“Intelligenza artificiale: promesse, attualità, controversie” di Fiammetta Fanizza

Prof.ssa Fiammetta Fanizza, Lei è autrice del libro Intelligenza artificiale: promesse, attualità, controversie, edito da FrancoAngeli: quali conseguenze è destinata a produrre l’incipiente introduzione dell’IA?
Intelligenza artificiale: promesse, attualità, controversie, Fiammetta FanizzaL’IA esercita un forte fascino, fondato su una lunga serie di previsioni organizzate intorno ad un racconto della realtà declinato al futuro. Dalla letteratura cyberpunk ai film di fantascienza, intere generazioni continuano a nutrire aspettative di futuro capaci di stravolgere il presente e promettere mondi governati dalle tecnologie. Ciò è risultato pensiero tecnoscientifico, assai seducente, che tuttavia alimenta una sorta di apprensione che culturalmente investe l’innovazione e il significato sociale di essa.

Credo che oggi, alla luce degli indirizzi di ricerca che stanno prospettando nuove visioni così come nuovi obiettivi scientifici, l’IA deve configurarsi come una rivoluzione che, sostituendo i paradigmi post-industriali, stabilisca modalità diverse per i modi di produrre, di consumare, di comunicare. Queste modalità implicheranno trasformazioni non necessariamente conformi a molte delle aspettative e delle promesse sui cui si è fondato sinora il mainstream tecnologico.

Probabilmente l’introduzione dell’IA interesserà azioni e processi quotidiani, intervenendo, cioè, in forme e relazioni che nella sostanza saranno diverse rispetto a come erano state pensate e presentate fino a pochi anni fa. Ciò significa che l’effetto di cambiamento non investirà soltanto gli apparati tecnologici e non sarà valutato esclusivamente in riferimento alla capacità di interazione uomo/machina. La rivoluzione sarà soprattutto determinata sulla base di quanto – e di quanto in profondità – i modi di pensare e di agire terranno conto della novità dell’IA. Insomma l’incipiente introduzione dell’IA implica la necessità di una diversa cultura di massa dell’IA.

Quali risvolti epistemologici porta con sé l’automazione?
Innanzitutto l’avvio di un processo di familiarizzazione con l’IA, ossia una sorta di programma di lavoro che impegna l’intera società nell’elaborazione di una nuova cultura dell’automazione.

Pur continuando a considerare la contrapposizione dialettica tra innovazione formale e innovazione sostanziale, si tratta dell’inizio di un percorso di revisione critica per mettere in discussione l’unicità e esaustività del binomio tra innovazione e problem solving.

La ricerca di framework per fondare una cultura dell’automazione, nonché per portare avanti compiutamente la rivoluzione digitale, non può evitare di discutere di nuove geografie, sia umane, che sociali e politiche. Cosicché, tanto in riferimento alle potenzialità d’introduzione e applicazione, quanto rispetto alla ricerca di fondamenti epistemologici propri e specifici, l’IA deve riuscire ad elaborare un “pensiero digitale” capace di tenere insieme i bisogni della scienza con quelli umani, cioè in grado di produrre forme di realtà e favorire processi di civilizzazione piuttosto che concentrarsi su nuove retoriche per l’innovazione digitale.

Qual è l’impatto sociale delle tecnologie di IA?
Per rispondere a questa domanda è innanzitutto importante distinguere tra l’impatto sociale e quello che io definisco impatto socio-tecnico.

Mentre il primo interessa le maniere tramite le quali le innovazioni avviano o incrementano processi di cambiamento nelle organizzazioni umane e negli ambienti di vita, il secondo investe la sorte delle innovazioni, cioè riguarda l’applicazione e l’impiego industriale che un’innovazione rende possibile. Pur se non sempre facile e immediata, tale distinzione è fondamentale per evitare due diverse tipologie di errori: identificare l’innovazione con un “prodotto di consumo”, ovvero associarla a qualcosa da cui ricavare un utilizzo e un beneficio di ordine economico e commerciale; intendere l’innovazione alla stregua di una performance, ossia valutarla in termini di prestazioni, di delta competitivo e, dunque, di impiego industriale.

