Dottor Ertola, la Sua ultima fatica, appena pubblicata per i tipi di Laterza, si intitola In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero: che caratteristiche ebbe l’emigrazione italiana verso le colonie?
In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero Emanuele ErtolaInnanzitutto bisogna premettere che l’Africa non fu mai una meta particolarmente favorita dagli emigranti europei. Anche quando le maggiori potenze coloniali hanno avviato programmi per incentivare la colonizzazione dei rispettivi domini, la risposta è sempre stata tiepida. Gli italiani non fecero eccezione, preferendo emigrare verso le Americhe e l’Europa continentale. Non fu un caso, considerando che tra le motivazioni più forti che spingono gli emigranti a scegliere una destinazione ci sono le opportunità lavorative, e le colonie italiane non ne offrivano molte. A cavallo tra gli anni Venti e Trenta la situazione cambiò: gli Stati Uniti avevano progressivamente chiuso le porte all’immigrazione, era necessario trovare nuovi sbocchi per la manodopera italiana, e Mussolini impresse una svolta alla politica coloniale: utilizzando tutti i mezzi a disposizione, ed un’eccezionale brutalità, represse definitivamente la resistenza libica e pochi anni dopo partì alla conquista dell’Etiopia, entrambe colonie che sarebbero dovute diventare meta di una migrazione di massa proveniente dall’Italia. Tali programmi non trovarono attuazione, ma sia in Libia che in Africa orientale emigrò un comunque significativo numero di italiani. In Etiopia in particolare coloro che decisero di trasferirsi ed iniziare una nuova vita furono circa 80.000 persone, non poche considerando che l’Italia conservò il suo “impero” solo per cinque anni. La grande maggioranza erano uomini, molti combatterono volontari con la camicia nera e poi, terminata la conquista del paese, decisero di rimanere; altri partirono dall’Italia per cercare fortuna. Il regime aveva disposto una serie di controlli per selezionare i coloni, in modo che l’Etiopia fosse popolata da una società di bravi fascisti economicamente affidabili e moralmente “sani”, tuttavia in molti casi tali questi controlli furono elusi. La propaganda del regime aveva ossessivamente bombardato gli italiani magnificando le risorse e le grandi prospettive che l’impero avrebbe fornito, e questo spinse molte persone a voler iniziare una nuova vita in questa terra apparentemente ricca di opportunità.

Quali opportunità lavorative ebbero i coloni?
Gli italiani che fecero realmente fortuna nell’Etiopia fascista furono ben pochi, un ristretto numero di imprenditori con buoni agganci politici, e qualche avventuriero che seppe cogliere al balzo le opportunità. Molti inizialmente, sfruttando la grande quantità di risorse economiche mobilitate dal regime per conquistare l’impero, riuscirono ad arricchirsi ad esempio assicurandosi un appalto nella costruzione di infrastrutture, o lavorando come autotrasportatori, entrambi settori strategici in cui vennero investite enormi somme. Ma si trattò di un breve periodo di euforia, artificiosamente sostenuto dalla spesa pubblica, e limitato nel tempo all’invasione ed al periodo immediatamente successivo. In seguito, lo Stato strinse i cordoni della borsa puntando ad un impero economicamente autosufficiente, e questo mise rapidamente fine all’effimero boom economico. Molti persero tutto e tornarono in Italia, altri rimasero fino alla fine. I più fortunati furono quelli che lavoravano come dipendenti per uno dei rami della pubblica amministrazione, ed erano in molti. Professionisti ce n’erano pochissimi, stesso dicasi per gli agricoltori. Gli operai inizialmente erano un numero molto elevato, ma dopo poco tempo il regime decise di rimpatriarne la maggior parte sostituendoli con manodopera africana, per ragioni economiche e di “prestigio razziale”. La maggior parte degli italiani che riuscì a insediarsi stabilmente, avviò modeste attività economiche in proprio: esercenti, ristoratori, locandieri, piccoli artigiani; quasi tutti dediti alla vendita di prodotti  ed alla fornitura di servizi destinati agli altri coloni. Man mano che la popolazione italiana aumentava, questa si rivelò la migliore opportunità lavorativa per la maggior parte dei coloni.

