Prof.ssa Linda Badan, Lei è autrice del libro Introduzione alla linguistica cinese. Un approccio generativo edito da Carocci: innanzitutto, cos’è la grammatica generativa e come si è arrivati ad essa?
Introduzione alla linguistica cinese. Un approccio generativo, Linda BadanLa grammatica generativa è la teoria linguistica elaborata da Noam Chomsky e dalla sua scuola a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. L’assunzione di base della linguistica generativa è che il linguaggio sia una facoltà biologica propria della specie umana, da studiare e analizzare con metodo scientifico analogo a quello usato per le scienze naturali. La proposta rivoluzionaria di Chomsky è l’idea che ogni dato linguistico sia regolato da una struttura e da regole astratte che risiedono nella cognizione dei parlanti e che, perciò, non sono direttamente analizzabili con una semplice descrizione dei dati.

Uno dei punti cruciali della teoria generativa è che la lingua è fondamentalmente creativa in quanto fa un uso infinito di mezzi finiti. Il termine generativo, infatti, deriva dalla capacità propria dell’uomo di generare un numero infinito di frasi grammaticali e di comprendere e produrre infiniti suoni e significati pur partendo da un vocabolario finito di elementi lessicali (parole o morfemi). Tale capacità fa parte del nostro sistema cognitivo ed è innata, cioè è parte del nostro corredo biologico. Questa osservazione è verificata dal fatto che la facoltà del linguaggio si attiva nell’individuo semplicemente con l’esposizione alla lingua. Essa si sviluppa nel bambino secondo tappe che appaiono rigide all’interno di un preciso arco temporale, indipendentemente dalla lingua madre che il bambino sta acquisendo, e in apparente contrasto con la povertà dello stimolo linguistico che riceve dal contesto: dal momento della nostra nascita veniamo sottoposti ad (almeno) una lingua nativa, ma tutte le frasi o espressioni che udiamo non saranno mai tante quante ne riusciremo poi a produrre durante l’intero arco di una vita. Questo significa che lo stimolo linguistico esterno è comunque inferiore alla nostra capacità di generare nuove frasi e espressioni. La capacità di generare un numero infinito di frasi significa che senza rendercene conto conosciamo le regole e le restrizioni che ci consentono di creare e capire tutti gli enunciati che vogliamo. Tale produzione avviene sulla base di un insieme innato di regole e procedure che sono parte della nostra facoltà del linguaggio fin dalla nascita. Un’altra caratteristica propria e unica del linguaggio umano fondamentale per gli studi di linguistica generativa è la ricorsività. Ciò significa che potenzialmente possiamo produrre frasi infinite, incassando una frase dentro l’altra senza alcun limite (se non quello mortale di ognuno di noi).

Sulla base di queste premesse, quindi, le domande fondamentali all’interno del paradigma generativista sono le seguenti: quali sono le regole innate che stanno alla base della nostra grammatica inconscia e che ci fanno produrre, comprendere e giudicare un numero infinito di frasi infinitamente complesse? Come funzionano e qual è la natura di tali regole? I linguisti generativisti cercano di rispondere a queste domande cruciali studiando il linguaggio per quello che è intrinsecamente, cioè dal punto di vista della competenza dei parlanti, e non per come si usa. Per farlo, i generativisti astraggono dal linguaggio tutto quello che non è propriamente linguistico – come gli aspetti sociali, comportamentali e psicologici della comunicazione linguistica – e si rifanno al filone matematico della computabilità e ricorsività. Proprio per la sua impostazione rigorosa, la grammatica generativa è definita come una branca della cosiddetta linguistica formale.

