“Interminati spazi. Leopardi e L’Infinito” a cura di Alberto Folin

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Prof. Alberto Folin, Lei ha curato l’edizione del libro Interminati spazi. Leopardi e L’Infinito pubblicato da Donzelli: a 200 anni dalla sua composizione, quale forza conserva il celeberrimo idillio?
Interminati spazi. Leopardi e L’Infinito, Alberto FolinCredo che L’infinito di Leopardi non abbia solo un valore letterario in quanto testo poetico tra i più perfetti che la storia della letteratura abbia mai avuto, ma anche per un’altra ragione. Con questi 15 versi, (il giovane Leopardi aveva all’epoca solo 21 anni) si può dire che la storia della poesia moderna e contemporanea compie una svolta fondamentale. Al centro della rappresentazione letteraria non c’è più soltanto l’io, la soggettività con i suoi problemi e il suo vissuto, ma anche una domanda essenziale – già, peraltro, presente nella filosofia fin dalle sue origini – che, con il dissolversi della fiducia incondizionata in un Dio creatore – assillerà d’ora in poi l’uomo contemporaneo e di cui la poesia diverrà il luogo privilegiato: perché l’essere e non il nulla? Può l’uomo, pur conoscendo la propria finitudine, desiderare l’infinito (fingendolo dentro di sé) e, accettando il suo stato di mortale, naufragare “dolcemente” nel nulla? Può concepire la vita e la morte come un dono, cioè, per usare l’espressione di Leopardi, come «cosa arcana e stupenda»? Oggi, il mondo è dominato dal fare della tecnica, dove ogni cosa ha il suo valore pratico finalizzato al benessere. Ma se l’essere non viene accettato nella sua finitudine «arcana e stupenda», diviene fonte di violenza e conflitto in nome di un benessere al di là dell’umano. Lo stare insieme degli uomini si dissolve così in una lotta di tutti contro tutti. Quando l’uomo pretende l’immortalità, allora è il tempo dei lager e dei genocidi, dell’orrore della guerra e della distruzione del pianeta. Nell’Infinito, Leopardi si libera dalla determinatezza condizionata dell’io in un’ascesi estatica, non mistica, che però, anche nell’assenza di Dio, trova il suo appagamento e il suo riposo nel lasciar essere le cose al loro destino di nulla e di pacificazione nel nulla. È in fondo lo stesso tema che sarà al centro dell’ultima lirica leopardiana: La ginestra.

Quale straordinaria gamma di possibilità interpretative offre ancor oggi al lettore moderno questa lirica?
Come per tutti i grandi testi poetici, anche per L’infinito vale ciò che Gottfried Benn afferma a proposito di ogni lirica moderna: il poeta «segue una voce interna che nessuno ode. Non sa donde venga questa voce, né ciò che essa in definitiva voglia dire». Le «possibilità interpretative» dell’Infinito sono davvero “infinite” proprio perché il lettore scopre significati che forse il poeta intuiva, ma non aveva in mente in tutta la loro chiarezza concettuale. Ciò non significa affatto che ogni lettura colga nel segno. Significa semplicemente che l’“interpretazione” è divenuta esperienza di vita, e Leopardi, pur nella chiarezza del dettato formale, si abbandonava all’ascolto dello spirito del tempo, che è quello che noi tutti viviamo nella sua attualità. Si spiega solo così l’immensa bibliografia sull’Infinito, che ancor oggi non accenna a diminuire non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Quale profilo filosofico e insieme logico-matematico assume il canto?
Non bisogna mai dimenticare che l’«ermo colle» (il monte Tabor che si trova a Recanati dietro a Palazzo Leopardi) risulta «caro» al poeta proprio perché una «siepe» impedisce «per tanta parte» la vista del paesaggio che sta al di là. La «finzione» dell’infinito nasce perciò da un “guardo escluso”, ed è frutto quindi di una negazione. Come spiega in modo straordinariamente chiaro Paolo Zellini nel suo intervento «anche la matematica greca condivideva questo horror infiniti ed evitava perfino di nominarlo […]. Ma questa idea negativa dell’infinito, precisava Aristotele, non invalida minimamente le operazioni dei matematici, perché essa esclude solo l’esistenza attuale […] di qualsiasi cosa che sia talmente grande da non poter mai raggiungere una fine». In un mio recente libro (Il celeste confine. Leopardi e il mito moderno dell’infinito, Marsilio) ho insistito sul fatto che il gesto di sedersi e mirare, è consapevolmente voluto dall’io poetante proprio per eliminare anche quel poco che la siepe lascia vedere per ciò che resta di «tanta parte». Gli «interminati spazi» e la «profondissima quiete» possono essere così forgiati dal pensiero proprio perché la totale negazione dello sguardo permette di affacciarsi su un’infinita possibilità di essere che l’io può in tal modo immaginare. Leopardi, anche nelle sue considerazioni “filosofiche” che registrerà nello Zibaldone a proposito della nozione di «infinito», nega l’esistenza di un infinito attuale, e ammette l’infinito solo come possibilità pura. L’intervento di Francesco Orilia mette efficacemente in luce come subito dopo Leopardi e fino a tutto il Novecento, tale contrasto tra infinito attuale e infinito potenziale sarà destinato a riaccendersi nelle opposte interpretazioni del matematico tedesco Georg Cantor (1845-1918) e del matematico filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970).

