“Ipazia muore” di Maria Moneti Codignola

Ipazia muore, Maria Moneti CodignolaIpazia muore
di Maria Moneti Codignola
La Tartaruga edizioni

«Ipazia è una donna famosa, non solo ad Alessandria ma in tutto il mondo dei dotti; la conoscono anche a Roma, a Costantinopoli e ad Atene; si parla di lei, della sua bellezza e intelligenza, di come con i suoi commentari a Tolomeo abbia rilevato errori nei calcoli dell’astronomo, errori gravi che ne mettono in dubbio l’intera teoria. Si dice che Ipazia abbia ripreso il sistema di Aristarco, un sistema eliocentrico che Tolomeo aveva dimostrato falso ma che a Ipazia, alla luce degli errori di Tolomeo, sembra meno incompatibile con i fenomeni e con i calcoli che vi si applicano. Si parla di Ipazia come di colei che tiene testa ai cristiani, che li sfida pubblicamente in dispute accanite, confutandone le tesi e coprendo di ridicolo i loro campioni. Non si può essere indifferenti a Ipazia: o la si odia o la si ama senza riserve. Ogni sua uscita è un avvenimento; per questo la folla si accalca e spinge, preme per vederla da vicino, per toccarla, per strapparle un lembo di veste e tenerlo per reliquia o mostrarlo agli amici suscitandone l’invidia o addirittura rivenderlo a qualche ammiratore che vive lontano e non può recarsi fino ad Alessandria. Dicono che di questi oggetti ne girino molti per il mondo, perfino lembi della sua pelle, chiusi in medaglioni e reliquiari, falsi naturalmente, ma venerati o custoditi con feticismo malato da persone che non possono fare a meno di pensare a lei, di custodire qualcosa di lei, di impossessarsene in qualche modo.

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Ipazia muore
  • Moneti Codignola, Maria (Autore)

Alessandria non è più sicura come una volta; sembra che gli uomini e le donne siano all’improvviso diventati eccitabili e violenti, sempre pronti al litigio e alla rissa. Le dispute filosofiche sono diventate il terreno di questi scontri. C’è di che rallegrarsene, pensa Ipazia con ironia, mai la filosofia ha avuto un così ampio successo di pubblico e ha scaldato tanto i cuori degli uomini. Ma non è così, lo sa bene: ciò che li eccita non sono i concetti filosofici, ma quest’adesione incondizionata ai maestri, e i partiti che ne sorgono, il partito di Teone, quello di Cirillo, quello di Ipazia e così via. Gli allievi sono pronti a gettarsi gli uni addosso agli altri, a picchiarsi, a farsi del male reciprocamente, in nome del loro idolo. Ma che c’entra questo con la filosofia. Mica così si comportavano Platone, Fedone e perfino Alcibiade, quando pure seguivano Socrate incantati dal suo ingegno e ne ascoltavano rapiti l’insegnamento.»

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