“Insicurezza, paura, vittimizzazione. Dalla teoria alle nostre città” di Serena Favarin

Prof.ssa Serena Favarin, Lei è autrice del libro Insicurezza, paura, vittimizzazione. Dalla teoria alle nostre città edito da Vita e Pensiero: quali sono i fattori che alimentano la paura di subire un reato?
Insicurezza, paura, vittimizzazione. Dalla teoria alle nostre città, Serena FavarinI fattori che alimentano (o attenuano) la paura di subire un crimine e, di conseguenza, incidono sul nostro senso di insicurezza (o di sicurezza) possono essere molteplici. Questi fattori si possono ricondurre a due macro-categoria principali: i fattori individuali, che dipendono dalle caratteristiche del singolo, e i fattori ambientali, che sono legati alle caratteristiche peculiari dell’ambiente circostante che possono avere un’influenza sulle percezioni individuali. Per quanto riguarda i fattori individuali, precedenti esperienze di vittimizzazione, caratteristiche demografiche e socioeconomiche possono incidere sul senso di sicurezza di ognuno. Le donne, gli anziani, coloro che hanno bassi livelli di istruzione, un basso status socioeconomico e una salute precaria hanno una probabilità più alta di sentirsi insicuri e di sviluppare una generale paura nei confronti della criminalità. Inoltre, anche gli stili di vita e la fruizione dei media possono incidere sulla paura e sul senso di insicurezza, così come la fiducia nelle istituzioni e nel contesto sociale circostante.

Molti studi hanno sottolineato come i soli fattori individuali non siano in grado di spiegare in modo esaustivo la paura nei confronti della criminalità. Per studiare in modo omnicomprensivo questo sentimento multidimensionale è necessario, quindi, indagare l’interazione che l’individuo tesse con l’ambiente circostante. Le caratteristiche strutturali del quartiere in cui viviamo come, ad esempio, gli alti tassi di povertà o l’alto tasso di criminalità sono elementi che incidono sulla paura della criminalità. Inoltre, elementi di disordine fisico (ad esempio, strade dissestate, mancanza di illuminazione, aree verdi incolte, edifici abbandonati) e di disordine sociale (ad esempio, la presenza di aree di spaccio, la presenza di fenomeni di vandalismo) presenti nei nostri quartieri possono aumentare il nostro senso di insicurezza e di paura.

Questi fattori, se presi in considerazione separatamente, non sono sufficienti per cogliere la complessità del fenomeno della paura della criminalità. L’interdipendenza di tutti questi fattori è intrinseca nella natura multidimensionale dell’oggetto di analisi. L’individuo e le sue paure sono per forza di cose influenzate da fattori soggettivi, sociali ed ambientali che vanno considerati in un approccio olistico. Dal punto di vista dell’analisi empirica, ci si è già mossi in questa direzione.

Quali conseguenze produce nei cittadini la paura della criminalità?
Le evidenze empiriche a nostra disposizione indicano che le conseguenze della paura possono generare effetti negativi sulla salute mentale e fisica degli individui e sulla qualità della vita. La paura della criminalità riguarda sia la preoccupazione per la propria incolumità che l’affanno per le conseguenze economiche che possono derivare da un’eventuale vittimizzazione. Questa paura può portare gli individui a modificare o a limitare le proprie routine quotidiane scegliendo, ad esempio, di rimanere a casa piuttosto che partecipare alle attività dell’ambiente pubblico o scegliendo di non frequentare determinati luoghi. Queste scelte hanno effetti negativi sul benessere personale, deteriorano le relazioni sociali e limitano il movimento degli individui nello spazio urbano. Le conseguenze della paura, quindi, si ripercuotono prima di tutto sull’individuo, ma anche sulla collettività. Più paura significa meno fiducia, più sospetto, meno coesione sociale e, di conseguenza, meno controllo sociale informale che può portare ad un progressivo aumento del degrado e della criminalità. È singolare pensare alla nostra società come particolarmente insicura considerando che, di fatto, la società odierna è oggettivamente una delle società più sicure nella storia dell’umanità. Dal punto di vista economico, sociale, politico e sanitario, il mondo occidentale odierno è molto più sicuro rispetto a quello delle epoche storiche precedenti. Ciononostante, diverse paure soggettive, tra cui la paura di essere vittima di un reato, costellano il nostro quotidiano. Ogni società vive il proprio tempo, vive il proprio presente e nel nostro presente siamo più inclini a sentirci minacciati sviluppando meccanismi di difesa che possono essere nocivi alla nostra salute psico-fisica.

Il libro presenta una ricerca empirica relativa alla città di Milano: cosa emerge dall’analisi dei dati?
La ricerca empirica presentata in questo libro si struttura in tre livelli diversi di analisi di analisi: macro (città di Milano), meso (quartieri della città di Milano) e micro (i due quartieri di Lodi-Corvetto e Forze Armate).

