Inquisizioni senza inquisitore, Emiliano VenturaDott. Emiliano Ventura, Lei è autore del libro Inquisizioni senza inquisitore edito da Maurizio Vetri: quale filo rosso lega tra essi i diversi saggi che compongono il libro?
Mi rendo conto, a libro edito, che il titolo suscita molta curiosità, naturalmente il riferimento più immediato è al tribunale dell’Inquisizione. In verità questa istituzione è centrale nel saggio sul processo ai Templari e, in parte, anche nel saggio dedicato alla filosofia di Giordano Bruno, per gli altri assume la valenza di una metodologia. Come indicato nella breve premessa, il fil rouge tra i saggi consiste nel presentare un metodo che è esattamente l’opposto dell’inquisitore. Come in molti sapranno ‘l’interrogatorio’ dell’Inquisizione aveva delle procedure e delle domande stabilite, ancor di più dalla fine del XV secolo quando viene redatto un manuale per gli inquisitori. Nel 1487 i domenicani Kramer e Sprenger stilano le norme per il manuale di caccia alle streghe, è il Malleus Maleficarum, è su questo testo che si svolgeranno i processi alle streghe e agli eretici fino al XVIII secolo. L’inquisitore faceva sempre le stesse domande, con lo stesso ordine e si aspettava le stesse risposte. La metodologia che è alla base dei saggi raccolti in Inquisizioni senza inquisitore, è esattamente l’opposto: si pongono sempre domande diverse e non si hanno pregiudizi di partenza verso il campo della ricerca. Per questo il lettore troverà Cristina D’Avena accostata al filosofo tedesco Walter Benjamin, una versione differente del processo ai templari, una critica a Montale, una dignità letteraria ai manuali di scherma, il legame tra il terrorismo e l’arte. Naturalmente non posso dimenticare la lezione di J.L. Borges e le sue raccolte Inquisizioni e Altre inquisizioni, un autore che è stato a lungo centrale nella mia formazione e al quale il mio libro immediatamente rimanda.

Sono frequenti, nel libro, i riferimenti al compianto prof. Mario Perniola: quanto ha influito sulla Sua formazione?
Non è facile rispondere a questa domanda, avrei bisogno di molto tempo e molto spazio a disposizione. Perniola muore il 9 gennaio del 2018, conservo ancora la mail che mi ha scritto solo pochi giorni prima, a dicembre, in cui si scusa per non avermi riconosciuto in una conversazione precedente; inutile dire che era molto malato ma, incredibilmente, ancora lavorava, come ha sempre fatto. Io ho studiato a Tor Vergata dove insegnava Estetica e ho seguito i suoi corsi e sostenuto i suoi esami, ho letto e riletto tutte le sue opere e devo a lui la forma della scrittura saggistica e l’attitudine a cercare percorsi obliqui, a tentare l’accostamento improbabile, l’interesse per il pensiero e gli autori giapponesi (ammirava chi aveva una strategia da perseguire, l’Hejo, come è indicato da Musashi nel Libro dei cinque anelli). In parole povere mi ha insegnato a ragionare, ci ripeteva spesso, ci consigliava, di parlare del poco che sappiamo e di sorvolare sul tanto che ignoriamo, alla faccia dei vari tuttologi e opinionisti da telesalotto. È stato sempre lui a suggerirmi un racconto lungo di David Foster Wallace (Verso occidente l’impero dirige il suo corso) che sarà oggetto di una mia prossima monografia, e di lasciar stare un autore di culto, ma molto maleducato, come Peter Sloterdijk. Potrei continuare a lungo ma credo di aver reso l’idea. Uno dei saggi nel mio libro è infatti interamente dedicato alla sua opera e al suo pensiero, lo lesse e mi ringraziò, bontà sua, per essere stato molto ‘dettagliato’. Devo dire che tutti i lavori che ho fatto hanno subito la sua influenza, fin quasi nei tic verbali e nell’impostazione del lavoro.

