“Introduzione all’oratoria greca” di Matteo Pellegrino

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Prof. Matteo Pellegrino, Lei è autore del libro Introduzione all’oratoria greca edito da Carocci: quale rilevanza assumono, nella storia della letteratura greca antica, l’oratoria e la retorica?
Introduzione all'oratoria greca, Matteo PellegrinoCon le voci ‘oratoria’ e ‘retorica’ si intendono, rispettivamente, l’arte di chi compone e pronuncia il discorso (cioè l’‘oratore’) e la professione del maestro che insegna i precetti di quest’arte (cioè il ‘retore’). Se le origini dei manuali di retorica risalgono all’area siciliana, l’oratoria è una specifica espressione della tradizione culturale greca sin dai tempi di Omero. Il passaggio dagli antichi regni micenei alla civiltà delle poleis ne favorì lo sviluppo; i politici ateniesi ne furono abilissimi interpreti, soprattutto nel periodo successivo alle Guerre persiane, in concomitanza con il momento di massimo splendore della capitale attica. Nell’ultimo quarto del V sec. a.C. e per tutto il secolo successivo, fino alla perdita della libertà ad opera di Filippo II di Macedonia e di Alessandro Magno, Atene mantenne in questo campo una posizione dominante, e i suoi maggiori esponenti (Lisia, Isocrate, Demostene) assursero in futuro alla dignità dei più celebrati modelli di imitazione e di studio.

In quale contesto nacque e si sviluppò l’oratoria?
Gli oratori attici operarono nel contesto dell’Atene di età classica (V-IV sec. a.C.) che si fondava su due istituzioni centrali per la vita democratica della polis: l’Assemblea e i Tribunali popolari. L’Assemblea (ekklesía) era il massimo organo deliberativo dell’Atene democratica, che si riuniva per approvare o respingere le determinazioni assunte dal Consiglio, la boulé; all’Assemblea competevano le relazioni estere (decideva su questioni pertinenti alla pace, alla guerra, alle alleanze con le altre poleis), il potere legislativo (legiferava sotto forma di decreti) e il potere giudiziario (nominava i magistrati e, di fatto, controllava il potere esecutivo). I Tribunali popolari avevano funzioni che andavano ben oltre le specifiche competenze di natura giudiziaria e si estendevano a una lunga teoria di responsabilità amministrative: l’asta pubblica di beni confiscati dagli Undici aveva luogo, ad esempio, davanti a un gruppo di giurati; e quando veniva armata una flotta, un tribunale si occupava di tutte le obiezioni sollevate dai cittadini designati per la trierarchia. Ma, soprattutto, i Tribunali si occupavano di processi di interesse politico e, di fatto, la loro autorità si fondava su un costante e sistematico esercizio di controllo dell’intera classe dirigente (magistrati, strateghi e oratori che proponevano leggi in Consiglio e in Assemblea): non sorprende dunque che le fonti antiche abbiano trattato i Tribunali popolari come un organo politico alla pari dell’Assemblea e che talvolta essi siano stati descritti come il più importante organo dello Stato.

