“Introduzione alla comunicazione politica” a cura di Gianpietro Mazzoleni

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Prof. Gianpietro Mazzoleni, Lei ha curato l’edizione del libro Introduzione alla comunicazione politica, edito dal Mulino: quali cambiamenti hanno contrassegnato la comunicazione politica degli ultimi dieci anni?
Introduzione alla comunicazione politica, Gianpietro MazzoleniPremesso che per comunicazione politica si intendono due cose, il fenomeno in sé e la disciplina di studio e ricerca, è chiaro che ovunque nelle democrazie abbiamo visto significativi cambiamenti che riguardano le dinamiche politiche e il campo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione. La scienza della comunicazione politica ha seguito, osservato e analizzato le trasformazioni nei campi politico e tecnologico e ha messo in luce molte interazioni e i loro effetti su come gli attori politici, i sistemi dei media e gli elettori hanno reagito ai cambiamenti e hanno modificato i propri comportamenti. Alcuni dei cambiamenti che hanno segnato profondamente l’ecosistema politico-mediale sono la globalizzazione delle news (già prefigurato da Marshall MacLuhan nel suo “villaggio globale”), il declino del giornalismo “impegnato” che ha ceduto spazio al giornalismo di intrattenimento (dunque il passaggio dal ruolo educativo a favore di logiche di mercato), la nascita dell’era del digitale, l’avvento dei social media che ha demolito le barriere della comunicazione di massa classica e ha reso più facile la creazione e diffusione della disinformazione politica; in campo più politico le sfide ai sistemi democratici liberali da parte di forze che nei nuovi media hanno trovato nuove opportunità di diffusione e mobilitazione, l’insorgenza dei nuovi populismi e sovranismi, la volatilità degli elettorati, la crisi dell’istituzione-partito. I molti corollari a questi sommovimenti sono sotto gli occhi di tutti e la pandemia li ha anche esacerbati, come possiamo osservare quotidianamente.

Che rapporto esiste, oggi, tra media, politica e cittadini?
Il digitale ha davvero cambiato tutto nella politica e nella comunicazione politica. E siamo solo agli inizi. Rispetto alle prime tre fasi della comunicazione politica di cui parlarono Blumler e Kavanagh (1999), nella quarta fase, l’attuale, i tre attori che formano l’ecosistema della comunicazione politica non hanno più le medesime caratteristiche che hanno formato oggetto di interesse e di ricerca per molti decenni. Quindi oggi la scienza sta rivedendo profondamente le evidenze passate, adottando nuove metodologie e rivolgendosi verso nuovi scenari, che includeranno per esempio le sfide dell’Intelligenza Artificiale, impensabili fino a qualche anno fa. In questo quadro i rapporti tra i tre attori sono “tutti da studiare”, nel senso che quanto sappiamo del passato comincia a non avere più lo stesso valore paradigmatico che gli è stato attribuito per decenni. Oggi il cittadino-elettore ha risorse e capacità di intervento sulla politica che non ha mai avuto nella storia e che sono potenzialmente destabilizzanti per l’establishment e per lo stesso sistema dei media che non ha più il monopolio dell’informazione. La politica per mantenere il comando nella polity si sta velocemente adattando, sfruttando le nuove tecnologie e i nuovi canali di comunicazione e tenendosi sintonizzata sugli umori della cittadinanza digitale.

Che ruolo svolge il marketing politico nelle campagne elettorali?
In un ecosistema in cui il cittadino non è più un target passivo, partiti, leader e politici stanno velocemente modificando le strategie e le tecniche di seduzione. Molta “propaganda” elettorale (e non solo) oggi transita sui social network e deve fare i conti con le dinamiche oscure degli algoritmi e con i potenti filtri delle “bolle” che irrigidiscono gli elettori in dinamiche polarizzanti. Di qui l’elaborazione da parte degli strateghi di metodologie di marketing di tipo relazionale, che nella quasi impossibilità di “convertire” chi la pensa diversamente, tendono a fidelizzare e quindi a consolidare il consenso ottenuto. I politologi ci hanno spesso dimostrato che nei risultati elettorali delle democrazie mature non si vedono grandi passaggi da destra a sinistra o viceversa, ma rimescolamenti all’interno delle forze che rappresentano la destra o la sinistra.

