Introduzione alla storiografia romana, Francesca Rohr, Massimo MancaProf.ssa Francesca Rohr, Lei è autrice con Massimo Manca del libro Introduzione alla storiografia romana edito da Carocci: quale importanza rivestiva la memoria storica per la civiltà romana?
I Romani nella loro storia hanno sempre riconosciuto al passato un valore fondamentale: non disponevano di un riferimento come la carta costituzionale; dunque, identificavamo i valori della propria comunità nel mos maiorum, il costume dei loro antenati. I contenuti venivano trasmessi di generazione in generazione attraverso esempi illustri tratti dalla storia di Roma, concrete linee di indirizzo per la vita privata e pubblica dei cittadini, e questi modelli concorrevano a condizionare la loro mentalità. Ma l’esigenza di ricordare il passato, o meglio ricordarne una versione ben precisa, nasceva anche dalle origini particolari di Roma, che era nata dall’aggregazione di etnie diverse – Latini e Sabini nella fase della fondazione, ma poi Etruschi e Greci, che hanno esercitato una forte influenza anche sotto il profilo culturale. Per superare le specificità di ognuno di questi gruppi e consolidare un sentimento di unità e appartenenza, la comunità romana doveva definire una propria identità, fondata su un passato condiviso in cui collocare radici comuni. La storiografia romana si è sviluppata solo a partire dal III secolo a.C.; ma già dai primi secoli di vita di Roma i cittadini hanno, quindi, conservato e trasmesso la propria memoria storica, utilizzando strumenti diversi: l’oralità, il linguaggio delle immagini, la scrittura. Così hanno conservato il ricordo delle grandi imprese degli antenati, che costituivano momenti sia della storia familiare, privata, sia della storia collettiva, sia nei grandi discorsi di commiato nel corso dei funerali aristocratici, sia nei poemetti epici che venivano recitati durante i banchetti. Hanno raffigurato i propri antenati illustri nei busti che venivano esposti negli atri delle residenze nobiliari, dove si intrattenevano i clienti e gli ospiti. Hanno rappresentato episodi decisivi del passato nelle decorazioni pittoriche dei luoghi di culto. Hanno ricordato avvenimenti importanti nei documenti d’archivio conservati nel tablino delle residenze aristocratiche, nelle cronache stilate ogni anno del pontefice massimo e affisse all’esterno della sua residenza per la pubblica lettura, nella sintetica descrizione degli elogi associati ai busti degli atri, nei calendari, nei testi di legge e nei trattati, cioè in una serie di documenti scritti di carattere pubblico e privato… Quindi, tanti e diversi strumenti di trasmissione, ma anche di costruzione della memoria. A questi si è in seguito affiancata la storiografia, che nel tempo è diventata il mezzo privilegiato di conservazione della storia. Possiamo quindi concludere che nell’esperienza romana la tradizione è sempre stata percepita come un patrimonio fondamentale per il cittadino nella dimensione sia pubblica che privata della sua vita.

Quali peculiarità caratterizzarono la storiografia romana?
