“Introduzione allo studio dell’etrusco” di Mauro Cristofani

Introduzione allo studio dell'etrusco, Mauro CristofaniIntroduzione allo studio dell’etrusco
di Mauro Cristofani
Olschki

«Le maggiori difficoltà che si incontrano nello studio dell’etrusco derivano dall’impatto con una realtà linguistica tipologicamente diversa da quella delle lingue classiche, che abbiamo appreso ricorrendo a formule paradigmatiche divenute quasi il nostro unico modello mentale per accostarci a una lingua. Una situazione di questo genere, favorita da un secolo di studi che ha de­scritto la lingua etrusca ricorrendo agli schemi della grammatica storica, influenza ancora gran parte della letteratura etruscologica e assai lento, ancora in fase ini­ziale, appare l’approccio degli etruscologi con la lingui­stica descrittiva. Una delle preoccupazioni recentemente emerse è costituita dalla scelta del modello più adatto alla descrizione strutturale dell’etrusco: si può però con­venire che ogni modello può essere utile nella misura in cui può funzionare per l’etrusco. L’accordo iniziale deve, se mai, avvenire sui limiti che ci devono impegnare nello studio della lingua, che ci è restituita solo attraverso do­cumenti scritti nei quali sono contenute formule che non realizzano il parlare concreto, quanto piuttosto espres­sioni fisse, elaborate a livello di differenti comunità so­ciali nel corso di otto secoli.

Una descrizione dell’etrusco in senso «formale» non può soddisfare quelle esigenze di ricerca storica che si accompagnano allo studio di una lingua antica; del resto tentativi del genere non sono mancati in altri settori e non hanno avuto buona accoglienza. La complementarità tra espressione e significato che esiste in una lingua do­vrebbe piuttosto impegnarci in una descrizione partendo da quanto abbiamo di certo; il problema fondamentale è proprio delimitare questa materia e operare unicamente su questa. Di quanto oggi si è tentato per interpretare l’etrusco, soprattutto in sede di analisi combinatoria, rimane ben poco che abbia questa connotazione: è ormai evidente che il confronto con il materiale omogeneo ap­partenente alla civiltà classica, in cui si adottano formule egualmente tipiche, può giovare a cogliere alcuni signi­ficati. E poiché il linguaggio è funzione significativa, sarà necessario partire dai significati per poter dedurre le rela­zioni reciproche che legano i segni, attraverso determinate categorie proprie della lingua stessa. In altri termini «la grammatica deve seguire non precedere l’interpretazione» (Devoto).

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Introduzione allo studio dell'etrusco
  • Cristofani, Mauro (Autore)

Le formule epigrafiche, come si è detto anzi, strut­turano in modo stereotipo l’informazione che vogliono comunicare. Se un confronto fra la formula greca ὀ δεῖνα ἀνέθηκε e l’etrusca X muluvanice può aiutare a co­gliere il significato stesso della formula (X dedicò, ha dedicato), è anche vero che mentre nella formula greca possiamo riconoscere tutti gli aspetti morfologici possi­bili (relativi pertanto alla forma del significato espresso da ὀ δεῖνα ἀνέθηκε) non possiamo invece ottenere lo stesso per l’etrusco del quale cogliamo solo la sostanza del con­tenuto ma non la sua strutturazione sul piano della espres­sione. Molte delle grammatiche etrusche che ancora oggi vengono scritte risultano solo delle grammatiche di una metalingua creata attraverso l’analisi dei testi pa­ralleli, che attribuiscono all’etrusco aspetti morfologici e sintattici in realtà non verificabili se non nelle lingue cui si è ricorsi per interpretare le formule etrusche stesse.

Si può comprendere a questo punto l’impossibilità di applicare all’etrusco il modello chomskyano, che muove essenzialmente dalla “competenza” dell’attività linguistica e analizza le trasformazioni degli enunciati prevedendo la conoscenza della loro sostanza semantica.

Un altro aspetto dell’etrusco ci deve interessare: la ricerca delle funzioni fonologiche che distinguono i segni. Anche in questo caso sorgono non pochi problemi (dal momento che ovviamente non è possibile tener conto di quella che era l’effettiva sostanza fonica dei segni), che limitano il campo d’azione. Lo studio della realizzazione dei prestiti da altre lingue conosciute del mondo classico può giovare molto a questo scopo […].»

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