Dottor Amerio, Lei è autore del libro In cammino per Santiago. Storie, pensieri, incontri edito da L’Età dell’Acquario: come è maturata la scelta di fare il Cammino?
In cammino per Santiago. Storie, pensieri, incontri Gianni AmerioSe vogliamo essere sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscere quanto sia arduo riconoscere i motivi profondi delle scelte importanti nella nostra vita. Sia in ambito sentimentale come in quello lavorativo, le decisioni che prendiamo sfuggono sovente da un pieno ambito razionale, essendo dettate anche, se non in prevalenza, da motivazioni inconsce, opportunità, circostanze casuali.
Così onestamente mi è difficile poter spiegare il “come”, ad un certo punto, abbia deciso di affrontare e vivere l’esperienza del Cammino di Santiago. Sicuramente il terreno è stato preparato dalla curiosità, che si è nutrita di articoli e libri letti nel corso degli anni. Se vogliamo usare un paragone a me congeniale, vista la mia professione di medico, i testi di testimonianze di reduci dal viaggio sono quelli che hanno contagiato la mia mente con il virus del Cammino, non trovando anticorpi in grado di contrastarlo. È nata quella che i pellegrini conoscono come la “malattia del Cammino”, che si manifesta in fase prodromica con un desiderio sempre crescente di partire, ma dalla quale non si guarisce neanche al ritorno, anzi… In sostanza, come dico a un certo punto del libro, “non sono io che ho scelto il Cammino, ma è il Cammino che ha scelto me”.

Come si è preparato al cammino di Santiago?
Questa è una delle domande che più frequentemente mi vengono rivolte dalle persone a cui racconto la mia esperienza. In realtà il Cammino di Santiago non è in primo luogo un’impresa fisica, ma un percorso mentale che nasce prima, si sostanzia durante, e matura pienamente dopo. Certo, un minimo di preparazione materiale mi è stata necessaria per camminare consecutivamente per 800 Km, ma a poco sarebbe potuta servire se alla base non ci fosse stata la volontà, oserei dire disperata, di percorrerli.
Per non eludere la domanda, visto che in parte me ne sono reso colpevole con la prima, posso dire che mi è sempre piaciuto camminare, correre, inforcare gli sci stretti. Ma l’ho sempre fatto da amatore, saltuariamente, quando i diversi impegni me lo permettono. Non avevo pertanto alla base nessun tipo di preparazione fisica, come testimoniava (e testimonia) la mia pancetta da cinquantenne sostanzialmente sedentario. Nei weekend dei due mesi precedenti la partenza ho semplicemente fatto delle camminate più lunghe del solito, anche per testare zaino e materiali che avrei portato con me.

Quali esperienze ha vissuto durante il Cammino?
L’esperienza probabilmente universale del Cammino di Santiago è quella con sé stessi. Qui purtroppo si rischia di cadere nel retorico e di sfociare nei mille rivoli di correnti di pensiero esoteriche, motivazionali, psicologiche, comportamentali. Mi piace citare a questo proposito una frase di Pablo Neruda: “Un giorno, da qualche parte, in qualche posto, inevitabilmente ti incontrerai con te stesso. E questa, solo questa, può essere la più felice o la più amara delle tue giornate.” L’esperienza unificante e profonda per la maggior parte dei pellegrini credo sia proprio questa. Dico “credo” perché in realtà ogni persona che ho conosciuto, durante o dopo, è estremamente gelosa di questa propria esperienza intima, e difficilmente la condivide con altri. Non per timidezza o ritrosia, ma perché è una consapevolezza impossibile da esprimere verbalmente.