La grammatica generativa può essere considerata figlia dello strutturalismo, le cui prime ipotesi innovatrici furono di Ferdinand de Saussure (1857-1913). Saussure fu un innovatore in quanto non solo tracciò una netta distinzione tra linguistica diacronica, cioè lo studio del trasformarsi di una lingua attraverso il tempo, e linguistica sincronica, lo studio della lingua come sistema stabile a prescindere dalle modificazioni che essa subisce col tempo, ma conferì alla linguistica anche uno statuto più vicino alle scienze naturali, applicandone una metodologia analoga. La linguistica, in quanto scienza del linguaggio, mira a individuare e formulare, nelle varietà e irregolarità dei singoli fenomeni linguistici, generalizzazioni all’interno un sistema formale, con regole, principi e precisi parametri di variazione. Dalle premesse innovatrici di Saussure si sviluppa la corrente strutturalista vera e propria. Il punto cruciale che porta a considerare la linguistica strutturalista una scienza del linguaggio è la distinzione tra la descrizione delle caratteristiche individuali dei fenomeni linguistici e l’identificazione di leggi generali e astratte, che devono essere controllate secondo condizioni fisiche misurabili, ossia i dati linguistici osservabili e concreti. Con lo strutturalismo, quindi, si sviluppano precise tecniche analitiche e classificatorie allo scopo di ottenere una rigorosa descrizione dei dati linguistici. Il teorico che spinge al limite tali tecniche e getterà le basi per il superamento dello strutturalismo è Zelig Harris (1909-1992) con la stesura del testo Methods in Structural Linguistics ‘Metodi in linguistica strutturale’ (1951). Harris affiderà la correzione delle bozze del suo libro a colui che poi darà il via a una linea di ricerca ancor più innovativa e radicale: Noam Chomsky. Chomsky illustra le prime idee innovatrici che lo distaccano dallo strutturalismo in Syntactic Structures ‘Strutture della sintassi’ (1957). Con Aspects of the Theory of Syntax ‘Aspetti della teoria della sintassi’ (1965), Chomsky espone quella che chiama la “teoria standard”. Per tutto il corso degli anni Settanta seguono una serie di modifiche ed estensioni alla teoria standard, che confluiscono nella cosiddetta “teoria estesa”. Nel quadro di questa teoria si arriverà poi alla “teoria dei principi e dei parametri”, con la pubblicazione Lectures on Government and Binding ‘Lezioni sulla reggenza e del legamento’ (1981). Tale testo fu fondamentale per lo sviluppo di una nutrita comunità di linguisti, che avrebbe poi applicato i principi e le regole proposte della grammatica generativa a numerose lingue anche molto differenti tra loro. L’ultimo passaggio è segnato dall’uscita del Minimalist Program ‘Programma minimalista’ (1993) che, con una serie di articoli successivi, inaugurerà una nuova fase della grammatica generativa cercando di semplificare ulteriormente i concetti e le teorie della linguistica generativa raggiunti fino a quel momento.

L’evoluzione della teoria generativa nel tempo è proprio dovuta al fatto che, come ogni scienza, molte idee della teoria iniziale sono state eliminate o modificate sulla base delle nuove scoperte e dagli studi svolti da Chomsky stesso e dai linguisti che hanno adottato la sua teoria.

Quali sono le caratteristiche principali della grammatica del cinese moderno?
Per una caratterizzazione del cinese moderno segnalo alcuni aspetti fondamentali riguardanti diversi livelli della grammatica del cinese, ossia la fonologica, la morfologia e la sintassi.

Una caratteristica tipica del cinese riguarda l’unità fonologica che è la sillaba. La sillaba in cinese è caratterizzata dal fatto che non può essere costituita da due o più consonanti. Per esempio per rendere una parola occidentale dove ci sono gruppi di consonanti, il cinese le suddivide in modo che ogni consonante diventi una sillaba. Si veda come esempio la traslitterazione (il pinyin) del nome Sandro in cinese è sāng dé luó, in cui il gruppo di consonanti /dr/ di Sandro viene reso con due sillabe separate /de/ e /luo/. Un aspetto fondamentale del cinese, inoltre, è il fatto di essere una lingua tonale, cioè ogni sua sillaba è caratterizzata da una variazione melodica della voce, che è appunto il tono. I toni del cinese sono numerati da uno a quattro e vengono contrassegnati da segni diversi sopra la vocale della sillaba. Il primo tono è caratterizzato da un livello di voce alto e continuo, il secondo tono è caratterizzato invece da un livello di voce ascendente, il terzo tono è caratterizzato da un tono discendente con una risalita finale; il quarto tono è espresso da un livello di voce discendente. C’è da aggiungere anche il cosiddetto tono neutro, ossia l’assenza di tono tipica di un morfema clitico, la cui pronuncia è legata all’elemento che lo precede. Le variazioni tonali sono cruciali poiché determinano il significato del morfema o l’appartenenza a una classe grammaticale. Per esempio, i toni sono fondamentali nel differenziare due parole che si pronunciano con la stessa sillaba. Il classico caso di disambiguazione effettuata grazie ai toni che si trova più di frequente nei libri di testo, è il famoso esempio dei cinque ma. In cinese, la sillaba ma usando i toni menzionati sopra, incluso il tono neutro, assume significati e funzioni completamente diversi (madre, canapa, cavallo, rimproverare e, nel tono neutro, particella interrogativa), che in scrittura sono associati a caratteri distinti.