Nelle sue prime manifestazioni, ma anche in alcuni suoi sviluppi successivi, la storiografia romana ha fatto proprie alcune caratteristiche di quella greca: si è strutturata come un vero e proprio genere letterario; ha analizzato temi che già avevano attirato l’interesse degli intellettuali greci; ha usato il greco, in un primo tempo come la lingua della storiografia, e in un secondo tempo, in età imperiale, come una delle opzioni possibili. Ma la storiografia romana si è presto caratterizzata per specificità proprie. Innanzitutto, a Roma la storiografia ha rappresentato la voce della classe dirigente: gli autori in larga parte erano espressione di quel gruppo sociale e gli argomenti presi in esame riflettevano i campi di azione di quella classe. Poi si deve osservare come, conseguenza diretta di questa sua caratteristica, la storiografia romana è risultata fortemente politicizzata: ha riservato una attenzione in larga parte prevalente alla vita istituzionale e militare, alla dialettica tra gruppi politici, alla dimensione religioso-cultuale, a Roma inscindibile dalla vita politica. Di fatto la memoria storica a Roma concorreva alla celebrazione delle grandi famiglie al governo e alla legittimazione del loro ruolo di potere nell’assetto oligarchico della repubblica. Nell’esperienza imperiale, poi, la storiografia ha continuato a rappresentare uno strumento per l’esaltazione dei detentori del potere, i principi, ma anche un mezzo per manifestare il dissenso di segmenti della classe dirigente nei loro confronti. Spesso proprio per il coinvolgimento degli storiografi nella politica del loro tempo la memoria è stata restituita attraverso il filtro deformante della visione o dell’interesse personale o al servizio di obiettivi strumentali: questo approccio si è tradotto in omissioni, enfatizzazioni e talvolta vere e proprie falsificazioni; ha quindi compromesso il valore documentario delle testimonianze, ma per un altro aspetto ha contribuito alla ricostruzione storica: ha conservato preziose informazioni sul tempo e il contesto politico in cui questa memoria si è composta, illustrando aspetti della dialettica politica.

In quali diversi generi si articolò la storiografia romana?
Dopo le prime sperimentazioni di Timeo di Tauromenio, che nascevano da un forte debito nei confronti dell’esperienza culturale greca, con il romano Quinto Fabio Pittore la storiografia romana ha assunto la forma che è divenuta l’espressione peculiare romana: l’Annalistica. Questo genere prevedeva che gli eventi venissero raccontati secondo una scansione annuale e riprendeva l’esperienza tutta romana degli Annali Massimi, cioè delle cronache che i più autorevoli sacerdoti, ovvero i pontefici massimi, stilavano ogni anno ed esponevano all’esterno della propria residenza. Si è trattato di un genere di grande successo, che tra il III e il II secolo a.C. è stato adottato tra gli altri da Lucio Cincio Alimento e ha avuto fortuna ancora in età graccana e sillana. Ma anche nel periodo imperiale l’annalistica è stata ampiamente praticata, come dimostrano le grandi opere di Livio, Tacito, Cassio Dione. L’interesse specifico per la contemporaneità e l’attenzione alle concatenazioni causa-effetto degli avvenimenti, rispetto ai dettagli del loro svolgimento, hanno determinato lo sviluppo delle Storie: nel I secolo a.C. questo genere è fiorito con autori che oggi per noi sono poco più che nomi, perché delle loro opere sopravvivono solo frammenti, ma che in antico hanno rappresentato dei punti di riferimento della vita culturale. E in seguito le Storie hanno conosciuto un pieno sviluppo, tra gli altri, con Tacito e Ammiano Marcellino. Ma le trasformazioni della politica hanno incoraggiato la sperimentazione anche di altri generi letterari. La biografia e l’autobiografia si sono sviluppate quando alla concezione di Roma come espressione di una collettività si sono sostituite singole personalità di spicco, che ambivano a un potere personale a prescindere dagli interessi della comunità: Cornelio Nepote ha rappresentato questa trasformazione nella tarda repubblica, ponendo al centro del suo interesse biografie di singoli individui. Questo processo ha raggiunto il suo apice in età imperiale, quando da un lato il principe ha