Quale rapporto intercorre tra l’infinito onto-teologico e l’infinito astronomico?
A questa domanda non so rispondere con parole migliori di quelle usate dall’astrofisico Marco Bersanelli che nel suo intervento, a proposito degli interessi astronomici adolescenziali di Leopardi dichiara: «L’interesse per l’astronomia del giovane Leopardi era tutt’altro che un’effimera curiosità o un puro gusto di erudizione. Attingeva a una radice profonda. […] Le domande che in lui sorgevano riguardo all’universo fisico avevano al tempo stesso un risvolto esistenziale. La considerazione degli spazi stellari faceva risuonare in lui un’altra vastità, quella che percepiva al fondo del proprio animo. Fin da ragazzo tali pensieri gli aprivano ferite che non si sarebbero mai rimarginate. Tanto che, per il resto della sua vita, gli interlocutori privilegiati delle sue domande più incandescenti sarebbero stati la Luna e le stelle, quelle famigliari luci celesti che avevano rapito il suo cuore di adolescente». Quando il «pastore errante» interroga la luna nel celebre Canto del 1828-29, chiedendole cosa faccia nel cielo, è evidente che la domanda non è rivolta a un corpo astronomico, ma a ciò che questo corpo simboleggia in quanto immagine del cosmo: è in sostanza una domanda non di ordine «astrofisico», ma evidentemente «ontologico». Tra il 1812 e il 1829 (tra la Storia dell’astronomia e il Canto notturno) si è prodotto nel pensiero di Leopardi un processo irreversibile, che ha trasformato il suo interesse “scientifico” in un interesse decisamente onto-teologico. A mio avviso, dare agli scritti scientifici ed eruditi giovanili di Leopardi un’importanza eccessiva contribuisce a distogliere lo sguardo dal cuore pulsante della sua produzione filosofica e poetica successiva, nella quale la curiosità scientifica si dissolve per fondersi con una riflessione di ordine eminentemente ontologico.

Perché si può affermare che L’infinito rappresenta l’anticipazione per immagine della «teoria del piacere» leopardiana?
Prima di rispondere a questa domanda, bisognerà precisare in poche parole cosa intendeva Leopardi con ciò che lui stesso definiva «teoria del piacere». Con questa espressione il poeta-filosofo elaborava una complessa teoresi a proposito del «piacere», una nozione molto dibattuta tra gli illuministi italiani e francesi del Settecento (da Pietro Verri, a Charles-François Dupuis, da Diderot a Condillac a Montesquieu, per non fare che qualche nome). A differenza degli ideologues, per i quali la felicità era il risultato di una risposta adeguata allo stimolo sensitivo, Leopardi sostiene che ogni piacere è figlio del dolore, cioè di una mancanza, perché l’uomo è quel particolare ente che – a differenza di tutti gli altri – dopo aver soddisfatto un desiderio non è felice, rimane deluso, in quanto vorrebbe esaudire non un desiderio, ma il desiderio. Si tratta, in ultima analisi di un desiderio illimitato, per sua stessa natura impossibile da realizzare. È Massimo Cacciari, nella sua finissima lettura ermeneutica a mostrare con grande chiarezza teoretica come questa componente fondamentale del pensiero leopardiano prende corpo proprio in questo idillio, e precisamente nella sua seconda parte, quando il cuore – sul punto di spaurare – viene risvegliato dalla voce del vento. Qui si fa strada l’idea che l’impossibilità dell’infinito come desiderio inestinguibile può aprire verso un naufragio «dolce» grazie a un sovvenire che è liberatorio perché esprime un’armonia: «Il pensiero che finge è giunto a cogliere l’immensità non semplicemente come l’indeterminabile-indicibile, bensì come l’indeterminabile armonia di ogni determinazione finita».

