“Io e Te perchè. Viaggio nell’Universo delle relazioni” di Silvia Mastroddi

Io e te, perchè. Viaggio nell’Universo delle relazioni, Silvia MastroddiIo e Te perchè. Viaggio nell’Universo delle relazioni
di Silvia Mastroddi
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«Che cos’è l’amore?», si interrogava da bambina l’Autrice. L’intera nostra esistenza è imperniata attorno alle relazioni: familiari, lavorative, di amicizia, sentimentali; in alcune di esse ci ritroviamo nostro malgrado mentre altre le scegliamo, più o meno volontariamente, restandovi spesso anche se ci fanno soffrire. Alcune relazioni ci fanno crescere, ci migliorano, si fondano sul dialogo, sono caratterizzate da reciprocità, calore, rispetto dell’altro, stima, comprensione, sostegno mentre altre si rivelano disfunzionali, squilibrate, e sono fondate su una continua lotta di potere. Ma perché accade?

«La scelta di un partner è fortemente influenzata dai legami vissuti nella famiglia di origine […]. Se la relazione infantile è stata caratterizzata da incomprensione, incostanza, insensibilità, abbandono e abuso (subito o percepito), è come se fosse rimasto qualcosa di irrisolto e si cercherà nel partner la fonte da cui attingere per soddisfare i bisogni sospesi.»

La teoria dell’attaccamento di Bowlby ha fatto luce sulle dinamiche che presiedono alla dimensione relazionale: «Le rappresentazioni mentali che il bambino crea in base alla propria esperienza relazionale costituiscono i MOI (Modelli Operativi Interni), uno schema precostituito che il bambino applicherà nel corso della sua vita e lo guiderà rispetto a comportamenti, pensieri, azioni, emozioni ed aspettative». Secondo Hazar e Shaver, l’amore fra adulti è paragonabile a quello che il bambino prova per la madre nell’infanzia.

Nella teoria della collusione di coppia, i partner credono che l’altro lo possa liberare da angosce profonde e soddisfare i propri bisogni: «Si sceglie il partner secondo un meccanismo proiettivo inconscio scaturito da bisogni individuali non soddisfatti nell’infanzia, che si cerca di soddisfare nella relazione attuale, motivo per cui quello che aveva portato a scegliere quel partner specifico è lo stesso per cui ci si separa.» Nel suo libro Attaccamento e amore, Grazia Attili sostiene che «in una relazione sana la magia è sentire di esistere anche al di fuori di quella relazione, non esserne annientati e soggiogati.»

Il corpo e l’aspetto esteriore giocano un ruolo fondamentale nel determinare l’attrazione fra i due partner: «gli uomini sono attratti dall’accumulo di grasso sui fianchi e sul seno, che indica la predisposizione di una donna a portare a termine una gravidanza. Anche una particolare conformazione del viso, come occhi grandi e fronte spaziosa, zigomi alti e uno sguardo profondo sono considerati attrattivi, in quanto sono caratteristiche che facilitano la relazione di attaccamento […]. Le donne prestano attenzione alla bellezza come indicatore di salute, alla forza fisica che garantisca la vicinanza di un uomo, che protegga la prole per un tempo relativamente lungo, nei momenti di maggiore vulnerabilità (parto e allattamento) e durante la crescita della prole: spalle larghe e gambe lunghe significano che l’uomo è sessualmente maturo. L’infedeltà ha una spiegazione dal retaggio del passato: permette all’uomo di avere più occasioni possibili di riprodursi e generare, dopo aver combattuto i rivali in amore, e formare quindi relazioni stabili per favorire la crescita dei figli, e alla donna di avere più possibilità di protezione, facendo credere a più uomini di essere stata fecondata, garantendosi così maggiori probabilità di protezione e di tramandarne il corredo genetico.»

La tradizione psicoanalitica, risalente a Freud, negava l’esistenza dell’amore, ritenuto la proiezione di sé stessi nell’altro, con una matrice tipicamente narcisista, e riteneva che ogni amore fosse solo una ripetizione dell’originale sentimento per la madre.