Quale importanza assunse l’oratoria nell’Atene democratica?
Sulla base del naturale assunto che diverse necessità comunicative richiedevano differenti impostazioni retoriche, i Greci codificarono tre diversi generi di oratoria: il dicanico (o giudiziario), il simbuleutico (o deliberativo), l’epidittico (o dimostrativo). I primi due generi erano definiti anche ‘agonistici’, perché rispettivamente legati alle contese in tribunale e al dibattito politico. Al genere dicanico (o giudiziario) appartengono i discorsi tenuti durante i processi. Soprattutto nell’Atene del V-IV sec. a.C. la procedura legale prevedeva la divisione di due forme di processi: le cause private (dikai) e le cause pubbliche (graphaí). Le prime riguardavano la difesa dei diritti dei singoli ed erano intentate solo dalla parte lesa; le seconde miravano a colpire chiunque attentasse al bene dello Stato e potevano essere mosse da ogni cittadino (era però alto il rischio che tali azioni fossero sovente intraprese da delatori, i sicofanti, che vivevano di squallide forme ricattatorie a esclusivo fine di lucro). La prassi giudiziaria prevedeva un preliminare atto di conciliazione, fallito il quale, il dibattimento passava al cospetto di un magistrato, che tecnicamente istruiva il processo, accogliendo l’accusa, la replica del convenuto, le prove a carico e a discolpa, l’elenco dei testimoni. Una giuria popolare ascoltava le parti e i testimoni, e poi, con votazione segreta, esprimeva il suo verdetto. Durante il dibattimento, i cittadini erano tenuti a pronunciare di persona i loro discorsi; se la giuria lo permetteva, si faceva intervenire nel dibattito un amico (o un parente), definito appunto “compagno di parola” (synégoros). Un genere di aiuto ancora più qualificato poteva prodursi grazie ai logografi, che, dietro compenso, scrivevano discorsi giudiziari per conto dei diretti interessati. Al genere simbuleutico (o deliberativo) appartengono i discorsi pronunciati in Assemblea. A rigore, in nome della “libertà di parola” (parrhesía), ogni cittadino avrebbe avuto il diritto di esprimersi al cospetto del massimo organo deliberativo della democrazia ateniese; ma, nella prassi abituale, erano ben poche le persone che partecipavano attivamente al dibattito politico. Soprattutto nel IV sec. a.C. i consessi deliberativi furono, di fatto, ‘monopolizzati’ da politici di professione (rhétores) che, forti di una preparazione tecnica affinata presso le scuole dei maestri di retorica, erano anche i maggiori oratori dell’epoca. Il terzo genere, quello epidittico (o dimostrativo), comprendeva i panegirici, vale a dire le orazioni celebrative e ‘di parata’ (pronunciate durante le grandi feste cittadine e panelleniche), nonché i discorsi di lode e di biasimo (quali, ad es., gli elogi dei caduti negli epitafi e le prese di posizione contro la tirannide, come avviene nell’Olimpiaco lisiano), e, infine, i discorsi esemplari, finalizzati all’insegnamento. A contenuti tanto ‘impegnativi’ dovevano corrispondere l’uso dei più elaborati accorgimenti della tecnica retorica, una lunga ‘gestazione’ scritta e la ‘rilettura’ dinanzi a un pubblico più ristretto e colto rispetto a quello che pure aveva imposto l’originaria occasione celebrativa.

Chi furono i maggiori oratori attici di età classica?
Risale forse a un retore di età augustea, Cecilio di Calatte, il cosiddetto Canone attico, un elenco dei dieci più importanti oratori della Grecità, attivi in Atene negli ultimi anni del V sec. a.C. e per tutto il secolo successivo: Antifonte, Andocide, Lisia, Isocrate, Demostene, Iseo, Licurgo, Eschine, Iperide, Dinarco. Lisia fu il massimo esponente del genere giudiziario, Isocrate eccelse nel genere epidittico, e Demostene fu il più celebre rappresentante non solo del genere deliberativo ma dell’essenza stessa della Grecità politica, destinata a influenzare con alterne fortune la cultura retorica antica e moderna. Al di fuori del Canone attico le nostre conoscenze si fanno più incerte e confuse; ma merita menzione almeno l’oratore Demade vissuto tra il 380 e il 318 a.C.: abile improvvisatore, Demade non mise per iscritto i suoi discorsi; ed è interessante notare che all’assenza di una pubblicazione scritta delle orazioni si accompagni, come nel caso dei sette sapienti, la formazione di raccolte di sue presunte sentenze.