Quali fonti patristiche potrebbero aver influenzato alcune scelte semantiche di Leopardi nella composizione del celebre idillio?
La sterminata critica leopardiana, per varie ragioni (non ultima la pregiudiziale ideologica di un radicale materialismo come unica direttrice attribuita al pensiero di Leopardi), ha trascurato per molto tempo la componente cristiana che, accanto a quella greca e latina, ha costituito la base formativa del complesso e stupefacente «sistema» (come lo definiva lui stesso) speculativo del grande recanatese. In realtà, il giovane Giacomo, dopo essersi impadronito da autodidatta del greco, del latino e dell’ebraico, è un lettore assiduo della Patristica greca e latina. Frutto di questi lunghi e approfonditi studi sono due raccolte, entrambe edite da Claudio Moreschini (Le Monnier , 1976) e oggi introvabili, composte tra il 1814 e il 1815, in cui il giovane studioso traduce dal greco al latino e commenta i frammenti dei Padri della Chiesa, venendo quindi a conoscenza non solo della tradizione per così dire canonica della Patristica, ma anche di autori considerati gnostici dall’ortodossia cattolica, come Clemente Alessandrino e Bardesane. Il contributo di Gaetano Lettieri, che interviene con grande finezza filologica e interpretativa in questo campo sterminato, risulta decisivo anche perché aiuta a capire, tra l’altro, la possibile origine dell’espressione «dolce naufragio», ricondotta, attraverso una complessa analisi comparatistica a un testo del IV secolo di Massimo, primo vescovo di Torino. Tale espressione sarebbe stata sicuramente letta da Leopardi e da lui erroneamente attribuita ad Ambrogio.

Quale centralità assume la figura dell’illimite nella cultura romantica europea?
Sull’importanza del concetto di «incondizionato» nelle poetiche romantiche e, in particolare, in quella tedesca, Luigi Reitani interviene disegnando un panorama che unisce alla chiarezza espositiva la qualità della sintesi storico-critica. Il termine “incondizionato” in tedesco [Unbedingtes] è molto prossimo alla nozione di «illimite». Che questa nozione, pur in una vaghezza concettuale che confina con l’astruso, sia molto diffusa nel preromanticismo e nel romanticismo europeo, è cosa nota. Non c’è dubbio che, su questo punto, chi si avvicina di più a Leopardi, è Novalis, benché molti motivi presenti nella meditazione leopardiana li ritroviamo un po’ in tutti gli intellettuali che si raccoglievano attorno alla rivista «Athenäum»: oltre a Novalis, i fratelli Schlegel che ne furono i fondatori, e poi Schleiermacher e Ludwig Tieck. Qual è l’aspetto più evidente che collega Leopardi a questi scrittori e in generale al movimento romantico diffuso in Europa, che comprendeva anche l’Inghilterra, la Francia e la Spagna, in modo non secondario? È sostanzialmente l’idea che l’infinito (cioè l’illimite spaziale e temporale) non è una sostanza sussistente in sé, e dunque, una substantia mundi di origine divina, ma il frutto dell’immaginazione dell’uomo. La tensione verso l’infinito, in Leopardi, non si produce però in contrapposizione al sapere antico, come era convinzione di molti romantici. Reitani cita a questo proposito Schiller che, nel celebre saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale, afferma che l’«arte dell’infinito» dei moderni si contrapporrebbe a un’«arte del limite» degli antichi. Per il poeta-filosofo di Recanati, al contrario, l’illimite nella modernità riaffiora come sovvenire di un sapere antico e antichissimo. Potrei aggiungere: un tragico sovvenire, perché mentre per gli antichi l’apeiron (cioè l’apertura verso il cielo) dava senso alle cose percepite nella loro dimensione mitica (e giustificava dunque la finitezza umana e il male), il mondo moderno, distruggendo le illusioni con la ragione scientifica, ha immerso l’uomo contemporaneo in una indifferenza verso ogni diversità e, in particolare, verso la bellezza policroma della natura di cui La ginestra è rappresentazione simbolica straordinariamente efficace. Questo processo di «snaturamento» è irreversibile e lascia l’immaginazione dell’infinito solo a qualche fuggevole momento di oblio.