Evidentemente, l’esame dei limiti e al contempo dei caratteri di questi due distinti impatti sono cruciali per evitare che l’innovazione venga ad essere accreditata soltanto da un punto di vista operativo/applicativo e, di conseguenza, che il risultato dell’innovazione riguardi soltanto apparati e strumentazioni tecniche invece che processi umani e relazioni tra persone.

Probabilmente proprio la confusione tra questi due generi di impatti è responsabile di quei divari – tra cui quello digitale – che non permettono alle tecnologie di esplicare effetti di ordine sociale. In altre parole, un impatto esclusivamente legato all’impiego produttivo di un’innovazione rallenta e ostacola l’assegnazione di un significato esistenziale alle innovazioni che restano quindi vincolate alla loro capacità di attivare processi industriali e solo subordinatamente sociali.

Al contrario, l’impatto sociale dell’IA è destinato a influenzare la vita delle comunità tanto nelle aspettative e nelle decisioni quanto nella selezione degli interessi e delle attività da svolgere soltanto se riuscirà a prefigurare l’inizio di un lavoro sociale volto a stabilire nuove relazioni collegate ad obiettivi di democrazia, libertà, uguaglianza, pari opportunità, miglioramento di condizioni di lavoro, incremento delle aspettative di vita, innalzamento dei livelli istruzione, aumento delle protezioni sanitarie, ecc. ecc.

Quale contributo può offrire la sociologia nella riflessione intorno all’introduzione e all’applicazione dei sistemi di IA?
Nel premettere che a mio avviso la sociologia deve interessarsi delle conseguenze prodotte dai rischi cui le società globalizzate sono esposte non foss’altro perché tali rischi devono essere effettivamente conosciuti per essere consapevolmente governati, sono convinta che per la sociologia sia arrivato il momento di affiancare altre discipline nella scelta di nuovi paradigmi scientifici se non addirittura nella ricerca di una vera e propria alternativa scientifica.

Poiché a mio giudizio la sociologia deve opporsi ai tentativi dell’informatica di matematizzare concetti di stretta attinenza socio-umanistica, così da collaborare autorevolmente alla costruzione di nuovi significati che emergono dal mondo digitale, la mia proposta riguarda un’etnologia digitale per facilitare la spiegazione pubblica del come e del perché l’IA agisce come realtà naturale, ossia con modi propri e tramite propri significati.

Facilitando un’effettiva comprensione dei contesti così come delle pratiche digitali, l’etnologia digitale può concorrere alla semplificazione del rapporto tra l’oggetto IA e il soggetto uomo, mettendo a disposizione metodi e strumenti per decodificare e ricodificare il presente tenendo conto degli effetti tanto di arricchimento quanto di depauperamento che l’IA sta scatenando e/o innescando nel panorama delle tecnologie digitali.

Nell’articolato insieme di relazioni e interrelazioni uomo/macchina che caratterizzano l’IA, l’etnologia digitale può offrire approcci, prospettive e strumenti per consentire alla sociologia di impostare la discussione sull’innovazione tecnologica e, nell’ambito di una riconfigurazione del complesso rapporto tra tempo, spazio e trasformazioni umane e sociali, mettere in discussione le categorie totalizzanti mediante le quali l’informatica si è imposta alla stregua di un modello sia di produzione sia culturale tout court.

Fiammetta Fanizza, sociologa dell’ambiente e del territorio presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia, è coordinatrice del corso di laurea magistrale in Innovazione Digitale e Comunicazione. Accanto a ricerche sull’evoluzione del fenomeno del caporalato con riferimento all’analisi dei flussi migratori e sui sistemi di welfare generativi, si dedica alla promozione degli Innovation Studies, cioè a stimolare una dialettica interdisciplinare al fine di sviluppare approcci metodologici innovativi (https://orcid.org/0000-0001-7330-0766)

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