Professor Nembrini, la Sua ultima fatica, appena pubblicata per i tipi di Garzanti, si intitola In cammino con Dante: una nuova, coinvolgente e originale lettura della Divina commedia. In che modo il capolavoro dantesco è in grado di parlare a noi, uomini e donne d’oggi?
In cammino con Dante Franco NembriniNello stesso modo in cui ha sempre parlato agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi: mettendo a tema le questioni fondamentali della vita. Perché la Divina commedia, come dico sempre, non parla dell’aldilà: parla dell’aldiquà. Meglio: parla dell’aldilà per parlare dell’aldiquà. L’obiettivo di Dante infatti non è dipingere un quadro erudito del mondo ultraterreno: «il fine di tutta l’opera e di ogni sua parte – scrive nella celebe Lettera a Cangrande della Scala – è cercar di togliere gli uomini in questa vita dalla loro condizione di miseria e aiutarli a essere felici». Guardare la vita terrena dal punto di vista di Dio – dell’eterno, della verità delle cose, di quel che conta rimane realmente – ha questo scopo: vivere meglio.
E non è una mia idea, sono fatti. Recentemente sono stato in America Latina, e fra i mille incontri straordinari ne ho fatto uno, in Venezuela, incredibile. Una donna quasi illetterata, che per conseguire un titolo di studio ha dovuto fare, fra le altre cose, un lavoro su Dante. Non lo aveva mai sentito nominare, ha cominciato a leggerlo, si è appassionata. Adesso gira sempre con un’edizione economicissima della Divina commedia in tasca. Il Venezuela oggi è un paese sull’orlo del baratro, dall’alba le donne formano lunghe code fuori dai negozi e aspettano e sperano di trovare del pane, un po’ di patate, qualcosa da dar da mangiare ai figli. Anche quella donna si mette in fila. E durante l’interminabile attesa tira fuori la sua Commedia e comincia a leggerla e a spiegarla ai compagni di sventura. Quando le chiedo perché, risponde pressappoco: “serve il cibo del corpo, ma anche il cibo dell’anima”.
Dante “cibo dell’anima”. Perché? Perché, mi pare, mette a tema il fondo dell’uomo. Mette a tema il desiderio. Come scrive in quella pagina mirabile del Convivio, dove paragona l’uomo, ogni uomo, a un «peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede che sia l’albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a l’albergo viene; così l’anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sé avere alcuno bene, crede che sia esso». Il desiderio è il cuore dell’uomo, la stoffa di cui è fatta la sua vita. Dante ha sperimentato tutti gli oggetti del desiderio umano – la donna, la fama, il successo -, e ha constatato che nessuno è adeguato alla sua ampiezza. E per questo si è messo su un cammino straordinario, per raggiungere l’unico oggetto adeguato all’infinitezza del desiderio umano, l’infinito stesso, Dio.
In un tempo in cui tutto ci induce a ridurre l’ampiezza del nostro desiderio, a rivolgerci a meravigliosi ma inadeguati surrogati, a credere che la felicità stia nell’accontentarsi, Dante rilancia: il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito, vivere da uomini è vivere in caccia dell’infinito. Mai come oggi, mi pare, Dante è un compagno di viaggio preziosissimo che chiunque voglia vivere all’altezza di tutta la sua statura umana.

Il Suo libro prende spunto dalla fortunata trasmissione televisiva da lei condotta su TV2000 che l’ha consacrata divulgatore del Sommo Poeta, al pari di Vittorio Sermonti e Roberto Benigni: è dunque possibile coniugare cultura in TV e audience senza annoiare?
Sì, è possibile. Poi non è facile, lo so bene. La televisione ha le sue regole, i suoi tempi, i suoi ritmi, l’attenzione delle persone è quella che è; però è possibile. Uno dei dati più significativi relativi all’ascolto delle mie trasmissioni è la durata delle connessioni. Quelli che le guardano non sono molti, ma la maggior parte di loro sono costanti: le seguono dall’inizio alla fine. È un dato che raramente si riscontra. Quasi mai il telespettatore segue uno spettacolo dall’inizio alla fine: cambia, si stufa, fa zapping… Quando invece una trasmissione parla della vita, mette a tema le questioni serie della vita, come fa Dante e io con lui, ecco che scatta l’interesse vero: inter-esse, secondo l’etimologia, essere dentro. Qel che Dante dice appartiene alla vita umana, e allora vince anche sulla distrazione che un mezzo come la TV tende a favorire.

Da cosa nasce il Suo amore per Dante?
Come racconto sempre, la scoperta di Dante avviene per me durante l’estate al termine della prima media. Quarto di dieci figli, c’era bisogno per la situazione in casa che io lavorassi; e avevo trovato un impiego in un negozio di gastronomia di Bergamo. Mi fermavo lì anche a dormire, lavoravo dal lunedì mattina al sabato sera tornavo a casa solo la domenica. A volte cercavo di scrivere a mia mamma la mia fatica, ma le parole erano sempre inadeguate e strappavo tutto. Finché una sera, verso le dieci, mentre stavo per andare a letto, mi vennero a chiamare: c’era un furgone di casse di acqua e vino da scaricare nel magazzino del negozio al seminterrato, raggiungibile attraverso una scaletta molto ripida. Per cui mi trovo alle undici di sera, stanchissimo, lontano da casa, piangente a scaricare queste casse. Ma a un cero punto improvvisamente mi si affaccia alla memoria una terzina di Dante che avevo studiato a scuola (allora alle medie si studiava Dante a memoria…), dove Cacciaguida predice a Dante l’esilio: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Che era esattamente quello che stavo facendo io! Mi folgorò, letteralmente, questa intuizione: quei tre versi descrivevano me più di quanto io stesso sapessi fare. Io che non trovavo mai le parole per raccontare quello che stavo vivendo, le trovo scritte lì in modo mirabile. Tutto il mio amore per Dante e per la letteratura e la mia vocazione di insegnante nascono da qui, dalla scoperta che nella letteratura a tema sei tu, la tua vita. Era scattato un entusiasmo che non si è mai più spento.

