“In cammino. Una storia del pellegrinaggio cristiano” di Paolo Cozzo

Prof. Paolo Cozzo, Lei è autore del libro In cammino. Una storia del pellegrinaggio cristiano edito da Carocci: quale rilevanza assume, nella storia del cristianesimo, il fenomeno del pellegrinaggio?
In cammino. Una storia del pellegrinaggio cristiano, Paolo CozzoIl pellegrinaggio, benché non sia un fenomeno esclusivo del cristianesimo, ha avuto una grande rilevanza nella storia di questa religione. Di essa ha seguito gli sviluppi, tanto nell’evoluzione interna (segnata da fratture e divisioni, le più importanti delle quali si consumarono nell’XI secolo, con la separazione fra Oriente ortodosso e Occidente latino, e nel XVI secolo, con l’avvento della riforma protestante) quanto nel rapporto con i vari contesti politici, sociali e culturali. Di questi grandi mutamenti il pellegrinaggio ha ovviamente risentito: il protestantesimo, ad esempio, lo rifiutò e nel Cinquecento, nel giro di pochi anni, buona parte dell’Europa settentrionale vide quasi scomparire questa pratica, fino ad allora molto diffusa. D’altro canto, il pellegrinaggio, per il suo radicamento e la sua frequenza, ha contribuito a modellare il tempo e lo spazio. Non è così esagerato affermare che, tra il Mille e il XIV secolo (ovvero nell’età aurea dei pellegrinaggi), i pellegrini siano stati protagonisti della società, e le strade (di terra e di mare) da essi percorse abbiano contribuito a definire un’organizzazione mentale e materiale del mondo cristiano.

Quali motivazioni religiose e spirituali ne sono alla base?
Nel corso del tempo le motivazioni sono cambiate, accostandosi, sovrapponendosi, alternandosi. I primi pellegrini avevano desiderio di vedere con i loro occhi, toccare con i loro piedi e le loro mani la terra dove Gesù era nato, vissuto, morto e risorto. Si trattava di un’esperienza coinvolgente anche sul piano fisico, oltreché spirituale, animata dalla convinzione che nulla potesse essere più appagante per un cristiano che visitare e assimilare, attraverso i sensi, la Terra Santa, ovvero i luoghi della Rivelazione, quelli dove Dio si era fatto uomo. A questa prima motivazione, se ne sono poi aggiunte altre, di natura propriamente devozionale (il pellegrinaggio come prova di fede e manifestazione del suo radicamento). Dall’alto medioevo e fino alla vigilia dell’età moderna si diffuse poi la pratica dei pellegrinaggi espiatori: a mettersi in cammino verso le grandi mete (i tre itinera maiora: Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela, ma anche Tours, Monte Sant’Angelo, Canterbury e molti altri) erano penitenti che cercavano così, peregrinando talora per anni, di espiare le loro colpe e di riconciliarsi con Dio e con gli uomini. Dal tardo medioevo i pellegrinaggi vennero incentivati dalla possibilità di lucrare indulgenze presso determinati santuari, come le chiese romane visitate in occasione dei giubilei. In età moderna, quando si assiste ad una proliferazione di santuari (specie mariani) e di relativi itinerari per raggiungerli, il modello del lungo pellegrinaggio, pur non scomparendo, viene affiancato e surclassato da pellegrinaggi a dimensioni territoriali più definite (locali, regionali e, con la nascita degli stati, “nazionali”). Attenuandosi, per ragioni diverse e complesse, l’ascendente della Terra Santa e di Santiago, Roma rimane la meta preferita dei devoti disposti ad affrontare lunghi cammini. A ciò contribuì l’istituzione del Giubileo, nel 1300, la cui cadenza (originariamente prevista ad ogni apertura di secolo) andò intensificandosi, divenendo – com’è tuttora – venticinquennale.

Quando e come nasce il pellegrinaggio?
I primi cristiani non facevano pellegrinaggi: questa pratica, pur presente nel mondo ebraico, non fu assunta dai seguaci di Gesù, convinti di doverne testimoniare la fede «in spirito e verità». Distaccandosi progressivamente dalla matrice ebraica e, avendo scelto una prospettiva missionaria che lo portò ad un confronto sempre più stretto con la cultura greco-romana, il nascente cristianesimo iniziò ad attribuire valore agli spazi: ineguagliabile era quello riconosciuto ai luoghi frequentati da Gesù, ossia la Terra Santa. Anche i testimoni della fede nel Risorto – i martiri – pronti a pagare con la vita la loro scelta religiosa contrastata dalle autorità romane vennero percepiti come esseri speciali: ciò che rimaneva dei loro corpi straziati nelle persecuzioni (le reliquie) e le tombe dove i resti venivano collocati assurgevano a segni della presenza e della potenza divina. Da qui la spinta a raggiungere non solo la Terra Santa, ma anche i santuari dei tanti martiri che costellarono la storia del cristianesimo sino agli inizi del IV secolo. Da quel momento, divenendo prima lecito (sotto Costantino) poi obbligatorio (sotto Teodosio) in tutto l’Impero, il culto cristiano non ebbe più bisogno di essere testimoniato col sangue. Emersero tuttavia forme incruente di abnegazione religiosa (come l’eremitismo o il monachesimo), i cui testimoni, considerati santi in vita e dopo la morte, vennero assunti come modelli dai cristiani, desiderosi di venerarne le spoglie anche quando ciò comportava l’esigenza di mettersi in cammino e affrontare lunghi viaggi.

