Imposizione fiscale e libertà. Sottrarre e ridistribuire risorse nella società contemporanea, Daniele Velo DalbrentaProf. Daniele Velo Dalbrenta, Lei ha curato l’edizione del libro Imposizione fiscale e libertà. Sottrarre e ridistribuire risorse nella società contemporanea pubblicato da IBL Libri: che nesso esiste tra imposizione fiscale e libertà?
Com’è noto, da diversi anni a questa parte si ‘festeggia’ – anche nel nostro paese – il Giorno della Liberazione Fiscale, meglio noto come Tax Freedom Day: il giorno dell’anno in cui il contribuente salda i propri debiti con il Fisco e (ri)comincia a lavorare per sé.

Ora, se quest’anno il nostro Tax Freedom Day cade il 4 giugno, mentre l’anno scorso cadeva il 3 giugno, e dieci anni prima il 31 maggio, ciò significa che da ultimo – bene che vada – per sei mesi dell’anno in Italia si lavora a beneficio del Fisco, e dunque a vantaggio di non-si-sa-bene-chi, data l’opacità della destinazione delle risorse prelevateci.

Se poi consideriamo che la componente impositiva (unilaterale e coercitiva) del prelievo fiscale di fatto prevale ormai largamente su quella tassativa (collegata ad una controprestazione, e cioè ad un servizio), dobbiamo ammettere che la nostra condizione è equiparabile a quella di chi è schiavo, e deve ogni anno riguadagnarsi la libertà (Robert Nozick la accosta al lavoro forzato).

In breve, l’imposizione fiscale, in quanto perlopiù basata sulla coercizione anziché sul consenso (che si può prestare ad un servizio), non è una questione di ‘vil pecunia’ (laddove si considera generalmente ‘vile’ la sola pecunia altrui), ma insiste su ciò che le risorse possono significare per ciascuno di noi in termini di sostentamento, stile di vita e progettualità.

Non sembra perciò un caso che vi sia stato chi, come Charles Adams, ha pensato bene di riscrivere la storia dell’umanità proprio come storia dell’imposizione fiscale (For Good and Evil del 2001 – qualche cosa del genere era peraltro già stato tentato dal nostro Carlo M. Cipolla in una collettanea da lui curata nel 1970: The Economic Decline of Empires).

In definitiva, siamo qui di fronte ad un fenomeno troppo spesso dato per scontato, di cui va invece rimarcato il carattere critico e – in ogni tempo – decisivo. Per tali ragioni, nel tentativo di lasciarne perlomeno meglio intravedere la complessità, ho ritenuto di mettere a confronto diverse prospettive con il chiamare a raccolta, per il volume Imposizione fiscale e libertà, studiosi di varie discipline che – tramite alcuni ‘colpi di sonda’ – evidenziassero, nel contesto di una riflessione di ispirazione liberale, la fuorviante sterilità del prevalente approccio tecnico-giuridico (gli stessi apporti tributaristici contenuti nel volume s’innalzano al di sopra dell’orizzonte ordinamentale italiano – se non altro per ridiscuterne i presupposti ultimi).

A cosa si deve l’abnormità del prelievo fiscale nel nostro Paese?
«Uno degli aspetti più significativi della situazione in cui si trovano i consociati di fronte allo Stato, in Italia, è costituito dal fatto che il potere dello Stato nei loro confronti, in materia fiscale non è limitato. Non esiste, infatti, alcun limite all’imposizione fiscale. Il che implica che il potere dello Stato in materia fiscale è assoluto».

Così scriveva Enrico di Robilant nel 1981, ma il problema viene senz’altro da lontano se nel maggio del 1748, David Hume, in visita in ‘Italia’ (e più precisamente a Mantova e Cremona), trova che le imposte applicate siano «esorbitanti oltre ogni dire».

E tuttavia bisogna comunque riconoscere che, per quanto fosco sia stato il passato, l’attitudine politica alla ‘spremitura’ fiscale nella nostra penisola è senz’altro venuta consolidandosi – per assestarsi su livelli abnormi – in seguito all’unificazione, e ancor più con l’avvento dello Stato ‘democratico’ (nonostante siano nel frattempo cambiate anche le principali occorrenze: basti pensare alla drastica riduzione delle spese militari).

Come mai? Indubbiamente lo Stato democratico sembra aver trovato nuovi e più efficaci strumenti di retorica politico-sociale, se non di moral suasion.