Qual è la visione del cristianesimo di Dante?
Dante è l’ultimo dei medievali: è la summa, il culmine della visione che del cristianesimo ha il mondo medievale. E qual è questa visione? È quella sintetizzata dalla meravigliosa miniatura di Ildegarda di Bingen, che tante volte mi è capitato di mostrare durante i miei incontri: l’uomo al centro del mondo, il mondo abbracciato da Cristo. Per i medievali, per Dante, l’uomo è davvero il centro del mondo, almeno tanto quanto lo era per gli umanisti, a cui la cultura moderna, sbagliando, ha attribuito la scoperta di questa centralità. Anzi, l’idea della centralità dell’uomo è proprio un’eredità cristiana. Nel mondo antico al centro non è l’uomo, la persona, il singolo: al centro è il la tribù, la polis, lo Stato… è quello che permane, e a quello i singoli sono subordinati. Gesù ha ribaltato la prospettiva: lo scopo per cui il mondo è fatto, lo scopo per cui lui è morto, è la felicità di ciascuno, di ogni singolo individuo. I moderni pensano, sbagliando, che per questa felicità, per la realizzazione dell’uomo, Dio sia un nemico, un ostacolo. Dante invece, e i medievali, sanno bene che Dio non è l’avversario, ma la condizione perché l’uomo sia felice. Il cristianesimo di Dante non è – come tante volte rischierà di diventare nell’età moderna – un insieme di regole e precetti, ma la descrizione vera della natura vera di quell’uomo che è al centro del cosmo. Per cui essere cristiani, seguire Gesù e la sua presenza nella storia, la Chiesa, vuol dire seguire il percorso che esalta al massimo le potenzialità, le capacità, il desiderio di ciascuno.

In cosa consiste la grandezza, non solo letteraria, della Divina Commedia?
In quel che ho appena detto: nel fatto che è una straordinaria descrizione dell’umano. C’è, nella Commedia, una capacità di cogliere le caratteristiche, i movimenti, le attese dell’animo umano – una capacità di penetrazione psicologica, se vogliamo usare un termine moderno – assolutamente ineguagliata. Per questo qualunque essere umano, in qualunque epoca, in qualunque situazione culturale, può ritrovarsi nelle descrizioni che Dante fa dell’animo umano, delle sue virtù e dei suoi vizi, della sua grandezza e delle sue debolezze…

Nella Sua attività, Lei ha sempre posto l’opera educativa al centro: quali valenze educative possiede la Divina Commedia?
Infinite. Però la prima e fondamentale mi sembra l’esaltazione del valore del desiderio. Noi siamo fatti di desiderio, siamo un desiderio infinito, dunque desiderio di infinito. Oggi i ragazzi crescono in un modo fatto apposta per indurli a ridurre il loro desiderio, ad accontentarsi, a pensare che l’ultimo I-phone o l’ultima meta turistica o l’ultima ragazza o ragazzo basti, a dimenticare il senso di insoddisfazione che li prende non appena questi oggetti del desiderio sono stati consumati, a pensare che basti un nuovo gadget elettronico o un nuovo viaggio o un nuovo effimero rapporto. Dante invece ci richiama al fatto che siamo fatti per l’infinito. Siamo fatti per la totalità, per le stelle. Non per niente “stelle” è la parola con cui chiude ogni cantica, e la parola “desiderio” deriva, etimologicamente, da “stelle”: de-sidera, mancanza delle stelle.
Subito dopo l’affermazione del valore della compagnia. La società di oggi tende a chiudere i ragazzi in un terribile isolamento; Dante insegna che non si può affrontare quella continua battaglia che la vita è senza una compagnia: senza un maestro, Virgilio, che conosce la strada, che guida, sorregge, accompagna; e senza un amore, Beatrice, che suscita l’idea che l’esperienza di infinito a cui il cuore aspira possa essere fatta nella vita, e che è disposto a venire fino all’inferno per tirartici fuori.
Infine – e mi fermo, mi limito ai fattori fondamentali, mi sembra ce ne sia abbastanza, anche se l’elenco potrebbe continuare – il riconoscimento del valore della libertà. Oggi viviamo nella situazione paradossale per cui l’affermazione teorica del valore della libertà dell’individuo si accompagna alla convinzione, alimentata da certo scientismo, che i comportamenti umani siano determinati dalla biologia e dall’ambiente, per cui quel che facciamo dipende interamente dai nostri cromosomi e dalla cultura in cui siamo cresciuti. Dante ci ricorda che non è così: «Lume v’è dato a bene e a malizia, / e libero voler»: tutto il valore dell’uomo sta nella libertà, nella capacità di prendere tutti i dati della biologia e della cultura e decidere, liberamente, che uso farne. Quando i ragazzi capiscono questo si esaltano. E Dante ha raggiunto ancora una volta il suo scopo.