L’impero ebbe uno sviluppo prevalentemente urbano: come si viveva nelle colonie?
Sebbene la parola coloni abbia in italiano una connotazione agricola, la colonizzazione contadina fu un esperimento fallito. La quasi totalità degli italiani emigrati in Etiopia si stabilì in una delle quattro città principali, dove poteva trovare maggior sicurezza e opportunità di lavoro. Il regime si diede da fare per rendere questi centri urbani il più possibile adatti ad accogliere la nascente società italiana. Innanzitutto, in ossequio ai progetti di separazione razziale, cercando di delimitare nettamente le zone abitate dagli italiani da quelle abitate dagli etiopici. Poi, costruendo le infrastrutture ed i servizi necessari ad un certo comfort: strade, fognature, illuminazione pubblica, fognature, rete telefonica, ospedali, cinema. Contestualmente i coloni aprivano le loro attività commerciali: bar, pasticcerie, ristoranti, negozi, sale da ballo. In pochissimi anni, a causa dell’aumento esponenziale della popolazione italiana, le città conobbero un rapido sviluppo, nel tentativo di acquisire un aspetto simile alle città italiane. La maggioranza dei coloni mangiava cibo italiano, acquistava i vestiti ai grandi magazzini, e nel fine settimana andava al cinema o a vedere una partita del campionato di calcio. Si cercò insomma di costruire l’Italia in Africa, ma i risultati non furono sempre conformi alle aspettative, e nonostante si trattasse di una colonia da poco conquistata gli italiani che vi si trasferirono non mancarono di lamentarsene: nei loro diari e nelle loro lettere si possono trovare commenti negativi sul traffico di Addis Abeba, ad esempio, o sui tempi di attesa degli autobus.

Quali caratteristiche aveva la società coloniale?
La società che gli italiani costituirono in Etiopia aveva, per alcuni aspetti, le medesime divisioni interne di quella della madrepatria. Esisteva anche qui una gerarchia basata sulle possibilità economiche: c’era una ristretta élite costituita da imprenditori ed esponenti del vertice politico e militare; una base costituita da lavoratori che con grande difficoltà sbarcavano il lunario; c’era infine un grande ceto medio costituito dai cosiddetti petit blancs, una piccola borghesia cittadina di impiegati, commercianti e piccoli imprenditori. Come in Italia, l’appartenenza ad una classe sociale era legata alla frequentazione di differenti luoghi di abitazione, di ritrovo, e a determinati status symbol. Esistevano anche delle specificità coloniali che rendevano la società nell’impero qualcosa di differente da quella della madrepatria. Ad esempio il fatto che le categorie più un basso nella piramide sociale –  come i disoccupati – erano considerate dalle autorità come una pericolo per il “prestigio razziale”: i bianchi dovevano rappresentare la razza superiore, i dominatori e civilizzatori, e quest’immagine non era compatibile con la presenza tra loro di vagabondi, mendicanti, piccoli criminali, ubriaconi, ecc. Il regime procedette quindi con molta fermezza, effettuando vere e proprie retate di disoccupati, che sarebbero stati rimpatriati d’autorità assieme ai coloni la cui condotta politica o morale era giudicata inaccettabile. Infine, una evidente differenza fra l’Italia e l’impero risiedeva nel ruolo delle donne nella società. In Etiopia si assiste ad un fenomeno molto particolare: come si è detto, la maggior parte dei coloni erano uomini ed il rischio che si unissero a donne etiopiche dando alla luce figli meticci era considerato inaccettabile dal regime. Pertanto vennero prese diverse misure, ad esempio incentivando le donne italiane a partire per raggiungere i mariti in colonia. Se ufficialmente si propagandava l’importanza del ruolo di moglie e madre per la donna nell’impero, ufficiosamente pur di risolvere rapidamente l”’emergenza erotica” vennero fatti partire su iniziativa statale dei bastimenti del sesso – navi che imbarcavano prostitute italiane da trasferire in Etiopia – oltre ad un numero considerevole di giovani impiegate, segretarie e dattilografe non sposate con lo scopo, a lungo termine, di sposare i coloni e quello, nell’immediato, di tenerli lontani dalle donne etiopiche.