Quali risvolti sociali ed economici ha assunto, nel corso della storia, il fenomeno?
Col tempo il pellegrinaggio, che inizialmente era un’esperienza elitaria (le testimonianze dei viaggi in Terra Santa nel IV secolo ci parlano di figure altolocate, fra le quali diverse donne) ampliò la sua base sociale, divenendo un fenomeno trasversale. Le differenze, tuttavia, permasero, e si manifestavano nei mezzi di trasporto (il cavallo era riservato a pochi privilegiati, e anche i viaggi in nave non erano alla portata di tutti: la stragrande maggioranza dei pellegrini si muoveva a piedi), nel vitto, nell’alloggio, nell’abbigliamento. Eppure, nel medioevo il pellegrino, al di là dei condizionamenti dovuti alla sua estrazione, acquisì uno status socio-giuridico che ne accreditò l’immagine pubblica e ne tutelò la figura anche sul piano legale ed economico. Questa condizione perdurò fino all’età moderna, quando vi fu un cambio di paradigma, che mise progressivamente in cattiva luce il pellegrino, sempre più assimilato al vagabondo. Le legislazioni degli Stati, specie nel XVIII secolo, anche per la mutata sensibilità culturale portata dall’illuminismo, imposero rigidi limiti alla durata e alle mete dei pellegrinaggi, che al più avrebbero dovuto dirigersi verso santuari vicini, raggiungibili senza lunghi viaggi, e comunque ubicati entro i confini statali. Unica eccezione rimaneva il viaggio a Roma (quasi sempre con una tappa a Loreto, il più celebre santuario mariano di età moderna), specialmente in occasione dei giubilei, che consentivano ai pellegrini di lucrare ingenti quantità di indulgenze. L’impatto sull’Urbe dell’afflusso di masse di devoti (dalla rete di alloggi ai sistemi di approvvigionamento alimentare, dall’igiene all’ordine pubblico), pur in un quadro di progressiva contrazione, continuò perciò ad essere notevole.

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  • Cozzo, Paolo (Autore)

In quali contesti geografici si è prevalentemente sviluppata tale pratica?
I tre itinera maiora, ossia le vie che conducevano a Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela, interessavano tutto il mondo cristiano. Una delle più antiche testimonianze di pellegrinaggio in Terra Santa (risalente al IV secolo), è attribuita ad una donna iberica, Egeria; qualche tempo dopo a visitare Gerusalemme fu un pellegrino di Bordeaux; nell’XI secolo abbiamo il resoconto del pellegrinaggio a Roma e in Terra Santa di un monaco islandese… Ciò conferma che il fenomeno si diffuse dall’Atlantico al Medio Oriente, dall’Inghilterra all’Africa. L’evoluzione dei differenti contesti condizionò tuttavia lo sviluppo dei pellegrinaggi. In Oriente prevalse la forza attrattiva della Terra Santa, e la rottura fra la Chiesa ortodossa e quella latina, nell’XI secolo, annullò quasi il flusso dei devoti verso i santuari d’Occidente. In Oriente, d’altro canto, l’avanzata islamica rese difficile o impossibile l’accesso a molti santuari, nonché arduo muoversi via terra. Da qui lo sviluppo delle tratte marittime, di cui Venezia, sfruttando il suo dominio sui mari, nel medioevo si impose come il principale snodo. Dal Cinquecento il flusso dei pellegrini dai paesi dell’Europa settentrionale passati al protestantesimo si interruppe, e anche i santuari di quelle terre, che avevano alimentato intesi pellegrinaggi locali, vennero abbandonati. In compenso, fuori d’Europa, nelle terre di nuova evangelizzazione (dall’Asia all’America Latina), sorsero santuari che attivarono nuovi pellegrinaggi.