Quali sfide pone, alla comunicazione politica, il digitale?
Come già accennato, il digitale ha creato un ecosistema politico-mediatico completamente diverso da quello dell’era “analogica”. Già di per sé questa è una sfida alla politica che ancora fonda le sue logiche e la sua azione su schemi di interazione e comunicazione che stanno perdendo velocemente di efficacia. Il digitale, tuttavia, non significa “virtuale”, e dunque non vuol dire che la politica si gioca ormai nel cyberspazio. Il mondo reale, con le sue tensioni, con i suoi conflitti e con la sua brutalità, rimane il locus della politica e della comunicazione politica. Il digitale è un nuovo modo di vivere il conflitto sociale e la lotta politica. Gli attori che ne ignorano le valenze e rifiutano di utilizzarne le potenzialità, sono destinati a essere sostituiti dalle generazioni di politici e di comunicatori che hanno dimestichezza con la grammatica del digitale. Un Obama e un Trump che non avessero abilmente e/o cinicamente sfruttato le armi digitali della dialettica politica non avrebbero avuto quel successo per cui rimarranno esempi famosi di “digital leadership”.

Come si esprime la partecipazione politica ai nostri giorni?
Quello della partecipazione è un classico tema della ricerca sulla comunicazione politica. Anche in questo campo osserviamo cambiamenti significativi nelle dinamiche partecipative. Pur rimanendo ancora valide alcune delle forme tradizionali, quali iscriversi a partiti o movimenti, o manifestare in cortei di protesta, la partecipazione dell’era digitale si sposta progressivamente dall’offline all’online. Non si tratta puramente di lasciare l’azione sul terreno e scegliere il “remoto”. Le due dimensioni si intrecciano e possono anzi alimentarsi a vicenda, come si vede nei movimenti che crescono enormemente grazie all’attivismo e alla mobilitazione in rete. Le forme sono le più varie e anche le più fantasiose, data la duttilità dei media elettronici. Si va dalle chat al crowdfunding ai meme. Esiste una vasta letteratura scientifica e un’ampia pubblicistica su questa partecipazione tipica del “cittadino digitale”. Non è ancora stato esattamente misurato l’impatto che queste nuove forme hanno sull’esito di una campagna, ma si ha la netta sensazione che più l’elettorato è alfabetizzato al digitale, questo tipo di partecipazione sarà quella prevalente nelle elezioni future.

Quali vicende hanno segnato l’evoluzione dal partito di massa al partito del leader?
Più che di vicende si tratta di un processo complesso che viene da lontano, iniziato ancora prima dell’alba dell’era digitale e che per alcuni è “strutturale” alla politica stessa, nella quale la leadership detiene da sempre la magna pars. La mediatizzazione della società e della politica ha per così dire “esasperato” questa centralità del leader, grazie all’azione della logica mediale che privilegia la persona sull’idea, il conflitto sul compromesso, la scena sul retroscena. Si parla infatti di personalizzazione, di leaderizzazione, di spettacolarizzazione della politica. In parallelo a questa trasformazione di natura più mediatica, la crisi delle ideologie e dei regimi politici che le incarnavano (si cita spesso il crollo del muro di Berlino come turning point della politica contemporanea), insieme ad altre svolte in campo economico e sociale e negli equilibri internazionali, hanno decretato la fine del “partito di massa” e hanno lasciato spazio ai “partiti personali”, definiti anche “flash”, “di plastica”, “digitali”e così via, per significare che oggi le tecnologie rendono agevole a un leader ambizioso di crearsi il proprio partito – seppure con scarso “radicamento sul territorio” (come esigeva la vecchia categoria).

Che forme assume la comunicazione politica populista?
Il populismo è un fenomeno antico, ma ha avuto un rilancio epocale proprio negli ultimi due decenni, e per questo è diventato oggetto di innumerevoli studi. È definito in vari modi, a seconda della prospettiva teorica. Alcuni autori lo definiscono un’ideologia che considera la società separata in due gruppi: il popolo “puro” contro l’élite corrotta; altri una strategia politica, una risorsa di mobilitazione, una connessione tra leader e popolo senza mediazioni; altri uno stile comunicativo, una manifestazione discorsiva di un’ideologia “sottile” in cui la comunicazione è centrale quanto le idee populiste. I leader populisti, da Salvini a Bolsonaro a Trump hanno attirato l’attenzione non solo giornalistica ma anche della ricerca ed è interessante osservare quanto abbondante sia la produzione scientifica di analisi sui leader, sulle loro campagne, sui linguaggi, sul rapporto con i media e i social media. È un settore in forte espansione, almeno fino a quando il populismo rimarrà una delle cifre politiche dei nostri tempi.

