Infami macchie. Sessualità maschili e indisciplina in età moderna, Fernanda Alfieri, Vincenzo LagioiaProf. Vincenzo Lagioia, Lei ha curato con Fernanda Alfieri l’edizione del libro Infami macchie. Sessualità maschili e indisciplina in età moderna pubblicato da Viella: come veniva trattata e punita la sodomia nella prima età moderna?
In antico regime, la sodomia rappresentava un crimine e un peccato insieme. In forza della sua condanna morale, che coincideva sostanzialmente con la condanna contenuta nella Bibbia, la sodomia era punita nella maggior parte delle legislazioni statali con pene differenti, compresa la pena capitale. Alla punizione penale, che in taluni casi poteva avere dunque effetti anche drammatici sulla vita delle persone, si aggiungeva poi il controllo e la condanna sul versante religioso. Accadeva perciò che la sodomia entrasse negli interessi di confessori, giudici ecclesiastici e inquisitori, quest’ultimi in modo particolare quanto essa ricorreva insieme a proposizioni ereticali, per esempio sulla libertà sessuale. Proprio riguardo a questo punto, quello del rapporto tra sodomia ed eresia, Vincenzo Lavenia, professore dell’Università di Bologna, dedica all’interno del libro un’ampia e approfondita riflessione, in un’ottica comparativa, attenta anche ai contatti e alle differenze tra fedi e culture differenti. Quello poi che a noi ha interessato soprattutto all’interno di Infami macchie è stato riflettere sul rapporto altamente produttivo tra norma sessuale e indisciplina, tra l’ideale maschile creduto universale e perenne, e invece le sue diverse trasgressioni, le sue varie declinazioni e interpretazioni: teologiche e giuridiche, da un lato; eterodosse e indisciplinate, dall’altro. Ne è uscita, credo, una riflessione plurale, su una maschilità di antico regime che potremmo definire a pieno titolo anch’essa plurale.

Qual era il limite fra lecito e illecito, morale e immorale, decoroso e indecoroso?
Il limite in antico regime era abbastanza statico, dal punto di vista politico. Per quanto riguarda la sessualità, bisogna tenere presente che una grande importanza era data al concetto di riproduzione. La sessualità e i corpi stessi erano descritti in relazione al fine riproduttivo, incanalato e tutelato all’interno del legame matrimoniale. Tutto ciò che si allontanava da questo fine – dal “disegno originario”, cui Umberto Grassi, ora ricercatore presso la University of Maryland, dedica la sua riflessione all’interno del libro, ricostruendo la gerarchia uomo/donna dalla coppia originaria, Adamo ed Eva – poteva venir facilmente tacciato come illecito, immorale, indecoroso. Il limite era dunque stabilito politicamente nelle leggi e nei decaloghi, ma non era qualcosa di estraneo alla vita quotidiana: esso era fatto proprio dalle comunità, nel sentire comune; il limite apparteneva poi ai singoli fin nell’intimità, tanto che il suo superamento era visto come fragilità, debolezza, perdita del necessario controllo, “macchia”. La formula che dà il titolo al libro viene proprio da una delle vicende che all’interno di esso abbiamo avuto modo di approfondire: si tratta del caso da me studiato del minore osservante Francesco Pitigiani, confessore del granduca nella Firenze del primo Seicento, e accusato di violenza sul giovane Camillo, rampollo del casato degli Attavanti. Qui il superamento del limite rischia di rimanere ben impresso come stigma, personale e famigliare, singolare e pubblico, sia nel confessore, sia nella vittima. Che non fosse un terreno pacificato, tuttavia, quello del limite e della sua percezione, ne dà conto il saggio di Fernanda Alfieri, ricercatrice presso la Fondazione Bruno Kessler – Istituto storico italo-germanico di Trento, che con me ha curato l’edizione di questo libro. Il caso da lei studiato, un processo contro un cappuccino nella Puglia dell’ultimo Seicento, bene mostra il tormento e gli espedienti, la presenza del limite e la spinta al suo superamento, associati alla sessualità, e nello specifico discorso teologico-morale. Limite e suo superamento, che sono anche al centro della vicenda ricostruita da Luca Al Sabbagh, dottorando presso l’Università di Trento, dove il protagonista, anch’esso religioso, don Francesco Rovatti, rimase immischiato in uno dei molti processi per sollecitatio ad turpia celebrati nel Settecento dal tribunale inquisitoriale di Reggio Emilia.

Come influiva lo status sulla manifestazione della propria sessualità?
Come lo status personale influisse sulla manifestazione della propria sessualità credo si veda bene dal caso del confessore Pitigiani, al quale prima accennavo. Silenzio e tutela, piuttosto che giustizia, sembrano essere state le parole d’ordine della vicenda fiorentina, dove proprio le istanze di protezione (da una parte del prelato, dall’altra del casato e delle sue logiche) hanno avuto la meglio, con il trasferimento senza processo dell’accusato. Né lo status del Pitigiani né lo status degli Attavanti, infatti, avrebbe potuto permettere una conclusione “normale” del caso. Ecco dunque la soluzione “eccezionale”, determinata dallo status stesso dei soggetti coinvolti. Troppo grande il clamore, troppo grave il vulnus, sarebbero stati di fronte alla celebrazione di un processo pubblico e al conseguente rischio di rendere pubblico, appunto, lo scandalo, l’infamia di quella “macchia” che sporcava entrambi i corpi, entrambi gli onori: meglio dunque una conclusione privata, come infatti fu scelto, assicurata loro dallo status di religioso e nobiliare.

In che modo l’accusa di omosessualità costò ad Alvise V Sebastiano Mocenigo la mancata elezione a doge?
Il caso Mocenigo, sul quale sta attualmente lavorando Tommaso Scaramella, dottore di ricerca dell’Università di Bologna, e del quale è data un’anticipazione in Infami macchie, mi pare interessante proprio per il discorso diffamatorio associato alla sessualità non normativa, di cui già accennavo nella precedente domanda. In questo caso, la sodomia è punita con la reclusione, pena potremmo forse dire “di favore” se confrontata con quella capitale, ma pena comunque “di peso”, considerando che l’imputato era un patrizio veneziano, conosciuto e stimato per il suo lavoro di ambasciatore presso le corti di Spagna e di Francia. Ma non solo: Mocenigo apparteneva a una delle famiglie più in vista del patriziato veneziano: ricchezza, onore, posizioni di privilegio… sette dogi aveva dato la famiglia Mocenigo alla Serenissima. L’allontanamento da Venezia serviva dunque, nelle intenzioni dei giudici, a permettere una sorta di riabilitazione forzata del nobiluomo in seguito allo scandalo pubblico dell’accusa sodomitica. Non avevano considerato, tuttavia, la carica infamante di tale accusa: ben più della completa espiazione della pena, ben più dell’allontanamento coatto, la “macchia infamante” rimase per sempre impressa, indelebile, nella pubblica fama di Mocenigo, tanto che a distanza di un decennio, quando tenterà invano la scalata a doge, ancora l’accusa di sodomia tornerà pubblicamente, come uno stigma, a porre un freno alle sue ambizioni politiche.

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