rappresentato il fulcro naturale dell’interesse per il pubblico e dall’altro le informazioni sulla politica e la vita giudiziaria sono divenute assai meno accessibili, scoraggiando un approccio storiografico più tradizionale: gli stessi principi si sono resi autori di autobiografie e molti hanno scritto di loro, come ad esempio Svetonio, autore enciclopedico della cui estesissima produzione sono sopravvissute le biografie dei Cesari, oltre alle biografie di grammatici e retori; ma anche Tacito ha riversato nella sua produzione storiografica un interesse specifico per le grandi personalità. Ma credo che anche altri fattori abbiano condizionato l’affermarsi di alcuni generei storiografici. La monografia storica, sperimentata da Lucio Celio Antipatro ha dovuto il suo sviluppo alle vicende personali di Sallustio, che ha abbandonato la politica dopo il cesaricidio, perso il suo potente protettore, e ha scritto storia anche per riabilitare la memoria dell’ucciso. La congiura di Catilina, soggetto della sua prima monografia, ben si prestava allo scopo: permetteva di scagionare Cesare dai sospetti di un coinvolgimento con il cospiratore e denunciava l’ambivalente atteggiamento di Cicerone che nel 63 a.C. aveva condannato i catilinari per aver minacciato la vita del console e nel 44 a.C. plaudiva agli assassini di Cesare, magistrato in carica e pontefice massimo. La stessa fortuna dei Commentarii è legata all’esperienza biografica del loro principale estensore: Giulio Cesare traeva grande profitto dal diffondere a Roma nel tempo delle guerre galliche e in quello della guerra civile il proprio punto di vista su questioni molto delicate e particolarmente efficace risultava la modalità di codificazione della memoria sperimentata da Senofonte, suo modello, che, proprio come poi i Commentarii cesariani, poneva un individuo al centro di tutta la narrazione, raccontava una singola grande impresa e consentiva la descrizione della crescita di un individuo nel suo percorso per divenire infine un grande comandante. All’esigenza di ribadire l’importanza degli antichi valori che avevano reso grande Roma rispondeva l’antiquaria e mi sembra significativo che abbia conosciuto pieno sviluppo, con Varrone, nel I secolo a.C., proprio mentre Roma era dilaniata dalle guerre civili che sovvertivano l’ordine sociale e diffondevano la corruzione nella vita politica: questo genere storiografico ambiva a recuperare i fondamenti del diritto, delle istituzioni, del culto e dei costumi, ovvero i principi del mos maiorum. Le tante diverse forme della storiografia romana, quindi, a mio parere suggeriscono lo stretto legame tra la politica e la costruzione della memoria storica, che via via ha saputo adeguarsi alle esigenze della comunità romana.

Quando nasce la storiografia romana?
La storiografia romana nasce nel III secolo a.C. È la nuova situazione in cui Roma si trova nello scacchiere mediterraneo a incoraggiare la riflessione letteraria sulla città laziale. Fino ad allora Roma rivestiva un ruolo marginale nel panorama internazionale, ma prima la guerra contro Taranto, che l’ha posta in relazione con la Grecia oltre la Magna Grecia, poi le guerre puniche hanno richiamato l’attenzione di un pubblico molto vasto sull’Urbe. Allora il greco Timeo, nativo di Taormina, teatro dello scontro tra Cartagine, storica dominatrice delle rotte del Mar Mediterraneo, e Roma ha rivolto la sua attenzione sulla potenza emergente. Raccontando dell’avventura siciliana di Pirro re dell’Epiro, Timeo si interessava alla Sicilia, a Cartagine, alla Grecia ma anche a Roma. E il suo sguardo era acuto: coglieva le potenzialità dell’Urbe tanto da individuare, simbolicamente, la cronologia di fondazione di Roma nell’814 a.C., lo stesso che avrebbe dato i natali all’antica capitale punica, e da emancipare la città laziale dal pregiudizio che la riteneva giovane e pertanto non autorevole. L’uso del greco, allora la lingua veicolare del bacino del Mediterraneo come è oggi l’inglese nel nostro mondo globalizzato, ha assicurato un’eco internazionale alle notizie di Timeo e concorso in termini molto significativi alla conoscenza oltre i suoi confini di Roma e delle ragioni della sua politica estera.

Che nesso esisteva tra storiografia e lotta politica?