Nel libro Lei dedica un’ampia rassegna ai manuali di scherma rinascimentali: qual è la loro importanza?
La prima cosa da dire è che in Italia c’è stata, tra il XV e il XVI, una vera eccellenza di maestri d’arme (magistri di scrima) e con loro una ricca produzione di manuali di scherma. Conosco un maestro di arti marziali che insegna autodifesa, mi ha garantito che le moderne tecniche di combattimento da strada sono prese da questi manuali, e in particolare da quello che io ho preso in esame il Flos Duellatorum di Fiore de Liberi. In questo testo si insegnano tecniche per combattere in armis sine armis. Detto questo l’importanza di questi manuali viene ricondotta, da me ma non solo, a una sorta di ‘rivoluzione consapevole’ nella diffusione del sapere. Nel ‘400 non sono solo i filosofi di professione, diciamo così, e i chierici, a comporre libri per la diffusione di un sapere, di una materia o una ‘scienza’, ma anche un gran numero di tecnici e artigiani che non scrivendo in latino, ma in volgare, presentano la propria esperienza nelle arti meccaniche, fisiche, idrauliche, metallurgiche e via dicendo. C’è un bellissimo libro di Paolo Rossi I filosofi e le macchine (Feltrinelli) che tratta proprio questo argomento. Il Flos Duellatorum del maestro di scherma Fiore de’ Liberi rientra in questo discorso, in più ha delle caratteristiche estetiche che mi hanno subito colpito, è illustrato. Una delle immagini più note è un uomo inserito in una raggiera di sette spade con ai lati quattro animali che rappresentano le virtù di un combattente; la forza, l’audacia, la velocità e la prudenza. Mi ha subito colpito perché sembrava una sinopia dell’Uomo vitruviano di Leonardo, da lì l’interesse per il testo di Fiore. C’è una cosa da aggiungere, Fiore, oltre a presentare una tecnica di combattimento, precisa anche che è necessario avere determinate virtù, come l’audacia, il non temere, non essere pauroso, altrimenti di fronte al ‘ferro’ si vale poco. In pratica dà anche indicazione morali sul combattimento, molto poche in verità, concentrandosi molto sulla tecnica. A differenza dei corrispettivi testi giapponesi sul bushido, come l’Hagakure e il Libro dei cinque anelli, che al contrario sono più che altro dei precetti morali per il samurai.

Che relazione esiste tra il filosofo Walter Benjamin e una cantante di sigle di cartoni animati, Cristina D’Avena?
In apparenza sembrano mondi distantissimi ma in verità ci sono diversi punti in cui quelle professionalità si incontrano. Benjamin è stato un bibliofilo e un collezionista di libri illustrati per l’infanzia, in molti scritti ragiona e analizza il mondo delle illustrazioni e della letteratura per bambini. Dall’Illuminismo si comincia a creare una letteratura per l’infanzia, adattando e banalizzando varie narrazioni, comprese le fiabe e le favole tradizionali, contestualmente i testi vengono arricchiti dalle immagini di artisti e illustratori. Benjamin critica la pretesa dell’educatore e di una conseguente pedagogia e morale intessute di valori solo positivi da ‘consegnare’ al bambino, che in questo modo viene considerato un individuo dalle limitate capacità. È una visione adultocentrica che si farà fatica a scansare, ci vorranno gli anni ’60 del XX secolo per aprire una via e una letteratura completamente diversa. Per Benjamin l’arrivo dello specialista della letteratura per l’infanzia è stata una condanna. Mentre il testo narrativo, compilato o adattato da un educatore o uno scrittore specializzato, naviga nella banalizzazione educatrice, il mondo dell’illustratore e delle immagini gode ancora di piena libertà artistica. Per Benjamin il ‘patto segreto tra artista e il bambino’ è salvato dalle illustrazioni e dai disegni. Anche questa parentesi ha una breve durata, è nel periodo Biedermeier in cui la fantasia abbandona la responsabilità e lo sviluppo della tecnica uniforma ogni cosa, comprese le immagini. Un libro illustrato è formato da un testo scritto, la storia o la fiaba, e da un elemento paratestuale che sono le immagini. Verso la fine del XX secolo, in Italia, nascono le televisioni private con dei programmi adatti (e adattati) ai bambini. Arrivano i cartoni animati giapponesi trasmessi, negli anni ’80, soprattutto da Mediaset. Il cartone animato ha, purtroppo, una funzione simile a una narrazione per l’infanzia illustrata, qui il testo scritto è rappresentato dal cartone animato stesso mentre l’elemento paratestuale è la musica della sigla. Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, il ‘patto segreto tra artista e bambino’ è salvato dall’artista che canta la sigla. È in questo ambito che professionisti affermati ma non specializzati nell’infanzia come Nico Fidenco, Orietta Berti, Roberto Vecchioni, Jimmy Fontana, Lino Toffolo e Riccardo Zara, cantano le sigle tv. Anche in questo ambito arriva un periodo Biedermeier che possiamo chiamare periodo Fivelandia! Le sigle dei cartoni animati vengono da quel momento uniformate da una sola voce, un solo colore e una sola modalità testuale e musicale; Cristina D’Avena è lo/la specialista per le sigle dell’infanzia di cui Benjamin ha parlato nei primi decenni del ‘900, colui o colei che ha spezzato il ‘patto segreto tra artista e bambino’.