Se dovessi definire in una parola, con un solo termine, quella che è stata un’altra esperienza del Cammino, potrei dire “perdita”. Confesso di essere partito con molte aspettative, con il desiderio di trovare risposte, di fare chiarezza su tanti interrogativi. Nulla di strano in fondo. Volevo partire, come dico alla prima persona con cui faccio conoscenza nel dormitorio di Roncisvalle, come un “sacco vuoto”, che si sarebbe dovuto riempire lungo il Cammino. Avrei scoperto più avanti, lungo le polverose strade delle mesetas, che la realtà era proprio l’opposto. Il Cammino pian piano stava svuotando quel sacco pieno che ero, colmo delle proprie aspirazioni, dei personali desideri, delle individuali ambizioni. Solo “perdendo” per la strada pezzetti del mio proprio “io”, sarei stato in grado di ricevere, di vedere, di sentire. Solo un sacco vuoto è in grado di accogliere i doni del Cammino.
All’esperienza di “perdita” si è intrecciata quella del Silenzio. Non il silenzio in senso acustico, che sicuramente appartiene anche alle lunghe camminate nella notte o nei boschi. Il Silenzio di cui parlo è quello che temevo prima di partire.

Ho paura del Silenzio.
Di quel silenzio che ho già sperimentato.
Di quel silenzio che ti trafigge come una coltellata
quando desidereresti una carezza,
una mano posata sulla spalla.
Di quel silenzio che ti spoglia,
che ti getta nudo e ferito ai bordi del Cammino,
e il samaritano non passa”

Ebbene, comprenderò poi che il Silenzio aveva sempre camminato con me, era divenuto il mio compagno. Gli avevo dato la mano, mi aveva preso per mano. Tanto che alla fine del libro scrivo:
Il Silenzio delle risposte non trovate, della fede non donata, delle speranze vane, dei desideri non appagati, delle porte chiuse, del Godot che ti stanchi di aspettare, quel Silenzio che temevo e mi angosciava è qui che cammina al mio fianco, è la presenza nell’assenza, è il senso al non-senso.
Silenzio.
Sulla strada non mi sono apparse madonne nel tronco di un albero, non ho udito voci emergere tra il fruscio del vento, non ho visto roveti ardere senza consumarsi, non ho contemplato immagini apparire nel buio della notte. Non ho acquisito certezze, non ho avuto risposte, non ho assistito a rivelazioni.
Silenzio.
Solo Lui, assoluta assenza, assoluta pienezza. È il mio Cammino e il mio compagno, è la strada che devo percorrere, è la compagnia che devo avere, per arrivare davanti al tutto. Io. Solo un sacco ormai completamente vuoto, pieno di nulla, può accettare l’assurdità del vuoto, del Silenzio, anzi quasi invocarlo come viatico verso la pienezza, verso l’immenso. Essere vuoto, per poter ricercare, per poter desiderare, per poter accogliere, per poter accettare la pienezza.
Silenzio.
Non devo più averne paura, devo sapermi fidare di lui, devo accettare il suo infinito vuoto, la sua insensata magnificenza, la sua smisurata grandezza. Comprendere che non ha senso ricercare un senso, ma solo avere fiducia, un’assurda, illogica, irrazionale fiducia.
Rimanete nel mio amore, non spegnete il fuoco che arde in voi.
Silenzio.