«La prima fase dell’inizio di una relazione è il corteggiamento, caratterizzato dal desiderio di contatto (ricorda i primi momenti della relazione con la madre); è la fase del primo approccio, del graduale svelamento, della disponibilità, ma non dell’esclusività. Segue poi l’approccio mono tropico, secondo il quale viene scelto il partner ritenuto più idoneo in base alle caratteristiche percepite (come il bambino si lega alla figura di attaccamento). La fase successiva è quella dell’innamoramento, il rapporto diventa più intimo, i partner dichiarano i propri sentimenti: è la fase dell’illusione, del delirio passionale, della simbiosi. Si crea uno scenario illusorio di condivisione esclusiva e totale (il bambino e la mamma si scambiano continuamente coccole). La relazione è caratterizzata da fascinazione (tutto quello che desidero), da complementarità (tutto ciò che non avevo), da identificazione (ciò che avrei voluto essere): risaltano sono le somiglianze e le affinità, passano in second’ordine le differenze. Segue la fase tipica dell’amore, aumenta la dimensione affettiva e si riduce quella sessuale […]. La quarta fase, detta postromantica, è caratterizzata da una riduzione dei comportamenti di attaccamento (il bambino inizia ad acquisire la sua autonomia), diminuisce il bisogno di contatto e i partner riattivano l’interesse per le relazioni sociali […]. È la fase della delusione, la fase della differenziazione, emergono in modo più chiaro differenze, pregi e difetti, è il momento della rinegoziazione e presa di coscienza.»

Il conflitto è parte integrante del rapporto di coppia; ciò che contribuisce alla fine di una relazione non è il conflitto ma la gestione e il riconoscimento del momento di criticità: amare è una scelta che i partner devono compiere ogni giorno, e tenere vivo l’amore richiede impegno. La fine dell’amore «è la fine di un pensiero che mi pensa, di un ascolto che non mi risponde. Non sono più la sua mancanza.» L’esperienza dell’abbandono rievoca la paura del bambino di rimanere solo, senza protezione, e questo teme chi viene lasciato.

Non tutti gli amori, però, sono destinati a finire: «gli amori che durano solo quelli nei quali ciascuno dei Due ha una certa confidenza con la propria solitudine. Questo significa che il legame d’amore non è tanto il balsamo che conforta la ferita della solitudine, ma è l’incontro tra due solitudini. […] La gente crede che l’amore sia una cosa facile, un diversivo, un momento piacevole della giornata, della vita, e che la difficoltà sia solo nel trovare la persona giusta».

Nel processo di formazione di una famiglia entrano in gioco i vissuti dei singoli, le tradizioni, i modelli familiari personali e le rispettive differenze che, nei momenti di crisi possono apparire insormontabili. In ogni famiglia, la nascita del primo figlio rappresenta l’evento critico: «prevede un salto generazionale per accudire il nascituro, è il momento in cui prende forma la continuazione del sé sulla base di aspettative, bisogni, pressioni sociali e culturali.» Il rischio è essere genitori e perdersi come coppia: come scrive Recalcati, «un figlio non è solo la ripetizione dell’amore dei due, ma anche l’irruzione di un altro tra i due».

Uno stile di vita improntato al benessere – fondato a sua volta sull’autoriflessione (per comprendere i bisogni più importanti) e la cura del proprio equilibrio psico-fisico – può tuttavia influenzare positivamente il rapporto di coppia: «La soddisfazione di vita favorisce relazioni gratificanti (ingrediente fondamentale per far durare un amore); l’autostima presuppone accettazione di sé e dell’altro (favorendo un sano confronto e approcci che possono originare nuove relazioni); l’ottimismo rappresenta la chiave di lettura più funzionale e predispone alla risoluzione dei problemi (il conflitto di coppia, se ben gestito, fa evolvere il rapporto).»

Amare ed essere amati è un’esigenza profondamente umana: «L’essere umano senza amore si ammala. Ci sono tanti dati scientifici che lo dimostrano.» Ma «i rapporti vanno nutriti, arricchiti giorno dopo giorno, a volte basta una carezza, uno sguardo complice, una gentilezza. Non dare mai niente per scontato significa essere presenti, mettersi in gioco, essere meno taglienti e giudicanti, conservare e dedicare quella gentilezza che spesso dedichiamo prevalentemente agli estranei.»

L’autrice

Mi chiamo Silvia Mastroddi, ho 54 anni, sono madre di due ragazzi di 23 e 18 anni, vivo in Umbria da oltre trenta anni (anche se sono nata a Roma), e lavoro con una Scuola Nazionale di formazione per Operatori del Massaggio. Sono laureata in Psicologia, ho una formazione come Mediatrice Familiare (collaboro da anni con un centro specializzato) e sono una Counselor. Mi piace moltissimo attraversare la natura in mountain bike, dipingere, suonare il pianoforte e scrivere. Tutti i miei pensieri passano rigorosamente su un foglio di carta, per decantare il giusto tempo, come il buon vino, e poi trovare il loro spazio in un libro. Nutro un profondo interesse per il mondo della psicologia che mi porta a fare continua formazione ed aggiornamenti.

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