Perché Wittgenstein è considerato un genio?
Un collega universitario mi ha fatto notare che questa è un’affermazione ovvia, non credo abbia colto il senso del mio saggio. Non affermo semplicemente che è stato un genio, cosa di per sé nota, ma dico che in lui si rintraccia sia l’idea di genio presentata da Kant (il talento che dà regola all’arte), sia la visione resa poi dallo Sturm und drang, che riconduce la genialità al dàimon socratico, quindi a un concetto impersonale. Il Tractatus e le Ricerche hanno avuto un’influenza enorme sulla filosofia analitica, e non, del XX secolo e sul circolo di Vienna, kantianamente ha dettato nuove regole da seguire. Ma quello che impressiona di più e che mi sembra adatto al lavoro di Wittgenstein è il concetto di genio come il dàimon (demone) che parla a Socrate. Qui un ‘non sapere’ partecipa alla creazione di un’opera. Wittgenstein stila gli appunti che diverranno il Tractatus, combattendo in trincea durante la Prima guerra mondiale, non è neanche laureato in filosofia, vi si è trasferito dalla facoltà di ingegneria. Per non parlare del fatto che senza essere architetto progetta una casa per la sorella. Russell, una volta letto il Tractatus andrà a cercarlo per i monti della Bassa Austria, dove nel frattempo è divenuto maestro elementare. Si laurea a Cambridge nel ’29, sette anni dopo aver pubblicato l’opera che ha influenzato tutta la filosofia. Due studiosi, Monk e Tripodi, si domandano proprio questo: come è stato possibile che un giovane studente di ingegneria, trasferitosi a filosofia, con una conoscenza adolescenziale di Schopenhauer e che afferma di non aver letto Aristotele abbia scritto un’opera capace di influenzare tutta la filosofia a seguire? Ho dovuto semplificare un po’ i concetti ma il saggio è più dettagliato. È giusto quindi considerarlo un genio per aver gettato una nuova regola, un nuovo metodo per la filosofia del linguaggio e la logica formale, ma è sbalorditivo conoscere le circostanze e le conoscenze (o meglio le non conoscenze) che aveva nel formulare questo nuovo metodo, il Tractatus.

Uno dei Suoi saggi è dedicato al Minor Eco: quale rilevanza assumono i testi “minori” del noto semiologo?
Minor Umberto Eco è strettamente legato al saggio iniziale sui sul processo ai Templari, è stato un suo scritto ‘minore’, Sei passeggiate nei boschi narrativi, ma anche Interpretazione e sovrainterpretazione, ad indicarmi la metodologia di analisi del processo per eresia ai noti cavalieri.

Il saggio Minor Eco è stato scritto subito dopo la sua morte, appena iniziano a vedersi degli Istant-book e delle improvvise ristampe dei testi più noti come Il nome della rosa e Opera aperta, è una richiesta volta ai direttori editoriali, e ai vari piani editoriali, di non tralasciare le ristampe di opere meno note come il problema estetico di Tommaso D’Aquino. Per Eco è difficile parlare di scritti minori, ad esempio una postfazione alla sua traduzione di Sylvie di Gèrard de Nerval è un testo compito, un saggio autonomo di raro acume sui tempi della narrazione; lo stesso può dirsi per la prefazione al testo Storia dei Rosa croce di Arnold. Non credo esista un Minor Eco. Mi permetta di ringraziare l’editore Maurizio Vetri e il suo staff per aver creduto in questo lavoro.