In che modo il pensiero di Leopardi si rivela anticipatore delle scoperte attuali delle neuroscienze?
Uno dei temi centrali della meditazione leopardiana verte sull’unità indisgiungibile, in ogni essere umano, non diversamente che in ogni essere vivente, di corpo e anima, di sensazione e sentimento, di idea e percezione. La nozione di “corporeità” è altamente diffusa in tutto lo Zibaldone ed è molto spesso il presupposto di alcune fondamentali considerazioni che appaiono nei Canti e nelle Operette morali. Lo aveva compreso benissimo, molti anni fa, Antonio Prete che con il suo libro Il pensiero poetante (1981) inaugura una nuova stagione della critica leopardiana. In questo convegno, chi ha affrontato con grande acume tale difficile tema è il filosofo e neuroscienziato Silvano Tagliagambe, il quale afferma: «I più recenti risultati delle neuroscienze […] convergono su questa imprescindibilità del riferimento al corpo e offrono indicazioni importanti per quanto riguarda la nostra relazione con esso». Una prima rivoluzione nella neurologia e nella psichiatria si verifica con la scoperta da parte di Antonio Damasio dell’esistenza di un “secondo cervello” accanto a quello che presiede al ragionamento formale, che lo studioso portoghese chiama «cervello emotivo». In parole povere, le neuroscienze attuali hanno messo in chiaro che la psyké non è disgiunta dal soma e le emozioni scorrono assieme a tutti gli elementi chimici che compongono il nostro corpo. Leopardi si sofferma a lungo su tale questione, che potremmo riassumere nella domanda che il Morto rivolge a Federico Ruysch nella famosa Operetta che mette in scena il dialogo tra lo scienziato e le sue mummie: «Dimmi: lo spirito è forse appiccato al corpo con qualche nervo, o con qualche muscolo e membrana, che di necessità si abbia a rompere quando lo spirito si parte?»

Quale nesso lega L’infinito agli altri Idilli?
La risposta a questa domanda richiederebbe uno spazio troppo lungo per restare nei limiti di un’intervista. Basterà ricordare la seguente annotazione che Leopardi riporta nel XII elenco dei suoi Disegni letterari: «Idilli esprimenti situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo». Tutti gli Idilli leopardiani sono accomunati da questa intenzione fondamentale, che resta, per alcuni aspetti, ancora oggi aperta all’interpretazione del lettore.

Alberto Folin, già docente di Ermeneutica leopardiana e di Scritture e poetiche all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è membro del Comitato scientifico del Centro nazionale di studi leopardiani di Recanati, vicepresidente del Centro mondiale della poesia e della cultura Giacomo Leopardi e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della composizione dell’Infinito (1819-2019). Tra le sue pubblicazioni: Leopardi e la notte chiara (Marsilio, 19932); Pensare per affetti. Leopardi, la natura, l’immagine (Marsilio, 1996); Leopardi e l’imperfetto nulla (Marsilio, 2001); Leopardi e il canto dell’addio (Marsilio, 2008); Costellazioni del pensiero. Scritture e poetiche dell’Occidente (Moretti & Vitali, 2009); Sott’altra luce. Leopardi e il pensiero del ’900 (Anterem, 2009); Il celeste confine. Leopardi e il mito moderno dell’infinito (Marsilio, 20203).

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