La prima parte della ricerca ha identificato le determinanti della paura della criminalità per la città di Milano (macro analisi). Quali sono i fattori che spiegano, quindi, il fenomeno della paura della criminalità in questa città. Attraverso un’analisi statistica sono stati esamini i dati di un sondaggio condotto dalla Fondazione Cariplo nel 2019 su un campione di 4.500 rispondenti milanesi. Grazie a queste informazioni, uniche nel loro genere, è stato possibile identificare quali fattori individuali ed ambientali fossero associati alla paura della criminalità nel contesto urbano milanese. I risultati dell’analisi statistica hanno evidenziato una correlazione positiva tra la paura della criminalità e l’essere stato/a vittima di un reato, l’essere donna, avere un basso livello di educazione e arrivare alla fine del mese con difficoltà. Inoltre, anche l’essere casalingo/a e disoccupato/a aumentano la probabilità di un individuo di avere paura. Tutti questi risultati sono in linea con precedenti studi condotti in Italia e all’estero. Esiste una correlazione negativa tra giovani con età compresa tra i 19 e i 28 anni e la paura. I giovani, quindi, hanno la tendenza a non essere particolarmente preoccupati di muoversi nello spazio urbano e a non avere paura della criminalità. Stessa relazione negativa si conferma anche per gli anziani con un’età compresa tra gli 80 e i 94 anni. La probabilità di sentirsi insicuri non aumenta, quindi, quando si è anziani, come invece viene più volte sottolineato dalla letteratura. Gli anziani a Milano sembrano essere economicamente più benestanti rispetto ad altre fasce della popolazione (e rispetto ad altri anziani in altri contesti italiani), escono meno la sera e sono, quindi, meno esposti a vittimizzazione. Questo potrebbe, quindi, limitare la loro paura.

È molto interessante notare che, se si considerano però i giovani con età compresa tra i 19 e i 28 anni che utilizzano frequentemente i social network, questa relazione diventa positiva. I giovani che utilizzano di frequente i social media hanno una probabilità quasi cinque volte maggiore di sentirsi insicuri rispetto a coloro che non usano frequentemente i social. L’utilizzo frequente dei social media è un fattore fortemente associato alla paura della criminalità nel caso dei giovani milanesi. Al contrario, il frequente uso della televisione sembra non avere una correlazione con la paura della criminalità. È interessante notare come la presenza di elementi di disordine fisico e di disordine sociale nel quartiere dove i rispondenti vivono aumenta la probabilità di provare paura. Come la teoria delle finestre rotte (broken windows theory) suggerisce e la letteratura ha a più riprese confermato la presenza di degrado urbano e comportamenti antisociali nel quartiere aumentano la probabilità di una persona di sentirsi insicura, tenute sotto controllo le variabili individuali. Nel caso specifico della città di Milano, l’intensità della relazione tra l’insicurezza e gli atti di vandalismo sembra essere particolarmente alta. Gli atti di vandalismo sembrano preoccupare particolarmente i rispondenti insicuri che sono stati intervistati. Inoltre, i rispondenti che non escono mai la sera hanno una probabilità maggiore di provare paura. Il livello di paura di questi intervistati potrebbe essere maggiore perché questi soggetti hanno meno esperienza fattuale di cosa accada, ad esempio, la sera o di notte, nel loro quartiere e possono, quindi, immaginare scenari distopici lontani dalla realtà che vanno ad alimentare le loro paure. Inoltre, c’è la possibilità che questi soggetti non escano la sera proprio perché hanno paura e si sentono insicuri. Il frequente utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico è anch’esso associato ad una probabilità più alta di avere paura di subire un reato. In questo caso, le persone che utilizzano con regolarità i mezzi pubblici sono più esposte al rischio di subire un reato e sembrano sentirsi, quindi, più insicure. Infine, come dimostrato da diversi studi svolti in altri contesti, anche per i milanesi, avere fiducia nell’operato delle forze dell’ordine e avere fiducia nel contesto sociale sono entrambi fattori protettivi nei confronti del senso di insicurezza. Maggiore è la fiducia tra individui, maggiore sarà il controllo sociale informale del territorio e minori, quindi, gli atteggiamenti antisociali che generano insicurezze e paure all’interno di una comunità. A Milano, entrambi i fattori sono associati ad una diminuzione del senso di insicurezza.