La caratteristica tipologica fondamentale del cinese è quella di essere una lingua analitica o isolante (i due termini vengono generalmente usati in modo equivalente). La definizione di lingua analitica è in opposizione a lingua flessiva, per esempio come l’italiano e le lingue romanze in generale. Il cinese è considerato una lingua isolante perché, a differenza delle lingue flessive, manca appunto di flessioni; in altre parole, le sue unità lessicali sono generalmente forme invariabili. Le parole del cinese, infatti, non subiscono variazioni morfologiche per indicare i valori delle categorie grammaticali. Per esempio si prenda una parola come cane: l’italiano si serve di morfemi diversi, che si attaccano alla radice della parola, per indicarne il numero, cioè il plurale e il singolare; più precisamente, –e per il singolare e –i per il plurale. Il cinese, invece, non disponendo di tale strategia, mantiene l’unità lessicale invariata, gǒu 狗, che si può quindi riferire sia al singolare che al plurale. Se si guarda ad un altro esempio, come il verbo parlare, in italiano sarà flesso con diversi morfemi in tutte le persone dalla prima alla terza plurale e singolare. In cinese, invece, il verbo parlare rimane sempre shuō 说e la sua disambiguazione avviene tramite la presenza del soggetto esplicito o sulla base della sua posizione all’interno della frase o è inferita dal contesto.

In cinese, quindi, l’interpretazione delle parole e le associazioni che avvengono tra loro si basano esclusivamente sulla loro posizione all’interno della frase e sul contesto. Questa osservazione ci porta a identificare alcune delle caratteristiche principali della sintassi del cinese. Prima di tutto l’ordine delle parole della frase nucleare di base del cinese, corrisponde a quello dell’italiano Soggetto-Verbo-Oggetto (SVO). Dal momento che il verbo non presenta variazione morfologica, il tempo verbale si esprime con strategie contestuali, come l’uso di avverbi o complementi di tempo. L’aspetto verbale invece, può essere indicato direttamente sul verbo grazie all’uso di specifiche particelle che sono affissi grammaticali. Le particelle grammaticali (o funzionali) giocano un ruolo cruciale non solo per quanto riguarda il verbo ma anche per quanto riguarda il tipo di frase. Per esempio, per trasformare una frase dichiarativa in una interrogativa, si deve aggiungere una particella funzionale (detta appunto interrogativa) a fine frase. La varietà di tali particelle grammaticali in cinese è molto vasta, e il loro uso serve anche a esprimere diverse sfumature di significato, che riguardano per esempio la modalità della frase.

Per quanto riguarda il nome, è essenziale parlare di un’altra particella funzionale: de 的. Tale particella serve per associare il nome ad un altro elemento. Per esempio, la prima funzione associativa è quella possessiva, per cui per dire “la loro casa” si usa il pronome essi tāmen 他们 seguito da de 的 che è a sua volta seguito dal nome casa: essi de casa. Un’altra associazione prodotta con il de 的 è la frase relativa: de 的 infatti connette il nome alla frase che lo modifica. Ossia per dire il libro che Marco ha letto, in cinese si dirà Marco ha letto de il libro. Anche in questo caso il nome segue de 的e l’elemento di modificazione. Un ultimo elemento interessante da evidenziare è il classificatore. Il classificatore (CL) è un elemento puramente grammaticale che collega un numerale o un dimostrativo o alcuni quantificatori (per esempio ogni) con il nome. Come de 的menzionato sopra, il classificatore si posiziona tra il numero o il dimostrativo e il nome che segue . Per esempio tre persone in cinese sarà tre CL persone. A differenza della particella de 的 che resta invariata, il classificatore cambia a seconda del nome a cui è associato. Il criterio usato per suddividere queste categorie è primariamente basato sulla forma o sulla funzione dell’entità denotata dal nome. Per esempio, si usa il classificatore zhāng 张per oggetti piatti e rettangolari come tavolo; zhī 支per oggetti lungi e sottili come penna; jià 架per i veicoli; zhǐ 只per piccoli animali e così via.