Con alcune eccezioni anche importanti, come Livio, gli storiografi romani sono politici; il loro impegno letterario spesso si concentra negli anni in cui l’attività politica è conclusa nelle sue forme istituzionali: scrivono non per diletto o per dilettare, quanto piuttosto per continuare a incidere nella vita del loro tempo, con strumenti diversi. Questa circostanza condiziona la scelta dei contenuti degli scritti storiografici, che privilegiano aspetti della storia istituzionale, della dialettica politica, della vita militare, delle pratiche cultuali e dell’esercizio dei sacerdozi. Ma questa specificità assicura alla storiografia romana nel corso di tutta la sua storia anche una rara competenza in merito alle questioni trattate e quindi una particolare attenzione da parte del pubblico. Così ad esempio l’esperienza magistratuale e militare di Fabio Pittore contribuisce all’efficacia della sua descrizione della politica romana di III secolo a.C. L’impegno diretto sul campo consente a Cesare di raccontare ai suoi lettori la conquista della Gallia con particolare dettaglio, anche se con una manifesta propensione a valorizzare il suo punto di vista. Il coinvolgimento sulla scena politica del suo tempo condiziona la analisi di Sallustio sul declino della classe dirigente romana. L’esperienza nel governo a Roma e nelle province è preziosa per Tacito non solo nella descrizione delle complesse vicende del I secolo d.C. ma anche nella loro interpretazione, particolarmente difficile per la gestione accentratrice di alcuni principi del suo tempo. Il coinvolgimento nel senato di Roma e i numerosi incarichi in province diverse di Cassio Dione, console e storico bitinico che coniugava nella propria formazione tradizione latina e greca, contribuiscono alla lucidità della sua visione dell’impero. La lunga carriera militare permette ad Ammiano Marcellino di entrare in contatto con molti dei protagonisti del suo tempo e di conoscere direttamente vicende poi confluite nel suo racconto storico. La lotta politica entra quindi a pieno titolo nella storiografia romana e quest’ultima, che circola presso le élite in forma scritta ma spesso è anche oggetto di pubbliche letture, condiziona sviluppi ed esiti della politica, indirizzando la classe dirigente e, in senso più ampio, l’opinione pubblica.

Chi furono i maggiori storici romani e in quale contesto operarono?
È difficile isolare dei nomi nel breve spazio di un’intervista. Molta parte della storiografia romana è perduta. Nella storiografia sopravvissuta, e di alto livello, possiamo forse identificare coloro che furono ‘maggiori’ per aspetti diversi. Fabio Pittore, per aver inaugurato a Roma la pratica di scrivere storia di Roma e per aver sperimentato un genere, l’Annalistica, che caratterizzò nei secoli la memoria storica romana. Sallustio, per aver raccontato, da una prospettiva certo parziale, momenti decisivi della tarda repubblica, un periodo complesso e difficile da comprendere per la critica moderna. Varrone, per la ricchezza informativa della sua opera sopravvissuta, pur minima rispetto alla complessa articolazione della sua produzione letteraria complessiva. Cesare, per le informazioni, l’eleganza espressiva, l’efficacia di una memoria costruita su un ben preciso punto di vista. Livio, per il respiro del suo racconto e la qualità della sua prosa. Tacito, per la finezza dell’analisi, la ricchezza informativa, il lessico ricercato. Svetonio, riscattato dai sospetti di costruire aneddoti per il piacere del pubblico dalla sua biografia, che lo colloca nelle più alte cariche della amministrazione della domus principis ed è divenuto una fonte preziosa per il recupero di tanti aspetti della vita privata ma soprattutto pubblica e dell’azione politica dei principi. Ammiano Marcellino, per il racconto della complessa dialettica con i barbari e la rappresentazione di Roma dal punto di vista di un greco. Ma la grandezza degli storici romani a mio parere dipende anche dagli interessi specifici con i quali si leggono le loro opere. Così in un certo senso si può intendere ‘maggiore’ anche Velleio Patercolo che certo non è noto a molti e non ha raccolto l’apprezzamento di tanti studiosi moderni perché la sua opera non racconta più di altre e perché la sua penna non si distingue per l’eleganza dello stile o la ricercatezza del lessico, ma è uno dei testimoni più espliciti della propaganda augustea e tiberiana, che riflette con convincimento e in una forma spesso tanto esplicita da consentire una buona decodificazione dei meccanismi di costruzione di una memoria ‘di parte’ ad opera dei principi e degli intellettuali a loro vicini.

Quale importanza ebbe la storiografia in lingua greca?
