Intelligenza emotiva e metaemotiva, Antonella D'AmicoProf.ssa Antonella D’Amico, Lei è autrice del libro Intelligenza emotiva e metaemotiva edito dal Mulino: innanzitutto, che cos’è l’intelligenza emotiva?
Come illustro nel mio libro, vi sono definizioni diverse di questo costrutto, in contrasto tra loro, che si riferiscono ad altrettante tradizioni di studi e di pensiero in psicologia. Autori come Goleman o Bar-On considerano l’intelligenza emotiva come un misto di caratteristiche di personalità e competenze apprese di alcuni individui, che porta con sé le doti di ottimismo, capacità di comprendere gli stati d’animo propri e degli altri e di regolare efficacemente le emozioni nelle relazioni. Salovey e Mayer, al contrario, l’hanno definita come una gamma di abilità cognitive specializzate nell’elaborazione delle informazioni emotive, definite “calde”, in contrapposizione a tutte le altre informazioni non emotive (di tipo logico, matematico e o verbale), definite generalmente “fredde”.
Personalmente, giacché si parla di una forma di intelligenza, ho da tempo “sposato” la posizione di Mayer e Salovey.

Che rapporto c’è tra intelligenza emotiva ed emozioni?
Definendo l’intelligenza emotiva come abilità cognitiva specializzata nell’elaborazione delle informazioni “calde”, potremmo dire che tra emozioni e intelligenza emotiva esiste lo stesso rapporto che c’è tra l’intelligenza classicamente intesa e l’apprendimento, la memoria, il ragionamento, il pensiero e tutti gli altri processi cognitive “freddi”.
In altre parole, l’intelligenza emotiva comporta la capacità di usare in modo “intelligente” le informazioni che provengono dalle nostre emozioni, e quindi di percepirle, usarle, comprenderle e regolarle funzionalmente per l’adattamento in ogni situazione e contesto di vita.

Come si misura l’intelligenza emotiva?
Questo è un tema al quale dedico ampio spazio nel mio libro, in quanto è anche alla base delle differenze tra i diversi modelli teorici. In estrema sintesi, i modelli che definiscono l’intelligenza emotiva come un misto di caratteristiche di personalità e competenze apprese ereditano una tradizione tipica della letteratura psicologica sulla misurazione della personalità, servendosi quindi di scale di autovalutazione in cui si chiede alle persone di valutare in che misura, ad esempio, ritengono di essere capaci di riconoscere le emozioni in sé stessi e negli altri, di instaurare buone relazioni, eccetera. Al contrario, negli studi che definiscono l’intelligenza emotiva come un’abilità cognitiva, si utilizzano veri e propri test che richiedono ad esempio di riconoscere l’espressione di un volto, di dare il significato ad un termine emotivo o altro. Il test più famoso in tal senso è il Mayer, Salovey e Caruso Emotional Intelligence test del quale, insieme alla collega Antonietta Curci, ho curato l’edizione Italiana (pubblicata con Giunti O.S. nel 2010).

Qual è l’importanza dell’intelligenza emotiva?
È di fondamentale importanza. Per tutte le persone ed in tutti i contesti di vita, come dimostrato in un ampio numero di studi che in parte descrivo nel mio libro. Le emozioni influenzano ogni singolo istante della nostra vita personale, professionale, familiare, eccetera. Farne un uso intelligente è ciò che può renderci persone (e società) veramente evolute.
Ma non è semplice, richiede sforzo ed impegno quotidiano e soprattutto richiede che si superino alcune convinzioni errate sulle emozioni, ad esempio quelle che inducono molti a pensare che si pensi esclusivamente con il cervello e non con il “cuore” o con la “pancia”. I più famosi neuroscienziati, come Antonio Damasio, sono ormai d’accordo sull’impossibilità (oltre che sull’inutilità) di pensare al funzionamento umano separando mente e corpo. Il corpo, tutto, ha un ruolo fondamentale nei processi emotivi e decisionali. Non c’è un tempo per la ragione ed un tempo per le emozioni. Ragione e sentimento (nonostante o proprio come dimostrato nel famoso romanzo di Jane Austin!) marciano in assoluta sinergia, e quando le persone possiedono una buona intelligenza emotiva questa sinergia si traduce, appunto, in comportamento intelligente.
Potrei anche dire che l’intelligenza emotiva è ciò che distingue l’uomo dagli animali ma, da quando anch’io ho un piccolo pet, comincio a pensare che in tante occasioni il mio cagnolino (e certamente quello di molti tra voi lettori) si dimostra più intelligente sul piano emotivo, almeno limitatamente all’empatia, di molti esseri umani!

In che modo età e genere influenzano l’intelligenza emotiva?
Anche in questo caso la risposta non è univoca perché dipende dal modello teorico che si adotta e soprattutto dagli strumenti di misurazione che si utilizzano.
Parlando dell’età, quando si usano strumenti di autovalutazione, paradossalmente in alcuni casi i punteggi degli adulti possono essere più bassi di quelli degli adolescenti o dei bambini. Ciò probabilmente non indica che le persone con gli anni e l’esperienza diventino meno competenti emotivamente, ma piuttosto che le inevitabili esperienze di difficoltà e di fallimento vissute li portino ad essere più parsimoniosi nell’autovalutare le proprie abilità emotive. Ciò sembra confermato dal fatto che invece, quando si usano test di prestazione, si osserva un aumento delle abilità emotive con l’età.
Per quanto riguarda il genere, i test prestazionali dimostrano che le ragazze e le donne ottengono punteggi più alti dei ragazzi e degli uomini, anche se nelle prove di autovalutazione sono spesso i maschi ad autovalutarsi più positivamente. Anche questo risultato lascia piuttosto perplessi ed apre una serie di interrogativi, che approfondisco nel mio libro.