Quale fu il grado di consenso e partecipazione politica dei coloni?
Sotto un regime a vocazione totalitaria, come quello fascista, è molto difficile rispondere a questa domanda. Il controllo totale dell’informazione, l’assenza di un dibattito pubblico, e la gestione attraverso gli organi del Partito di quasi ogni aspetto della vita dei cittadini, sono tutti fattori che rendono estremamente complesso quantificare il consenso. In Etiopia il Partito Nazionale Fascista iniziò fin da subito la sua attività, inquadrando i coloni italiani, irreggimentandoli in occasione delle molteplici cerimonie pubbliche, organizzando il loro tempo libero attraverso il dopolavoro ed i molti tornei promossi dall’ufficio sportivo. Una presenza certamente pervasiva, sebbene in misura minore rispetto all’Italia perché nell’impero il Partito doveva convivere con altre due istituzioni potenti: l’esercito e soprattutto l’amministrazione coloniale. A questa pervasività corrispondeva un alto grado di adesione da parte dei coloni? Certamente c’era un elevatissimo tasso di iscrizione, che tuttavia non deve fuorviare: bisogna considerare che la tessera del Pnf era necessaria per svolgere molte attività, ed inoltre non si deve dimenticare che molti coloni erano giunti in Etiopia indossando la camicia nera, come combattenti volontari nella Milizia fascista. Lo spirito pubblico era tenuto sotto controllo dalle questure di polizia, tuttavia le relazioni ufficiali restituiscono quasi sempre l’immagine di una società perfettamente soddisfatta e tranquilla, senza alcun segno di malumore e dissenso. Se si guardasse solo al numero di tesserati, ed alle relazioni ufficiali, si avrebbe quindi l’idea che tra i coloni l’adesione al fascismo fosse massima. Per fortuna altre fonti ci permettono di mediare questa visione. Ad esempio le osservazioni dei diplomatici inglesi e francesi, che dall’Etiopia inviavano in patria rapporti illustrando la situazione politica, economica e sociale; o le molte lettere  che i coloni spedirono a casa e che furono bloccate dalla censura perché contenevano opinioni che sarebbe stato meglio non far circolare. Grazie a queste fonti sappiamo che i coloni avevano in realtà più di un motivo per protestare contro le autorità, e talvolta lo fecero anche se la notizia non apparve naturalmente nei resoconti ufficiali né tantomeno sulla stampa. Non c’è traccia di un vero e proprio antifascismo, tuttavia l’opinione popolare subì – come, del resto, in Italia – diverse oscillazioni a seconda dell’andamento del contesto generale: nei periodi di maggior crisi, quando la disoccupazione ed il costo della vita aumentavano, l’entusiasmo dei coloni precipitava e non mancarono le critiche all’operato del governo.

Cosa accadde ai coloni italiani in Africa con la fine della guerra?
Nella primavera del 1941 le truppe britanniche sfondarono le linee italiane ed occuparono l’Africa Orientale Italiana. Eritrea, Etiopia e Somalia ebbero destini differenti, così come gli italiani che avevano colonizzato queste terre. Per quanto riguarda l’Etiopia, l’impero conquistato dal fascismo e durato solo cinque anni, la popolazione italiana quasi scomparve. La quasi totalità di donne, bambini, anziani ed invalidi venne evacuata tra il 1942 ed il ’43 dalla Missione Speciale in AOI, una grande operazione navale di rimpatrio organizzata dal governo italiano congiuntamente con le autorità militari britanniche. Gli uomini adulti, in gran numero vennero fatti prigionieri ed inviati nei campi di internamento britannici, prima di essere rimpatriati dopo la fine della seconda guerra mondiale. Solo pochi riuscirono a rimanere nel paese, perché ottennero l’autorizzazione o perché nascosti da famiglie etiopiche. I quasi centomila italiani che si erano trasferiti in Etiopia a partire dal 1936, molti con il proposito di rimanervi stabilmente con le rispettive famiglie, vissero quindi un’esperienza effimera e deludente. Non bisogna tuttavia credere che il fallimento della colonizzazione sia stato solamente una conseguenza della guerra e della sconfitta italiana. Se andiamo a leggere materiali inediti come lettere, diari e memorie, scopriamo infatti che la delusione è stata un sentimento assai diffuso e precoce. Passato l’entusiasmo iniziale seguito alla conquista, le condizioni economiche peggiorarono rapidamente ed i coloni si resero presto conto di come le promesse e le speranze, che la propaganda fascista aveva alimentato, fossero destinate a rimanere irrealizzate. Con il passare degli anni, la disillusione si diffuse trasformandosi in molti casi in disperazione e desiderio di tornare in Italia, pentiti della scelta di essere emigrati in Africa.