che hanno tessuto un destino crudele, il senso di colpa o l’impotenza di fronte all’ineluttabile, costituiscono il fil rouge di ciascuna di queste sezioni; dall’altra emergono anche aspetti positivi e soprattutto la gioia per i momenti felici passati insieme. Così, accanto al dolore per le morti improvvise e inaspettate di fanciulli strappati alla vita prima del tempo, emergono la spensieratezza della gioventù, l’allegria dei giochi infantili, l’orgoglio genitoriale per la genialità di bambini prodigio; accanto allo strazio per la perdita dell’amato/a consorte si delineano con commovente ricchezza di dettagli momenti della quotidianità sponsale; con grande senso di appartenenza si decantano le gesta eroiche di un auriga capace di suscitare l’ammirazione della folla negli anfiteatri e infine particolare attenzione viene rivolta all’amorosa cura che i vivi mostrano nei confronti dei sepolcri, dimora definitiva e perpetua dei propri cari. Grazie infatti alle testimonianze epigrafiche, ed ovviamente ai rinvenimenti archeologici, è possibile ricostruire riti e usanze funebri che altrimenti non conosceremmo!

Quali, tra le migliaia di testi raccolti e riuniti nel volume, ritiene più significativi?
Molte iscrizioni qui raccolte sono contraddistinte da interessanti apparati iconografici che hanno proprio la funzione di completare e arricchire il testo epigrafico, talvolta eccessivamente sintetico e poco caratterizzante. Un caso significativo è rappresentato dalle due lastre incise di Titus Aelius Evangelus. Oltre a rappresentare uno dei rari esempi di doppia sepoltura, esse forniscono importanti informazioni sul lavoro del defunto e sul suo menages familiare. Infatti il liberto Tito Elio Evangelo allestì il proprio sepolcro dapprima per sé e la sua com­pagna e, successivamente, forse dopo la morte della compagna o dopo essersi separato da lei, preparò un secondo sepolcro per sé e per un’altra donna divenuta sua moglie, concedendone l’uso anche alla figlia naturale nata dalla precedente relazione. Sulle due lastre, un unicum per l’appa­rato iconografico, viene raffigurata l’organizzazione complessiva dell’attività lavorativa all’interno di un lanificium, attivo negli ultimi decenni del II secolo d.C. e di proprietà di Evangelo, e vengono dettagliatamente rappresentate le varie fasi della produzione tessile: dalla materia prima fino al prodotto finito. A testimonianza di ceti medi e medio bassi che potevano emergere con il proprio lavoro merita ricordare il lungo carme sepolcrale del mietitore della cittadina africana di Mactaris, un esempio di autobiografia autocelebrativa, il self made man, l’uomo che non si rassegna di fronte alla miseria nella quale è nato, ma crede nella possibilità di riscatto sociale attraverso l’impegno e la serietà sul lavoro.

A proposito di epigrafia monumentale un ruolo importante spetta alle cosiddette ‘statue parlanti’. Nella raccolta particolarmente interessante il sarcofago di Flavius Agricola, rinvenuto sotto il pavi­mento della Basilica di S. Pietro a Roma, e tipico caso in cui l’iconografia è tutt’uno con il testo scritto in cui la statua del defunto è rappresentata nell’atto di compiere esattamente gli stessi gesti descritti nel carme sepolcrale. In esso è Flavio stesso che, rivolgendosi ai casuali lettori e spettatori del suo monumento funebre, li ammonisce a godere a pieno le gioie della vita, compresi il piacere di partecipare ai banchetti, bere molto e cingersi il capo di fiori. Così sul coperchio del sarcofago Flavio è raffigurato disteso sul tipico lettino da convivio, con una coppa da libagione nella mano sinistra e la destra portata al capo per reggere una corona di fiori.

Infine vorrei ricordare alcune epigrafi con dedicatarie femminili. La lunga iscrizione metrica dedicata ad Allia Potestas è segnata da un’ampia sezione che ne descrive minutamente tratti fisici e tradizionali qualità morali, virtù do­mestiche e capacità di amministratrice, tipiche della matrona romana. Esistono però esempi che ci permettono di sfatare lo stereotipo della donna dedita solo alla cura della casa e delle vicende domestiche, segretata fra le mura della sua abitazione dove conduceva una vita morigerata e abbastanza monotona, nelle epigrafi incontriamo infatti anche donne dinamiche, attive, partecipi negli affari del marito, imprenditrici scaltre che affrontavano impavide i pericoli che i continui viaggi per mare e per terra potevano suscitare. Così Urbanilla, moglie di un mercante di olio e sua socia in affari, capace non solo di conservare il patrimonio del consorte ma addirittura di ampliarlo, costituisce un caso lampante di emancipazione femminile. In una economia di mercato che si basava su scambi di merci fra varie regioni dell’impero essa affrontò i pericoli di un lungo viaggio per mare e seguì il marito a Roma dalla Tunisia, luogo di residenza della coppia, morendo poi a Cartagine durante il viaggio di ritorno a casa. Similare esempio di donna di successo è costituito da Amemone, taverniera rinomata la cui ospitalità era così notoria da andare ben oltre Tivoli, luogo dove esercitava il suo mestiere, ed essere per questo motivo di orgoglio per il marito.

Chantal Gabrielli ha conseguito due dottorati (Storia e civiltà del Mondo Antico; Storia antica-Storia Politica e Culturale dell’Antichità Classica); docente a contratto di Epigrafia latina presso l’Università di Firenze, si occupa di storia economica e sociale, storiografia della tarda repubblica e prosopografia dell’Hispania tardoantica. Dal 2010 collabora al Progetto internazionale di digitalizzazione epigrafica EAGLE-EDR, ha pubblicato numerosi saggi in particolare sull’epigrafia latina dell’Etruria, è in uscita un libro su I signacula ex aere del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e in preparazione un volume sulle iscrizioni latine di Fiesole (Faesulae).

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