Cos’è l’intelligenza metaemotiva?
Per me rappresenta la risposta alle difficoltà interpretative che il riferimento a diversi modelli e metodi di misurazione dell’intelligenza emotiva comporta.
Osservare che alcune persone possano ritenersi come emotivamente intelligenti in scale di autovalutazione, salvo poi dimostrare scarse competenze emotive non solo nella vita quotidiana ma anche nei test di prestazione (e viceversa), mi ha indotto a pensare che molte persone in realtà non sappiano se e quanto sono emotivamente intelligenti.
E questa non è una buona notizia, in quanto un’intelligenza di cui non siamo consapevoli non potrà essere utilizzata con altrettanta efficacia di un’intelligenza consapevole. Dall’altra parte, chi ritiene di avere grandi capacità, ad esempio nell’autoregolazione emotiva, può lanciarsi in “imprese emotive” al di sopra delle sue effettive capacità di regolazione, sviluppando presto sintomi di esaurimento emotivo o rimanendo coinvolto in relazioni e situazioni dannose.

Ecco perché l’intelligenza metaemotiva racchiude, sia nel costrutto che nei metodi di misurazione, una costellazione di credenze, autovalutazioni ed abilità relative alle emozioni. Nel 2013 ho a tal fine sviluppato anche un apposito test per adolescenti (l’IE-ACCME, pubblicato da Giunti O.S., e descritto dettagliatamente nel volume) in grado stimare non solo le abilità emotive dei ragazzi, ma anche se questi hanno una buona consapevolezza delle loro abilità sia nelle situazioni di vita quotidiana che in situazione di test.
A mio modo di vedere, infatti, qualunque sia il livello di intelligenza emotiva delle persone, poco può essere fatto per migliorarla o per utilizzarla efficacemente se non vi è un’adeguata consapevolezza di tale abilità.
Il test IE-ACCME esamina, inoltre, le credenze e le convinzioni più radicate riguardo le emozioni che, come già accennato sopra, possono influenzare enormemente la vita emotiva individuale.

È possibile promuovere l’intelligenza emotiva e metaemotiva? E come?
È certamente possibile ed altamente auspicabile promuovere l’intelligenza emotiva e metaemotiva. Questo andrebbe fatto, per la prevenzione del disagio e per la promozione del benessere psicologico, sin dalla scuola dell’infanzia e continuare nel corso di tutto l’iter scolastico. Personalmente, coltivo la profonda convinzione che i bambini siano potenzialmente più intelligenti, sul piano emotivo, degli adulti. Esprimono più facilmente le loro emozioni, comprendono ed accolgono quelle degli altri, sono disposti a cambiare ed a perdonare più facilmente degli adulti. Noi adulti dovremmo limitarci ad indirizzare efficacemente questo potenziale, a modificare solo gli stili comportamentali ma non a sopprimere le emozioni che li guidano. Non dovremmo permettere che il loro potenziale si spenga o si deteriori o considerarlo come transitorio ed infantile.

Nel volume, esamino brevemente alcuni metodi per promuovere l’intelligenza emotiva sviluppati da colleghi stranieri ed il metodo “MetaEmozioni”, che io stessa ho sviluppato a tal fine. MetaEmozioni è stato già applicato in ragazzi con Disturbo Specifico dell’Apprendimento ed in diverse scuole italiane grazie ad un progetto di collaborazione tra l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, l’Università di Palermo e l’associazione MetaIntelligenze ONLUS.

La promozione dell’intelligenza emotiva, in ogni caso, ha delle grosse potenzialità anche come forma di intervento con adolescenti all’interno delle comunità di accoglienza o di recupero, e con adulti per promuovere il benessere lavorativo e dell’organizzazione, negli istituti penitenziari ed in qualunque altro contesto in cui si miri a preservare e promuovere il benessere psicologico. Una delle prime esperienze di applicazione del metodo MetaEmozioni, ad esempio, ha coinvolto un piccolo gruppo di adolescenti inseriti nel programma di “messa alla prova” e seguiti dall’Ufficio del Servizio Sociale per i Minori di Palermo.

Poi, è a mio parere molto importante promuovere la cultura dell’intelligenza emotiva anche livello delle singole persone. Ho avviato in questi anni diverse iniziative formative in tal senso (di una è attualmente aperto il bando nella sezione Corsi di Perfezionamento dell’Università di Palermo), o in network con colleghi stranieri, ed ho scritto un altro libro (“Intelligenza emotiva. Pillole metaemotive per vivere meglio”, Ed. San Paolo), che riporta una serie di esercizi ed esempi pratici utili per coltivare la propria intelligenza emotiva e metaemotiva.
Non mi resta che sperare, come dico spesso, di vedere presto in Italia un esercito di “ambasciatori dell’intelligenza emotiva” che mi aiutino a diffondere e promuovere questa cultura nella scuola ed in ogni altro contesto di vita.
Credo che tutti potremmo beneficiarne. Più che mai in questo periodo sociale e politico. Grazie mille per il vostro interesse ed aiuto in tal senso.

Antonella D’Amico è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Psicologiche, Pedagogiche e della Formazione dell’Università di Palermo, dove insegna Fondamenti e Storia della Psicologia e Intelligenza Emotiva: strumenti e tecniche. È direttore scientifico del Centro studi internazionale MetaIntelligenze ONLUS.