Quali forme e contenuti caratterizzarono la loro opera?
Lo schema essenziale dei discorsi giudiziari prevedeva: un esordio che conteneva espressioni volte a ottenere la benevolenza dei giudici e proponeva e definiva il reato in oggetto; una ricostruzione e una narrazione puntuale dei fatti; una argomentazione volta a sostenere, su fondamenti giuridici e legislativi, la validità della propria tesi; una ricapitolazione dei fatti e degli argomenti; una perorazione in favore della propria tesi. Un elemento essenziale dell’arte retorica di Lisia, considerato già dai critici antichi come una delle sue maggiori qualità, è l’etopea, ovverosia la capacità di “creazione dei caratteri”, intesa come invenzione di un tipo stilistico funzionale alle esigenze della causa e destinato a ottenere il consenso della giuria. L’abilità dell’oratore consisteva, in altri termini, nel presentare il proprio assistito nella sua luce migliore e nel coinvolgere emotivamente i giudici, portandoli a condividere in modo quasi naturale la sua visione dei fatti e ad alimentare un senso di vera e propria avversione nei confronti della controparte. Nelle orazioni assembleari non c’era la parte narrativa tipica dei discorsi giudiziari, ché l’argomento non era una disputa legale che doveva essere illustrata ai giurati, ma una situazione politica già nota ai cittadini. Nella sezione argomentativa, invece, l’oratore introduceva la mozione che proponeva all’approvazione del demos, e questa parte era divisa in un’introduzione, nella proposta vera e propria, e nella giustificazione. Non era prevista alcuna confutazione degli argomenti della controparte, ché il dibattito assembleare aveva come protagonisti diversi oratori, che salivano sulla tribuna anche senza preavviso e potevano introdurre questioni inaspettate; il processo, invece, era incentrato sul confronto di due sole parti, ciascuna delle quali conosceva in anticipo i punti di vista dell’altra. Ne consegue che le orazioni assembleari fossero più brevi e più improntate all’oralità, mentre gli oratori giudiziari potevano elaborare in anticipo le loro orazioni in forma scritta. Tra gli oratori politici, lo abbiamo detto, eccelse Demostene: se il giudizio sulla personalità politica di Demostene è stato condizionato da estenuanti polemiche ideologiche, l’apprezzamento delle sue qualità oratorie è rimasto indiscusso. Nel corso delle interminabili veglie destinate alla composizione dei suoi discorsi, Demostene impiegò con consapevolezza i sistemi codificati prima di lui e inventò nuovi ritmi e figure; cionondimeno, la sua attenzione era rivolta non tanto alla ricerca della perfezione formale, quanto all’immaginazione di quella che sarebbe stata la reazione del suo pubblico e a come egli sarebbe riuscito a convincerlo con parole, espressioni, immagini, ritmi; seppe, in sostanza, realizzare uno stile che, caratterizzato da vibranti passioni e abbondanza di mezzi espressivi, ricco di rari ed elevati vocaboli e di complesse perifrasi, non era tuttavia disgiunto da velocità, veemenza e potenza verbale. Una pluralità di temi e di modalità espressive interessava, infine, il genere epidittico, che, come detto, spaziava dalle orazioni celebrative e ‘di parata’ (pronunciate durante i solenni consessi cittadini e panellenici) ai discorsi di lode (per i caduti in guerra) e di biasimo (ad es., contro la tirannide) e ai discorsi paradigmatici, finalizzati all’insegnamento. Libero da esigenze immediate, questo genere di discorsi poteva abbandonarsi a nostalgiche rievocazioni di un passato glorioso, esortare alla concordia le poleis greche, ipotizzare idealistici programmi di poco probabile attuazione. Il suo massimo interprete, Isocrate, fu uno dei più autorevoli esponenti della prosa attica e il suo stile diventò presto l’esempio più tipico della graphikè léxis, vale a dire della letteratura pubblicata per iscritto: del tutto inadatta alla recitazione in Assemblea o nei Tribunali popolari, la sua prosa ha i suoi punti di forza nella predilezione dei periodi complessi e articolati in strutture simmetriche, nella prevalenza dell’ipotassi e nel rifiuto dei facili effetti; la notevole lunghezza dei periodi, inversamente proporzionale al loro numero totale, ne contribuisce a mostrare la complessità delle strutture sintattiche.

Matteo Pellegrino è professore ordinario di Lingua e letteratura greca presso l’Università di Foggia. Tra le sue pubblicazioni, inerenti soprattutto al teatro greco, si segnalano: Utopie e immagini gastronomiche nei frammenti dell’archaia (Pàtron, Bologna 2000); la traduzione e il commento allo Ione di Euripide (Palomar, Bari 2004); La maschera comica del Sicofante (Pensa Multimedia, Lecce-Brescia 2010); Nicofonte. Introduzione, Traduzione e Commento (Verlag Antike, Mainz 2013); Aristofane. Frammenti. Testo, traduzione e commento (Pensa Multimedia, Lecce-Brescia 2015).

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