Prof. Filippo Domaneschi, Lei è autore del libro Insultare gli altri edito da Einaudi: innanzitutto, che cos’è un insulto?
Insultare gli altri, Filippo DomaneschiDefinire cosa sia un insulto, ossia quali parole o comportamenti contino come insultanti, è un bel rompicapo linguistico. Non solo, direi che è letteralmente una domanda da milioni di dollari: uno dei problemi che oggigiorno dà filo da torcere alle grandi aziende come Google, Facebook e Twitter è esattamente escogitare delle efficaci tecniche di individuazione e rimozione dei contenuti offensivi e denigratori online. È una questione difficile da risolvere per una ragione ben precisa: l’insulto è un complesso fenomeno sociale, che si realizza in forme diverse e con svariate funzioni a seconda dei contesti culturali di riferimento, della lingua parlata, dei parlanti e degli scopi in gioco nella comunicazione. Sebbene il concetto stesso sia in una certa misura universale, le sue declinazioni specifiche sono innumerevoli: un comportamento del tutto innocuo in una certa comunità può essere considerato tragicamente offensivo a pochi meridiani di distanza. Intuitivamente, diremmo che un’ingiuria sembra dipendere in larga parte dal fatto che vengano utilizzate espressioni conclamatamene insultanti, come cretino, deficiente o stronzo. Eppure, se durante una partita a carte un amico mi dà scherzosamente del ladro o del farabutto tendo a non offendermi e a riderci su; al contrario, termini apparentemente neutri e inoffensivi come siciliano, zingaro, ebreo ma anche politico, lavascale, macellaio o asino, oca e mulo, in talune circostanze possono acquisire una valenza violentemente insultante. Insomma, per capire a quali condizioni si verifica un insulto non è sufficiente sfogliare il vocabolario; occorre piuttosto osservare con attenzione le combinazioni di parole, azioni e credenze che danno luogo alle innumerevoli forme della denigrazione.

Quali parole offendono e perché?
In linea di principio, qualunque espressione linguistica può farsi veicolo di insulto. Talvolta insultiamo persino senza aprir bocca (e.g., dimenticando un anniversario, escludendo qualcuno dalla lista degli invitati a una festa, etc.). Ad ogni modo, diverse sono le ragioni per le quali una parola può caricarsi di valore offensivo. Intanto, tutte le espressioni di turpiloquio o, più in generale, i vocaboli tabù, possono essere scagliati contro altri individui con intento insultante. L’espressione merda, per esempio, acquisisce una funzione dispregiativa poiché rimanda a un concetto che afferisce a una precisa area concettuale: quella scatologica, delle secrezioni corporee. L’uso figurato, non letterale di tale espressione trascina con sé significati e valori intrinsecamente negativi come il disgusto e il ribrezzo. Questo ventaglio di proprietà disdicevoli può essere proiettato su un individuo per colpire una sua qualche caratteristica e, sempre metaforicamente, smerdarla.

Un’altra porzione caustica del vocabolario è rappresentata invece dagli slurs, o epiteti denigratori. In questo caso, abbiamo a che fare con espressioni linguistiche come negro, frocio, terrone, wop, rital, kike, faggot, etc. che, pur non essendo parolacce, riescono comunque a trascinare con sé contenuti violentemente offensivi. Sono termini coniati con uno scopo ben preciso: denigrare un individuo in virtù della sua mera appartenenza a una minoranza o a un gruppo sociale che ha alle spalle una storia di oppressione e stigmatizzazione legata alla provenienza etnica, geografica o all’orientamento sessuale.

Come variano nelle diverse lingue e culture gli insulti?
Tra le quasi 7000 lingue parlate ad oggi nel mondo, difficilmente si ritraccia un idioma che non esibisca un repertorio (seppur limitato) di espressioni deputate a svolgere una specifica funzione: insultare gli altri. Da una lingua all’altra, le offese variano in modo fantasioso dando origine a formule che spesso suonano bizzarre o incomprensibili se osservate con le lenti della propria lingua madre (pensiamo all’espressione francese parler français comme une vache espagnole, tr. it. parlare francese come una vacca spagnola). Gli insulti sono un fenomeno linguistico fortemente sensibile alle variazioni geografiche, temporali e culturali. Tuttavia, il modo in cui variano da un vocabolario sembra non essere del tutto arbitrario ma pare invece sottostare a una logica comune. In particolare, a seconda della lingua parlata, le espressioni di insulto sembrano attingere con minore o maggiore voracità a quattro aree di significato: la sfera religiosa, copulatoria, scatologica e discriminatoria. L’italiano, ad esempio, è una delle lingue che dispone di un maggior repertorio di espressioni blasfeme mentre l’inglese, con fuck e i suoi derivati (fucker, fucking, etc.), è una lingua che sfrutta particolarmente il lessico sessuale nel suo vocabolario spregiativo.