Quali incontri ha fatto durante il Cammino?
Per scelta personale avevo deciso di fare il Cammino da solo: proprio questo ha significato conoscere molte persone lungo la strada. Nel libro, come recita lo stesso titolo, parlo di molti incontri, ognuno diverso e peculiare. Il popolo camminante è estremamente differente ed eterogeneo per provenienza geografica, estrazione sociale, credo religioso, percorso di vita, ma nonostante questo è facile trovare subito argomenti di conversazione e instaurare rapporti di fratellanza. Poi con alcune persone sono nate amicizie particolari e sono stati condivisi tratti più o meno lunghi di strada. Ancora oggi ci teniamo in contatto e troviamo occasioni per rivederci.
Ma, specie nei paesini rurali, gli incontri sono vissuti anche con uomini e donne del posto. Ancora oggi, nonostante le strade del Cammino vengano frequentate da sempre più persone, commuove la loro sincera disponibilità all’aiuto e la fratellanza che offrono. A volte bastano pochi gesti, atteggiamenti discreti che in altre situazioni non saremmo in grado di cogliere o non apprezzeremmo in tutto il loro valore. Esemplificativo in proposito un episodio che mi capitò, giunto proprio all’una in orario di chiusura, sotto un sole torrido dopo sette ore di cammino, in una microscopica e sperduta località… “ALIMENTACION ‘TERE’, è scritto a pennellate blu su un asse di legno colorato in giallo, appeso sopra alla minuscola porta d’ingresso. A lato di essa, una per lato contro il muro, due panche di legno accolgono esposte tre cassette di frutta quella di sinistra e due anziane del posto quella di destra. Entro nel microscopico locale oltrepassando la tendina anti mosche a strisce. Nella penombra della stanza, su due scaffalature di metallo sono disposte sparute scatolette di verdura, bibite in lattina, bottigliette d’acqua, scatole di biscotti e frutta secca. Seduta di fianco a un piccolo tavolino un’anziana signora in età da pensione mi accoglie con un sorriso, che le si disegna sincero sul viso rugoso, non derivato da una reazione di consuetudine. Prendo una bottiglia da un litro e mezzo di succo d’arancia e dei wafers al cioccolato, chiedendole se può gentilmente riempirmi d’acqua la borraccia. Mi fa cenno allora, indicandomi una porta socchiusa, di andare pure nel retrobottega a riempirla. Così faccio e io, emerito sconosciuto, entro da solo in quella che è la sua abitazione con cucina, camera da letto e bagno. Come un alieno proveniente da un mondo lontano profano l’intimità della sua modesta dimora; con imbarazzo metto la borraccia nel lavello e apro il rubinetto sapendo che troverò quell’acqua più dissetante del solito. In quell’istante mi ritorna in mente il passo evangelico delle beatitudini:…, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, …”.

Il Cammino di Santiago è per tutti?
Verrebbe subito da dire di no. Rispondo diversamente citando il titolo di un libro: “Guida al Cammino di Santiago per tutti”. Qui il mio amico Pietro Scidurlo, insieme a Luciano Callegari, danno preziose indicazioni a persone affette da disabilità, grazie alla loro personale esperienza.
Come ho già fatto intuire, non è assolutamente necessario essere degli atleti o individui in perfetta forma fisica per mettersi in cammino. Ma anche persone affette da disabilità motorie, ipovedenti o non vedenti, persone dializzate o con disturbi psichici possono affrontare le inevitabili difficoltà del Cammino, in autonomia oppure accompagnati. Ovviamente, specie nei casi di deficit motori, non tutti i sentieri sono percorribili, ma esistono strade alternative, del resto utilizzate da alcuni pellegrini che compiono il tragitto in sella ad una bicicletta.
Anche l’età non è un fattore limitante. Ho incontrato bambini in tenera età portati a spalle da un genitore, mentre l’altro si faceva carico dello zaino per la famiglia, oppure persone avanti negli anni che arrivavano da località ben più distanti di quella da cui ero partito. Ma un vantaggio l’avevano rispetto a me. Potevano prendersela comoda: erano in pensione!

Perché fare il Cammino?
Esistono molteplici motivazioni che spingono a caricarsi uno zaino e a partire. Sicuramente non esiste un “perché” universale. Ognuno porta sulle spalle le proprie giustificazioni e le proprie aspirazioni. Il Cammino di Santiago, assieme a quello di Roma e Gerusalemme, appartiene ai pellegrinaggi tradizionali della cristianità. Molti partono spinti dalla motivazione di giungere a venerare le spoglie dell’apostolo Giacomo il Maggiore, che si ritiene riposino in un’urna posta in una cripta sotto l’altare maggiore dell’omonima cattedrale in Santiago di Compostela. Ma si può affermare che al giorno d’oggi essi rappresentino una minoranza. Altri intraprendono il Cammino per ricerca di sé stessi. C’è poi chi lo fa per motivi culturali, chi per sperimentare nuove amicizie, chi per fitness e anche, ultimamente, per moda.
In realtà non c’è quasi mai una motivazione singola, ma un insieme di diverse esigenze e desideri.
Il Cammino ti proietta e ti colloca in una prospettiva di vita a cui non sei avvezzo. Nella vita di ogni giorno sappiamo bene chi siamo, o perlomeno così riteniamo. Sono il sig. Tal dei Tali, di professione x, che vive in via y, eccetera eccetera. Sul Cammino sei un viandante, senza casa, senza mestiere, senza certezze consolidate. Percorri strade sconosciute, in compagnia di persone sconosciute. Ma soprattutto assieme a un te stesso che non conoscevi; ma è stata proprio questa ignota parte di te che ti ha spinto a partire.
Quindi fare il Cammino per uscire per certi versi da sé stessi, riuscendo a vedere fuori e dentro di sé da una prospettiva diversa. Non che la cosa risulti sempre piacevole…