In che modo i sondaggi influiscono sull’opinione pubblica?
Il sondaggio fino all’avvento dei social media era considerato, soprattutto dalla ricerca francese, un attore politico per se, perché i suoi risultati avevano effetti sia sul committente, sia sull’agenda politica e quindi sulle decisioni politiche. È ancora uno strumento chiave nella lotta e nella comunicazione politica, tant’è che viene ampiamente utilizzato dentro e fuori le campagne elettorali e le testate fanno a gara a commentare le risultanze in prima pagina. Per questo rimane un grosso business. Ma le metodologie di analisi dell’opinione pubblica hanno fatto grandi passi in avanti e permettono oggi di rilevare i cambiamenti anche attraverso le misurazioni dell’espressione dell’umore e dei sentiment popolari sui social network, essendo questi diffusi capillarmente in settori significativi della cittadinanza.

Che relazione esiste tra Internet e democrazia?
Internet significa tecnologia, ambiente digitale, piattaforme, e molto altro. Senza cadere nel determinismo tecnologico è comunque indubbio che questo nuovo ecosistema comunicativo stia avendo un impatto spiazzante sulle istituzioni politiche, sulle pratiche di governo e in ultima analisi sul funzionamento della democrazia. Che è ancora largamente basata su un impianto ottocentesco, di relazione politica-cittadino top-down. Internet sta sfidando questo impianto rendendo possibile la disintermediazione, rafforzando l’interazione bottom-up e orizzontale, offrendo risorse organizzative alla mobilitazione del demos, e così via. Anche in questo caso siamo solo all’inizio di questo braccio di ferro tra democrazia rappresentativa classica e nuove forme di rappresentanza online. E per ora si vedono solo gli effetti preoccupanti, come ha dimostrato l’esperimento pentastellato, da un lato, e del tentativo sovversivo trumpiano, dall’altro, alimentato da disinformazione in rete. Prima o poi le istituzioni democratiche dovranno trovare un punto di incontro con l’ecosistema di Internet, quantomeno per evitare che diventi il braccio armato delle forze anti-democrazia.

Quale futuro, a Suo avviso, per la comunicazione politica?
Occupandomi soprattutto della disciplina di ricerca e di analisi, non mi è difficile prevedere che continuerà ad essere il campo affascinante che ha spinto migliaia di ricercatori in tutto il mondo a studiare come politici, media e cittadini interagiscono, si confrontano, gestiscono conflitti, difendono interessi, insomma lottano per il potere. La svolta che segnò un cambiamento epocale, l’avvento della televisione (che in Italia ebbe come effetto collaterale la discesa in campo di Berlusconi), segnò anche la svolta nello studio della comunicazione politica. Ma ho l’impressione che le sfide che pone la rete saranno tali da far sembrare gli effetti della televisione sulla politica come un ricordo quasi romantico. Le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale in politica, per esempio, si prospettano come un territorio di ricerca misterioso ma non meno affascinante. Non è per caso che alcuni istituti universitari soprattutto all’estero stiano rivolgendo l’attenzione (e grandi risorse) a questo nuovo campo. Ma anche gli altri campi registrano una “effervescenza scientifica” che lascia ben sperare nell’avanzamento delle nostre conoscenze del fenomeno della comunicazione politica nel XXI secolo.

Gianpietro Mazzoleni è professore ordinario di Sociologia della comunicazione e ha insegnato nelle università di Salerno, Genova e Statale di Milano. È Fellow dell’International Communication Association (ICA). Ha fondato e diretto la rivista del Mulino “Comunicazione Politica” (2000-2013) ed è stato presidente dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica (2013-2019). È autore di molte pubblicazioni nel campo della comunicazione politica. Per Wiley-Blackwell (2016) è stato editor-in-chief della “International Encyclopedia of Political Communication”.

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