Le crociate rappresentarono una forma specifica di pellegrinaggio, armato: in che modo le motivazioni religiose incisero sulla vicenda storico-militare?
Le motivazioni religiose furono fondamentali: le crociate (termine che usiamo convenzionalmente, ma che fu elaborato a posteriori) si possono intendere come una proiezione del pellegrinaggio finalizzata, anche con l’uso delle armi, al recupero della Terra Santa dai musulmani e alla tutela dei devoti cristiani che vi si recavano. I presupposti di questa esperienza, che viene tradizionalmente fatta risalire ad un appello lanciato dal papa alla fine dell’XI secolo, vanno cercati da un lato nella cultura monastica (fu il cistercense Bernardo di Chiaravalle a conferire legittimazione teologica e ideologica ai milites Christi) dall’altra nella tradizione cavalleresca (furono le aristocrazie militari, specialmente francesi, a condurre l’impresa). Sulle motivazioni di natura propriamente religiosa se ne innestarono altre, di natura politica, sociale ed economica, di cui sarebbe ovviamente sbagliato non riconoscere il peso, ma che non possono comunque farci dimenticare che alla base di quell’esperienza vi era la stessa tensione spirituale che animava tutti i pellegrini.

Quali dimensioni ha assunto il pellegrinaggio contemporaneo?
La dilatazione planetaria del cristianesimo, frutto dell’azione missionaria seguita alle scoperte geografiche della prima età moderna, ha diffuso il fenomeno su scala mondiale. Se fino al XVI secolo il pellegrinaggio era un fenomeno essenzialmente europeo (anche quando era diretto in Terra Santa), oggi alcune fra le più frequentate mete di pellegrinaggio si trovano fuori Europa: dal santuario dell’Aparecida in Brasile, a quello di Guadalupe in Messico, a quello di Velankanni in India. In Europa rimangono alcuni poli devozionali che continuano ad attrarre milioni di fedeli: si pensi ai grandi santuari mariani sorti fra Otto e Novecento (da Lourdes a Fatima), o la stessa città di Roma, specialmente in occasione dei giubilei (nel 2000 furono 25 milioni). Secondo l’organizzazione mondiale del Turismo, i luoghi di culto cristiano attirano ogni anno oltre 300 milioni di visitatori. Quanti di questi possano considerarsi a tutti gli effetti pellegrini non è facile da stabilire, ma il dato resta comunque significativo. Esso induce a riflettere come nel nostro tempo – quando raggiungere mete di devozione che in passato richiedevano viaggi faticosi e spesso pericolosi, è divenuto estremamente semplice e comodo – la figura del pellegrino e quella del turista, anziché differenziarsi, tendano a intrecciarsi e a sovrapporsi.

Il cammino di Santiago suscita tuttora un vivo interesse attorno a sé, calamitando masse di “pellegrini” moderni ma si è andato, in un certo senso, “laicizzando”: da dove nasce, in una società ormai secolarizzata, il suo richiamo?
Il cammino di Santiago nasce nel IX secolo, quando, secondo la tradizione, in Galizia, nell’estremo lembo nordoccidentale della Spagna, sarebbero stati rinvenuti i resti dell’apostolo Giacomo. Per venerare quelle reliquie i pellegrini attraversavano le terre settentrionali della penisola iberica, le sole che non erano state conquistate dagli arabi. Proprio da quelle terre era partita la reconquista: il camino veniva dunque presentato come un fattore legittimante il processo di espansione dei regni cristiani contro l’occupazione musulmana. Anche sulla base di queste implicazioni politiche, il pellegrinaggio a Compostela divenne uno dei più frequentati e celebrati. La fortuna di questo itinerario, percorso nel medioevo da fedeli di tutta Europa, scemò in età moderna e contemporanea, quando quasi si perse memoria della rete viaria usata nei secoli dai pellegrini. La ripresa avvenne negli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Le ragioni furono molteplici: un rinnovato interesse per le forme di religiosità “popolare”, una maggiore attenzione ai santuari da parte della Chiesa, ma anche la rivalutazione di forme di mobilità più rispettose dell’ambiente, e la consapevolezza (fatta propria delle istituzioni) che attraverso questa ed altre grandi vie di pellegrinaggio (come la Francigena) sulle quali transitavano pellegrini di tutte le nazioni da un capo all’altra del continente, si era realizzata una prima, embrionale forma di unità europea. Questo mix di ragioni e suggestioni, insieme ad una efficace campagna di promozione mediatica, hanno portato alla rinascita del camino, che oggi, con le sue 300.000 presenze annue, si è imposto come una delle più interessanti esperienze di interazione fra istanze religiose, culturali, ambientali e turistiche. Ciò in fondo non deve stupire perché, come ha detto un acuto studioso dei pellegrinaggi, «un pellegrino è per metà un turista, un turista è per metà un pellegrino».

Paolo Cozzo insegna Storia del cristianesimo all’Università degli Studi di Torino

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