Qual è stata la principale difficoltà?
Difficoltà sicuramente sono da mettere in conto, mitigate nel ricordo una volta superate, sommerse dai pensieri positivi che rimangono dopo il ritorno, ma sicuramente urgenti e pressanti nel momento, sulla strada. A seconda delle stagioni, camminare per ore significa doverlo fare a volte sotto un temporale, accompagnati da una pioggerellina tenue ma martellante, perseguitati da un sole opprimente, attanagliati dalla calura, morsi dal freddo di una nevicata, sbattuti dal vento.
La fatica a volte può farsi insopportabile, la sete seccarti la gola, la tendinite rendere una coltellata ogni tuo passo, le vesciche ai piedi farti camminare come sul fuoco.
Vissi la mia crisi più importante il nono giorno di Cammino. Dopo una settimana mi sentivo rodato: l’organismo adattato alla nuova vita, i muscoli divenuti più tonici, non più un novellino, con il sentore di potercela fare ad arrivare a Santiago. Il giorno prima avevo cominciato ad accusare qualche dolore alla gamba sinistra, ma quel mattino nei boschi dei Monti dell’Oca la tendinite iniziò presto a mordere, costringendomi a trascinarmi zoppicando, fermandomi ogni tanto a riposare. Arrivai a Burgos dopo 22 chilometri a piedi di tormento fisico e 5 in autobus, ripetendo a me stesso ed al mio orgoglio che non avrei più potuto dire di aver fatto tutto il Cammino a piedi. Il giorno dopo sarebbero iniziate le mesetas, 200 chilometri di altopiano deserto ed assolato, dove non avrei potuto trovare mezzi pubblici o possibilità di facile ritorno. Ricordo, come fosse ieri, l’angoscia che mi strinse alla gola, la difficoltà a decidere se continuare o prendere un aereo e rientrare, abbandonando tutto. In momenti come questo ti accorgi veramente di quanto siano forti le motivazioni che ti spingono. La sera in un locale riuscii persino a ubriacarmi per sopportare, trascinandomi poi fino all’ostello e gettandomi in branda con una giostra di neri pensieri in testa.
Al mattino ripartivo. E il Cammino sarebbe stato diverso (e anche io lo sarei stato) senza quei cinque chilometri su ottocento in autobus…

Cosa le ha lasciato l’esperienza del Cammino di Santiago?
Anzitutto una grande nostalgia. La conoscono bene tutti i pellegrini che hanno calpestato la polvere delle strade che portano a Santiago, al punto che qualcuno non è più tornato, oppure altri ritornano negli anni seguenti, magari percorrendo itinerari diversi.
Sono rientrato a casa dai miei affetti, con la mia solita occupazione, i miei difetti, le mie paranoie.
All’inizio la mente correva sempre indietro a ripensare ai giorni trascorsi nel nord della Spagna, e il libro stesso è nato proprio dall’esigenza, anzitutto mia, di rimettere ordine, affidando alla carta, esperienze e sentimenti vissuti, piuttosto che quella di comunicarli ad altri.
Poi pian piano i ritmi e i pensieri sono ritornati quelli consueti, scolpiti dalla routine della vita quotidiana. Ma nel profondo qualcosa è cambiato. La prospettiva con cui vedo me stesso, gli altri, e gli episodi quotidiani è diversa. Difficile spiegare come. C’è solo un modo per capirlo.
Partire.