I risultati dell’analisi effettuata considerando i dati raccolti tramite il sondaggio sono stati utilizzati successivamente per analizzare la distribuzione dei fattori di rischio nei quartieri della città di Milano. I fattori che sono risultati significativi nell’analisi condotta sull’intera città (macro analisi) sono stati mappati nei diversi quartieri di Milano (meso analisi) raccogliendo dei dati a livello di Nucleo d’Identità Locale (NIL). I risultati dell’analisi statistico-inferenziale sono serviti, quindi, per selezionare i fattori da utilizzare a livello di quartiere per la creazione di un indice di rischio. L’indice di rischio ha l’obiettivo di andare ad identificare in quali quartieri la probabilità che i cittadini abbiano paura della criminalità è più alta. Diversi enti con diverse finalità raccolgono dati per ciascun NIL delle città di Milano (ad esempio, il Comune di Milano, la Fondazione Rodolfo de Benedetti, la Fondazione Cariplo). I NIL sono 88 zone urbanistiche istituite a fini statistici, di pianificazione e gestione del territorio, che possono essere definiti come quartieri del Comune di Milano. Sulla base dell’analisi statistico-inferenziale sono stati selezionati i seguenti fattori di rischio per la costruzione dell’indice: percentuale di giovani donne che vivono da sole, percentuale di anziani, numero di beneficiari di misure di contrasto alla povertà, valori immobiliari, tasso di disoccupazione, tasso di giovani che non lavorano e non studiano, numero di edifici abbandonati, numero di persone senza fissa dimora, tasso di reato contro il patrimonio e numero di presidi delle forze dell’ordine sul territorio. Alcuni di questi fattori sono correlati positivamente al fenomeno della paura della criminalità nel contesto urbano milanese (ad esempio, percentuale di donne giovani che vivono da sole o tasso di disoccupazione) e sono stati considerati, quindi, fattori di rischio per l’aumento della paura. Altri fattori, invece, sono stati considerati come fattori di protezione che incidono sulla diminuzione della paura all’interno del quartiere (ad esempio, percentuale di anziani o numero di presidi delle forze dell’ordine presenti sul territorio). Attraverso la costruzione dell’indice di rischio questi dati vengono sintetizzati in un’unica misura che permette di andare ad identificare i quartieri che hanno una probabilità maggior di essere colpiti dal fenomeno della paura della criminalità a Milano. Emerge che, dati fattori sociodemografici e di contesto urbano, gli abitanti dei quartieri periferici a sud-est della città hanno una probabilità media più alta di sperimentare un alto livello di paura. In particolare, i quartieri di Lodi-Corvetto, Scalo Romana, Rogoredo-Santa Giulia e Ortomercato, a sud-est della città, presentano, infatti, un alto livello di rischio. Sarà da queste realtà che le amministrazioni locali dovranno iniziare a profondere i propri sforzi per mitigare il senso di insicurezza legato alla criminalità. Come predetto dalla teoria della disorganizzazione sociale, i quartieri del centro città, entro la prima circonvallazione, presentano invece valori molto bassi o bassi di rischio.

L’analisi condotta a livello meso ha identificato i quartieri dove ci si può attendere che i cittadini, in media, sperimentino un livello più alto (o più basso) di paura nei confronti della criminalità. I risultati di quest’analisi sono stati funzionali al proseguimento della ricerca a livello micro. Per l’analisi a livello micro, sono stati selezionati due quartieri della città, Lodi-Corvetto e Forze Armate, che presentano, rispettivamente, un alto e un basso livello di rischio per approfondire le dinamiche di paura ed insicurezza legate a queste aree. Prima di tutto, i dati raccolti tramite il sondaggio sono stati analizzati per ciascun quartiere prendendo in considerazione solo le informazioni che riguardano i rispondenti intervistati a Lodi-Corvetto e Forze Armate. In un secondo momento, attraverso l’utilizzo di tecniche di ricerca qualitativa, è stato effettuato un monitoraggio sul campo per mappare tutti gli elementi di disordine fisico e sociale presenti nei due quartieri e sono state condotte delle interviste con associazioni e cooperative sociali che operano nel territorio per raccogliere informazioni ad hoc sulle problematiche di queste aree. Quest’analisi ha permesso di confermare un più alto livello di rischio per il quartiere di Lodi-Corvetto e ha consentito di individuare alcuni hot spot, ovvero aree all’interno dei quartieri che presentano una particolare concentrazione di degrado urbano e comportamenti antisociali che possono incidere particolarmente sulla paura dei cittadini. Le interviste condotte con le associazioni e le cooperative sociali hanno confermato la problematicità di questi hot spot e identificato altri problemi specifici del quartiere che sono stati particolarmente rilevanti per proporre delle politiche di prevenzione per la città di Milano.

Quali politiche è possibile attuare per mitigare il senso di insicurezza percepito dai cittadini?
Le strategie che sono state adottate per ridurre la paura della criminalità e l’insicurezza si focalizzano, solitamente, sulla comunità o sulla riqualificazione del contesto urbano. Gli interventi volti a diminuire il senso di insicurezza, quindi, si focalizzano sia sull’individuo che sull’ambiente circostante.

