“In nome del popolo romano? Storia del tribunato della plebe” di Thibaud Lanfranchi

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In nome del popolo romano? Storia del tribunato della plebe, Thibaud LanfranchiIn nome del popolo romano? Storia del tribunato della plebe
di Thibaud Lanfranchi
Salerno Editrice

Colma una significativa lacuna storiografica, l’opera dello studioso francese, con un libro di sintesi sui tribuni della plebe romana quale è il suo. Un’istituzione, quella del tribunato della plebe, così peculiare di Roma, una magistratura talmente curiosa e originale da suscitare, nel corso della storia, forte interesse, sin da Machiavelli. Lo storico di origine austriaca Ernst Badian la definiva «un mostro», espressione di un sistema politico in cui, come afferma Christian Meier, «ogni anno dieci diversi giovani avrebbero avuto il potere di paralizzare quasi per intero la vita della repubblica romana»; ma, come aggiunge lo stesso Meier subito dopo, «tuttavia non lo fecero mai».

A confermare la rilevanza di questa magistratura, anche il fatto che, fin dalla fondazione del principato, i Cesari scelsero di assumere proprio i poteri tribunizi. Tribuni furono i Gracchi, Caio Mario, Flaminio, Clodio, e questa magistratura ebbe una grande rilevanza nella loro carriera.

«La creazione del tribunato della plebe, trattandosi di un evento legato alle origini della Repubblica, è soggetta a enormi problemi di storicità, poiché l’istituzione di questa magistratura risale a un periodo della storia di Roma per il quale le testimonianze in nostro possesso appaiono scarse e poco affidabili.» Secondo la tradizione, il tribunato fu creato dopo la prima secessione della plebe nel 494: «Livio e Dionigi d’Alicarnasso concordano sul fatto che la rivolta dei plebei fu motivata soprattutto dal problema dell’indebitamento […]. Stanchi di non avere prospettive di miglioramento, i plebei si ritirarono sul Monte Sacro (o sull’Aventino) aprendo una crisi politica a Roma. Iniziarono allora difficili negoziazioni, segnate dal famoso, leggendario episodio dell’apologo di Menenio Agrippa, e un compromesso fu infine raggiunto con la creazione dei tribuni della plebe.» Tutte le fonti concordano ad ogni modo sul fatto che il tribunato fu creato poco dopo l’istituzione della Repubblica, che la tradizione fa risalire al 509 a.C.

Ma quali erano i loro poteri e le loro prerogative? I principali poteri dei tribuni erano lo ius auxilii (il potere di assistenza individuale), lo ius cum plebe agendi (il diritto di riunire la plebe e di agire con essa), il diritto di coercizione (il potere di punire e di arrestare), il diritto di prohibitio (l’opposizione preventiva all’azione di un magistrato), il diritto di intercessio (il diritto di veto contro le decisioni dei magistrati superiori) e, ma solo più tardi, il diritto di obnuntiatio (la possibilità di sospendere il lavoro dei comizi).

I tribuni potevano inoltre «riunire i plebei e sottoporre loro alcune proposte, chiamate plebisciti. Va notato che i tribuni potevano sottoporre al voto soltanto questi plebisciti, non le leggi. Il plebiscito era vincolante solo per i plebei, non per tutta la comunità». Va inoltre considerato che «i loro poteri erano strettamente limitati alla città di Roma. La linea del pomerium che separava le aree di esercizio dei due imperia (domi e militiae) corrispondeva anche alla giurisdizione territoriale dei tribuni della plebe, che si estendeva fino al primo miglio fuori di Roma.»

Uno degli aspetti più originali del tribunato della plebe è tuttavia la protezione molto forte della loro persona grazie alla sacrosanctitas: i tribuni erano inviolabili e possedevano il diritto di uccidere chiunque li avesse aggrediti; non solo: la sacrosanctitas proteggeva il tribuno anche da qualsiasi attacco verbale o prospettato.

I due fratelli Tiberio e Caio Gracco hanno indissolubilmente legato il loro nome a questa magistratura: essi «trasformarono completamente la città di Roma e lasciarono il proprio segno nella storia del tribunato». Un momento fondamentale nella storia dei Gracchi è rappresentato dal conflitto tra Tiberio Sempronio Gracco e Marco Ottavio nel 133: «L’analisi di questo episodio ha dato origine a un’abbondante bibliografia perché dietro di esso si cela l’affermazione di un nuovo principio di sovranità popolare radicale: ciò che il popolo ha fatto, può disfarlo, e un tribuno che agisce contro gli interessi del popolo che dovrebbe rappresentare può essere legittimamente deposto.»

Gli imperatori svuotarono in seguito questa, come le altre magistrature repubblicane. Ottaviano gradualmente si impossessò dei poteri dei tribuni: nel 36 ricevette la sacrosanctitas, a partire dal 31 rivestì il consolato senza interruzione sino al 23, infine, nel 23, Augusto rinunciò al consolato, mantenendo solo l’imperium e ottenne la piena tribunicia potestas, «rafforzata con la concessione di uno ius relationis superiore a quello degli altri tribuni, permettendo al Princeps di convocare il Senato».

L’eco e il fascino di questa istituzione sopravvivono fino ai giorni nostri e confermano le parole di Machiavelli: «Quali accidenti facessono creare in Roma i Tribuni della Plebe, il che fece la repubblica più perfetta».

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