Prof. Giancarlo Vilella, Lei è autore del libro Introduzione alla E-Democracy edito da Pendragon: cosa si intende per E-Democracy?
Introduzione alla E-Democracy, Giancarlo VilellaIl concetto è, in realtà, in divenire e il libro è una riflessione per cercare di capire in quale direzione si stia sviluppando. Naturalmente, il punto essenziale in tale concetto è l’irrompere delle nuove tecnologie nel nostro mondo, nel nostro modo di vivere. La mia proposta è la seguente: per E-Democracy dobbiamo intendere (e su questa base elaborare) l’insieme delle conseguenze prodotto sul funzionamento della democrazia dall’introduzione delle tecnologie. In sostanza: cosa vuol dire aggiungere una “E” (= tecnologie) ai vari aspetti della democrazia. Ogni potere ne è coinvolto (legislativo, esecutivo, giudiziario) con l’effetto di cambiare il comportamento sia delle istituzioni politiche sia degli altri attori della democrazia, cioè i cittadini, i partiti politici, le organizzazioni sociali e anche l’amministrazione pubblica che costituisce uno snodo essenziale tra cittadini e pubblico potere. Ognuno di questi attori ha a disposizione dei nuovi strumenti con i quali intervenire, agire, lavorare.

Quali sono gli strumenti che rendono possibile una E-Democracy?
Questo è un punto essenziale, perché infatti la presenza dei nuovi strumenti fa la differenza: parlo dei nuovi strumenti tecnologici ovviamente. I due pilastri sono la scoperta/invenzione dell’internet, da un lato, e tutti i processi elettronici che permettono la digitalizzazione delle attività, dall’altro lato. Quando, poi, mettiamo insieme la digitalizzazione con l’internet allora abbiamo una vera rivoluzione, e non solo una innovazione. Internet agli inizi permetteva l’accesso solo ad informazioni statiche, ora è tutto dinamico e più ricco grazie al web semantico che permette una ricerca dettagliata. La digitalizzazione delle attività pubbliche rende l’azione più efficace efficiente ma anche trasparente. Internet permette l’accesso ai documenti digitalizzati, se messi a disposizione: e la pressione perché lo siano cresce a vista d’occhio. Che sia un computer, uno smart-phone o un tablet è indifferente, l’importante è che si possa fare la ricerca e che i dati siano accessibili. È grazie a questo che la democrazia moderna è costretta ad evolvere.

Qual è il ruolo delle istituzioni rappresentative in una E-Democracy?
È proprio la domanda che bisogna porsi a questo punto: cambia il ruolo delle istituzioni rappresentative in questo contesto? Penso che possa cambiare senza per questo modificare la natura della nostra democrazia. Un cambiamento è comunque obbligatorio, cioè il rapporto tra rappresentante e rappresentato, e questo vale per entrambi. Tale rapporto non è più concentrato nel momento del voto, nei comizi temporanei o le sporadiche assemblee. Il rappresentato può accedere all’attività del rappresentante, volendolo, in permanenza. Il rappresentante può seguire gli orientamenti del rappresentato egualmente in permanenza e valutare le proprie scelte. Attenzione: in questo modo è la reciproca responsabilità che deve emergere, e non un rapporto di controllore/controllato. Non è la riduzione della fiducia reciproca che dev’essere il prodotto della nuova relazione, ma il rafforzamento della reciproca responsabilità.

La E-Democracy è una forma di democrazia diretta?
Proprio di questo tema sto parlando: no, la E-Democracy non è una forma di democrazia diretta. Le nuove tecnologie (la “E”) sono uno strumento di rafforzamento della democrazia attraverso un suo sviluppo nuovo. Non c’è sostituzione del rappresentante col rappresentato in quanto gestore della cosa pubblica, c’è un cambiamento del loro rapporto. Certo, le nuove tecnologie permettono il ricorso più frequente a interventi di partecipazione diretta, per permettere di esprimere un parere, un giudizio, una richiesta e così via. Questo però non cambia la natura della responsabilità del rappresentante nel prendere la decisione: tuttavia ora la decisione deve tener conto di più fattori. Dirò di più: il rappresentante dev’essere ancora più accorto a non farsi influenzare da “navigatori internet” irresponsabili o volutamente manipolatori.

Quale percorso dovrebbe condurre ad una E-Democracy?
È un percorso basato su due pilastri. Da un lato abbiamo la necessità di una “alfabetizzazione” tecnologica generalizzata, di tutti i cittadini: poi sta a loro decidere se e come usare gli strumenti a disposizione. Il problema da risolvere è di fare in modo che non ci sia una minoranza di cittadini in grado di utilizzare questi strumenti e influenzare le scelte: tutti i cittadini devono saper usare i nuovi strumenti tecnologici. Ne consegue che le istituzioni pubbliche dovrebbero farsi carico sia della possibilità di accedere a tali strumenti (un computer per tutti) sia della formazione. Dall’altro lato, l’altro pilastro del percorso è che il potere pubblico deve “appropriarsi” di questi strumenti: bisogna investire risorse perché tutte le istituzioni e le amministrazioni siano in grado di utilizzare gli strumenti della digitalizzazione, della navigazione online e della comunicazione ICT. Solo in questo modo (cittadini tecnologicamente alfabetizzati e istituzioni pubbliche informatizzate) possiamo avere l’equilibrio necessario a un percorso corretto.

Esistono rischi per la libertà dei cittadini in una E-Democracy?
Effettivamente esistono dei rischi: grazie alle nuove tecnologie infatti l’amministrazione è in grado di conoscere in tempo reale tutti gli aspetti della vita di un cittadino e quindi attentare alla sua privacy: ma questo può essere attenuato, se non proprio risolto con le regole che le istituzioni si suppone rispettino. Invece il rischio più grosso viene da fuori delle istituzioni: ci sono infatti attori o anche organizzazioni tecnologicamente super avanzati che sono in grado di penetrare tutte le informazioni digitalizzate e online, di servirsene a fini illeciti o anche per minare la democrazia. Anche in questo l’impegno del potere pubblico nel garantire la sicurezza cibernetica dev’essere concreto e non solo teorico.

Qual è lo stato attuale di tale processo in Italia e nel resto del mondo?
Globalmente mi pare che si stia avanzando bene, benché – lo ripeto – siamo ancora in una condizione di statu nascenti, in divenire. L’Italia ha un programma serio di informatizzazione della pubblica amministrazione, ma in questo momento ci si trova ancora davanti a ostacoli culturali ma anche di assenza di risorse. L’orientamento è buono, ma bisogna impegnarsi di più nell’implementazione. Nel resto del mondo non è molto differente, con alcune eccezioni come l’Estonia o la Nuova Zelanda che sono molto avanti. Ma ovunque c’è la volontà di avanzare. Particolarmente sviluppato è invece tutto il sistema dell’Unione europea, intendo dire delle sue istituzioni, dalla Commissione al Parlamento europeo. Credo che proprio dall’Unione europea possa venire la spinta migliore perché la E-Democracy diventi un modo più maturo di sviluppare la nostra democrazia.