Quali meccanismi psicologici e linguistici sono alla base della violenza verbale?
Il senso comune suggerisce che un insulto sia una manifestazione di emotività, ovverossia un’espressione di aggressività incontrollata. In effetti, è vero che molti insulti fuoriescono dalla bocca in modo del tutto impulsivo e incontrollato. Alcune ricerche nell’ambito della psicologia cognitiva hanno mostrato addirittura che insulti e le imprecazioni possano avere una funzione catartica; vale a dire, riducono lo stress fisiologico e psicologico e riportano equilibrio nell’organismo. La produzione di un insulto, quindi, non solo manifesta l’emozione della rabbia ma contribuisce a ridurre la collera e contenere gli impulsi aggressivi. Pur tuttavia, le funzioni sociali dell’insulto sono innumerevoli e sarebbe ingenuo ridurre questo complesso fenomeno umano a un epifenomeno del linguaggio, un mero fatto accessorio con le sembianze di uno strillo o di uno sbraito. Gli insulti hanno una funzione aggregativa e identitaria, pensiamo ad esempio agli slogan con i quali i movimenti di contestazione giovanile del ’68 subissavano i fascisti e i borghesi (“Fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”). L’esplosione che segue all’uso di un insulto può essere utile per diversi scopi: umiliare un avversario, manifestare il proprio potere, attrarre l’attenzione, spronare qualcuno a far qualcosa, irridere o, talvolta, persino, dimostrare affetto e sintonia con chi è bersaglio dell’ingiuria. Dire a qualcuno “Ti voglio bene, scemo!” è in qualche modo un gesto di amore. Equivale a dire: il nostro legame è tanto forte e indissolubile da resistere persino all’urto della violenza verbale.

Gli insulti sono necessari?
Sono fondamentali. Sigmund Freud scriveva: “Il primo umano che scagliò un insulto al posto di una pietra fu il fondatore della civiltà”. È vero, gli insulti sembrano giocare un’importante funzione evolutiva: ritualizzano l’aggressività. Siamo inclini a manifestare reazioni aggressive in condizioni di frustrazione. Se ad ogni occasione conflittuale, l’impulso allo scontro si traducesse in violenza fisica e percosse, non vi è dubbio che sopravvivremmo ben poco nel mondo là fuori. Le espressioni di insulto consentono di traslare l’ostilità dal piano materiale dello scontro fisico a quello simbolico del duello verbale. In tal senso, offese, ingiurie e improperi giocano un’importante funzione conservativa: scongiurare, o perlomeno procrastinare, il conflitto fisico tra gli esseri umani.

In che modo l’analisi degli insulti può aiutarci a capire qualcosa di più del modo in cui concepiamo il mondo e le persone che ci circondano?
Un insulto è una finestra sul modo in cui gli esseri umani valutano sé stessi, gli altri e le differenze interpersonali. Il lessico denigratorio, ad esempio, è indizio del livello di consapevolezza critica intorno a categorie come la moralità, l’inclusione e l’esclusione sociale, le differenze di genere e la sessualità. Facciamo un esempio: pensiamo a tre insulti volgari che nella lingua parlata tipicamente vengono rivolti alle donne e a tre che vengono scagliati contro gli uomini. Nel primo caso, ci verranno in mente espressioni sgradevoli come troia, puttana e zoccola; nel secondo caso, stronzo, coglione e pezzo di merda. Che cosa osserviamo? Gli insulti diretti alle donne presuppongono implicitamente un’associazione tra la donna e la sfera della sessualità; quelli maschili, al contrario, tra l’uomo e la dimensione morale e cognitiva. Guardare agli insulti che produciamo, può aiutarci a svelare il modo in cui, spesso inconsapevolmente, concepiamo le differenze di genere e costruiamo stereotipi sul mondo e sugli individui che ci circondano.

Filippo Domaneschi è ricercatore presso l’Università di Genova dove insegna Filosofia e teoria dei linguaggi e dirige il progetto di ricerca EXPRESS, Experimenting on Presuppositions. È autore di numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali e di diverse monografie come: Presuppositions and Cognitive Processes (2016), Come non detto (2016), Introduzione alla Pragmatica (2014).

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