Come vengono trattati nella tradizione della grammatica generativa i temi più importanti e dibattuti della lingua cinese e della sua sintassi?
Sostanzialmente i vari punti di interesse della sintassi cinese vengono analizzati secondo un metodo scientifico ipotetico-deduttivo. Tale metodo prevede prima di tutto l’osservazione e la descrizione accurata dei dati rappresentanti il fenomeno linguistico oggetto di interesse. Sulla base di tale osservazione si fanno delle generalizzazioni sulle regolarità individuate nei dati. Si sviluppano quindi ipotesi che rendono conto di queste generalizzazioni e si testano le ipotesi con ulteriori dati. Infine le ipotesi vengono modificate per spiegare eventuali nuovi dati e quindi testate di nuovo. Le ipotesi sono utili solo nella misura in cui ci permettono di fare predizioni, altrimenti non possono ritenersi utili da un punto di vista scientifico. Infatti, le ipotesi formulate sull’osservazione dei dati devono essere falsificabili. In sintassi queste ipotesi sono in sostanza regole, per cui il gruppo di regole che descrivono la sintassi dei una lingua costituisce appunto la grammatica. Tuttavia, la teoria generativa non propone regole prescrittive, ossia regole che stabiliscono come debba essere usata una lingua correttamente secondo uno certo standard, ma sono regole descrittive, che descrivono come i parlanti di una determinata lingua parlano in realtà, che parlino o meno in modo corretto secondo uno standard ufficiale.

Questo libro è dedicato precisamente a tale scopo. Non offre una grammatica prescrittiva della lingua cinese. Il suo scopo, invece, è quello di introdurre il cinese come oggetto di indagine linguistica svolta secondo un metodo scientifico, all’interno di un approccio teorico formale.

Quali differenze e convergenze è possibile ravvisare tra cinese e italiano?
Quello che cerco di mostrare con questo volume è proprio il fatto che, nonostante la differenza tipologica tra il cinese e l’italiano, le differenze che osserviamo a livello superficiale tra le due lingue sono in realtà riconducibili a strutture sottostanti comuni. Per esempio, se si va ad analizzare un sintagma nominale o verbale nelle due lingue, si vedrà che la struttura sottostante non è così diversa, e che la gerarchia tra le parole e le regole sintagmatiche sono le stesse. Si pensi anche alla struttura tema-commento. Nelle grammatiche tradizionali il cinese è spesso stato definito come una lingua caratterizzata da una struttura in cui prima si introduce l’argomento di cui si parla a inizio e frase (il tema) e poi si dice qualcosa a proposito di esso (il commento). Nonostante la probabile alta frequenza di questa struttura in cinese, anche l’italiano può avere strutture tema-commento esattamente come il cinese, con restrizioni d’ordine molto simili (se non uguali).

Cosa possiamo imparare dal confronto tra sistemi grammaticali diversi come il cinese e l’italiano?
Sempre sulla base dell’ipotesi che tutte le lingue condividano gli stessi principi astratti, la linguistica comparativa ha come primo obbiettivo quello di scoprire se i principi sintattici siano condivisi in questo senso e quali principi siano condivisi in tal modo. Il secondo obbiettivo è quello di capire come tali principi permettano variazioni tra le lingue (i parametri) e come le variabili sintattiche siano connesse. Ciò che impariamo quindi dal confronto tra cinese e italiano è che prima di tutto, nonostante le ovvie differenze a livello lessicale e fonologico, il cinese non è così distante dall’italiano a livello strutturale. In secondo luogo, il confronto ci induce a sfatare il luogo comune per cui il cinese non ha una grammatica precisa. Infine, analizzare e capire le similitudini e le differenze tra cinese e italiano ci aiuta anche ad avvicinarci allo studio stesso del cinese in modo più consapevole. Ci offre strumenti per apprenderlo con uno sguardo più lucido e per interrogarci sulle sue proprietà profonde formulando le domande giuste.

Linda Badan è professore associato in Linguistica all’Università di Gand. Si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia e nel 2007 conseguito il dottorato di ricerca in Linguistica presso l’Università di Padova. Ha svolto ricerche in linguistica teorica e in particolare sintassi comparativa tra il cinese e l’italiano. Ha ottenuto una serie di borse di studio post-dottorato in diverse università sia in Europa che in Cina. Ha pubblicato in numerose riviste e libri internazionali, anche in collaborazione con altri linguisti esperti in diverse settori della linguistica. Per la sua bibliografia completa si veda il suo sito ufficiale dell’università di Gand: https://biblio.ugent.be/person/802001744319

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