La risposta è molto diversa a seconda del periodo storico che si intende considerare. La prima storiografia romana ha utilizzato la lingua greca, sia quando hanno scritto greci come Timeo di Tauromenio, sia quando hanno scritto romani come Fabio Pittore. Il ricorso al greco assicurava una notevole audience a queste opere e quindi a Roma, che di tali racconti era il fulcro, perché il pubblico era identificato nelle élite del bacino del Mediterraneo, che padroneggiavano il greco, e nella classe dirigente romana, a sua volta bilingue. In seguito, quando hanno scritto opere storiografiche Dionigi di Alicarnasso, Diodoro Siculo, ma poi anche Plutarco, Appiano e infine Cassio Dione, bitinico, bilingue e biculturale, la produzione in lingua greca si affiancava a quella in latino nella complessa realtà di un impero in cui accanto alla lingua ufficiale, il latino, si praticava la lingua greca. Storici grecofoni spesso utilizzavano la propria lingua madre, perché non padroneggiavano il latino al livello necessario o perché si rivolgevano a un uditorio grecofono. Nondimeno, storici come Ammiano, che era originario di Antiochia e ‘pensava in greco’ come scrive Massimo Manca nel nostro volume, hanno scelto il latino per inserirsi in una tradizione consolidata di cui riconoscevano l’autorevolezza.

Vi fu anche una storiografia cristiana?
Nel corso di tutta la sua storia la storiografia subisce l’influsso delle trasformazioni politiche e sociali che si verificarono nei secoli a Roma e si adopera a fornire risposte alle sollecitazioni che provengono dalla società. L’antiquaria, ad esempio, ricostruendo e diffondendo la conoscenza di pratiche, riti, istituti, aspetti del costume, nel I secolo a.C. concorreva all’affermazione dei valori del mos maiorum, per rispondere alla crisi nel tempo delle guerre civili. La diffusione del Cristianesimo ha portato nell’Impero romano valori nuovi e, per quanto riguarda i temi della storiografia, ha compreso in quell’interesse, che in passato privilegiava le élite, anche i ceti umili. La storiografia, quindi, in alcune sue nuove espressioni, ha prodotto scritti nella prospettiva di assicurare nuovi riferimenti per i cittadini. A questo fine elabora e diffonde modelli esemplari diversi rispetto a quelli individuati nei secoli precedenti, acquisendo la modalità, ma non i contenuti, della storiografia pagana. A questa ambizione rispondono gli Atti e le Passioni dei Martiri. Il destinatario è ora ampio: si rivolgono infatti all’élite, come la storiografia pagana, ma anche a un pubblico espressione di ceti subalterni, presso i quali il cristianesimo è molto diffuso. Una specificità interessante di questa memoria storica è che esprime anche la voce delle donne, attraverso esempi di scrittura femminile, rarissima nei secoli precedenti: il caso più noto è la Passio Perpetuae et Felicitatis in cui la stessa Perpetua racconta il martirio suo e di Felicita nel 202-203 a.C. Anche le Vite dei Santi forniscono dei modelli, per la vita ultraterrena ma anche per l’esistenza nel mondo, quando i protagonisti sono ecclesiastici. La storiografia cristiana ha risposto anche un’altra esigenza, ovvero ricostruire la storia della Chiesa e definire e spiegare i capisaldi della dottrina cristiana. Anche la storiografia cristiana conta tra i propri autori intellettuali di spicco, come Eusebio da Cesarea, Gerolamo, Agostino, Orosio. Una questione riaffiora ripetutamente nelle opere di questi storici, ovvero il rapporto tra la tradizione classica e i valori cristiani: esistono, quanti e quali sono i possibili punti di contatto tra l’una e gli altri? Si tratta di realtà culturali incompatibili o si possono individuare nel patrimonio valoriale cristiano elementi di continuità e sviluppi di una tradizione a cui si riconosce un significato culturale fondamentale? Continuità e trasformazione sono i due poli di un dibattito a lungo vivo, che diventa anche una possibile chiave di lettura di parte della storiografia cristiana.