Il primo approccio trova il suo fondamento nell’idea che l’esistenza di una comunità unita possa mantenere livelli più contenuti di paura della criminalità. Un maggior senso di appartenenza alla comunità, livelli elevati di aggregazione, legami sociali forti e l’esistenza di valori condivisi favoriscono l’ordine pubblico nel quartiere attraverso una maggior inclinazione al controllo sociale informale e aiutano nella diminuzione della vulnerabilità sociale. Gli interventi che sembrano avere un ruolo positivo nell’aumento della coesione sociale sono le iniziative che promuovono la partecipazione sociale (eventi di educazione e formazione in ambito scolastico e non, informazione e inclusione dei cittadini nei processi decisionali da parte delle autorità, programmi di polizia di prossimità etc.) e le iniziative che invece mirano alla valorizzazione, alla responsabilizzazione e all’inclusione delle categorie vulnerabili della popolazione (giovani che vivono in condizioni di degrado, donne, anziani soli, etc.) attraverso attività ricreative e di supporto e attraverso programmi di co-abitazione e housing sociale. Nel caso specifico della città di Milano, le categorie di persone che si sono dimostrate particolarmente vulnerabili al fenomeno della paura della criminalità secondo l’analisi statistico-inferenziale sono le vittime di reato, le donne, i casalinghi/e, i disoccupati e i giovani che utilizzano con particolare frequenza i social network. Queste categorie, quindi, dovrebbero essere oggetto di interventi volti ad accrescerne la consapevolezza di sé il controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni da un lato e l’inclusione sociale dall’altro. È emerso dalle analisi proposte da questo studio, che soprattutto nel caso dei giovani che utilizzano con assiduità i social network la relazione con la paura della criminalità è molto forte. Per questo motivo, l’organizzazione di attività ricreative, di inclusione e formative (corsi informativi su un uso responsabile dei social media, sulla discriminazione tra notizie affidabili e fake news, etc.) per la popolazione giovanile potrebbero essere un valido strumento per operare sul ridimensionamento della paura percepita. In questo caso, sarebbe auspicabile intercettare non solo i giovani con un’età compresa tra i 19 e 28 anni, che sono emersi come vulnerabili dalle analisi statistico-inferenziali proposte da questo studio, ma i ragazzi delle scuole medie di primo e secondo grado (medie e superiori) in modo da agire più efficacemente sulla formazione di della popolazione giovane. La formazione dovrebbe comprendere una guida all’uso dei social media e dei social network per educare dei cittadini adulti più consapevoli e preparati all’uso di questi strumenti.

Il secondo approccio comprende tutti quegli interventi di riqualificazione degli spazi urbani e ripensamento del design urbano che hanno l’obiettivo di scoraggiare il compimento di atti devianti e criminali, incoraggiando invece un utilizzo positivo e condiviso del territorio da parte dei cittadini. Questi interventi riguardano, ad esempio, la manutenzione degli spazi e la cura dell’immagine del quartiere che migliorano la vivibilità del quartiere stesso, aumentano la visuale e rimuovono possibili angoli ciechi dove autori di reato si potrebbero nascondere. Un altro esempio e quello dell’imposizione di sensi di marcia obbligati che permette di gestire i flussi di persone rendendo trafficate zone che altrimenti resterebbero isolate, scoraggiando cosi il compimento di alcune attività devianti in queste aree. Come in altre realtà, anche a Milano, la presenza di edifici abbandonati e in stato di degrado, la presenza di spazzatura e le evidenze di atti di vandalismo sembrano essere associati ad un maggior senso di insicurezza secondo l’analisi statistico-inferenziale condotta. Le attività di monitoraggio dei quartieri confermano questi risultati, per questo motivo, una riqualificazione degli edifici in rovina, una gestione più attenta dei rifiuti e attività di risanamento dei beni e delle aree sottoposte ad atti di vandalismo potrebbero apportare beneficio al territorio e, conseguentemente, moderare il senso di insicurezza sperimentato dalla popolazione. Il libro presenta, in conclusione, delle soluzioni di riqualificazione mirata per alcune aree di Lodi-Corvetto e Forze Armate, i due quartieri oggetto di studio e di monitoraggio.

Serena Favarin è ricercatrice di Sociologia della devianza nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna corsi sulle teorie criminologiche, sulla vittimizzazione e sui metodi di ricerca scientifica. In Università Cattolica è vice-coordinatrice del percorso Politiche per la Sicurezza (PoliSi) nella laurea magistrale in Politiche Pubbliche e membro del collegio dei docenti del Dottorato Internazionale in Criminologia. Dal 2018 fa parte di un gruppo di ricerca guidato dal KTH Royal Institute of Technology e dalla University of California Los Angeles che si occupa di studiare la percezione della sicurezza in diversi paesi del mondo.

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