Penso in particolar modo al requisito fondamentale della ‘progressività’ dell’imposizione fiscale (art. 53 Cost.), che portò, nel 1974, all’introduzione di un’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) che prevedeva 32 aliquote ed altrettanti scaglioni di reddito (siamo nel frattempo passati a cinque aliquote). Costituiva questa la più conseguente attuazione dell’assunto costituzionale secondo il quale chiunque sarebbe tenuto a contribuire in ragione della propria ‘capacità contributiva’ (sempre l’art. 53 Cost.), in virtù del dovere di solidarietà nazionale (art. 2 Cost.). Così suggerendo al contribuente ‘povero’ – che non lo sia tuttavia abbastanza da venire esentato dal prelievo fiscale – che la sua condizione economica lo ‘privilegia’, e al contribuente ‘ricco’ – che non lo sia tuttavia abbastanza da non curarsene – che pagherebbe comunque il ‘giusto’.

Insomma, lo Stato italiano, a differenza delle molteplici entità politiche che si erano in precedenza succedute sul suo territorio, ha progressivamente convertito i cittadini italiani ad una religione civile di cui possiamo constatare ogni giorno di più gli esiziali effetti, e che viene perlopiù vissuta con rassegnazione dai contribuenti, trattandosi di una pantomima cui, volenti o nolenti, siamo tutti chiamati a partecipare.

Peccato però che, a questo modo, il gettito fiscale finisca col poggiare sui redditi da lavoro dipendente, agevolmente controllabili (non richiedendo particolari costi di verifica e riscossione), e dunque ostaggio del Fisco (non mi azzardo neppure a quantificare la pressione fiscale reale, che comunque, secondo le stime più accurate, dovrebbe aggirarsi ormai attorno al 50%). I titolari di redditi da lavoro autonomo, siano essi individui o società (situazione, quest’ultima, che va peraltro facendosi sempre più asfittica), costituiscono invece una categoria di contribuenti alquanto variegata al suo interno (si consideri solo la situazione privilegiata dei coltivatori diretti): una categoria che, pur subendo comunque vessazioni fiscali varie (quanto a numero e complessità degli adempimenti richiesti, indici presuntivi di reddito cui deve sottostare etc. etc.), tendenzialmente dispone di un certo margine di manovra circa la corresponsione di ciò che viene ritenuto ‘equo’ (non di rado ricorrendo a forme di compensatio occulta – si pensi alla ‘creatività’ con cui viene spesso utilizzata l’IVA).

Il problema è che, come Friedrich A. von Hayek non aveva mancato di notare, l’imposta progressiva, nonostante la retorica – in primis costituzionalistica – che la sostiene nel nostro paese, risulta inevitabilmente discriminatoria, specie nei confronti dei ‘poveri’.

È proprio così che, seppur col concorso di altri fattori, ed entro un quadro reso sempre più complesso dai profili normativi di rilievo sovranazionale (europeo) ed internazionale, è venuto determinandosi un processo di ‘sudamericanizzazione’ del nostro paese fattosi ormai evidente a tutti: accentuazione dell’ineguale distribuzione della ricchezza, a tutto vantaggio delle rendite patrimoniali e finanziarie, depressione delle attività produttive ed assottigliamento all’inverosimile di quella composita classe media da cui prevalentemente dipende(va?) lo stato di salute dell’economia reale.

Alla faccia della ‘giustizia’ della progressività dell’imposizione fiscale. O, forse, appunto per questa: non dimentichiamo che, secondo Marx ed Engels (Manifesto del partito comunista), la progressività dell’imposta, con la proletarizzazione cui conduce, costituisce l’anticamera della rivoluzione.

In cosa consiste la mentalità “impositiva” che ci viene inculcata fin dalla nascita?
Per paradossale che possa parere, l’equivoco di fondo sull’imposizione fiscale sembra ben evidenziato da quel banditismo sociale che trova il più noto esponente in Robin Hood, ma che annovera molte altre figure avvolte da un’aura più o meno leggendaria (Rob Roy, Johannes Bückler, Diego Corrientes – per ricordarne solo alcuni): mi riferisco all’idea, a tutta prima suadente, che una finalità ‘buona’ possa legittimare qualsiasi ‘prelievo’ forzoso di ricchezza.

Quest’idea, inevitabilmente destinata ad acquisire popolarità nei contesti ove il potere politico venga avvertito come più opprimente, ha però contribuito a sdoganare, sotto il profilo etico, qualsiasi sottrazione coercitiva della ricchezza finalizzata ad una redistribuzione indicata come ‘buona’ … dal potere politico.

Hanno fatto il resto una certa attitudine umana alla sottomissione volontaria (sembra impossibile evitare di citare il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie – e infatti non mi ci proverò neppure), unitamente ad un certo senso della ‘sacertà’ dello Stato e delle sue leggi, chiaro portato del processo di secolarizzazione (come ben evidenziato da un volume di Carlo Lottieri: Credere nello Stato?).

In ogni caso, direi che l’atteggiamento supino nei confronti dell’imposizione fiscale costituisce appunto retaggio di una vera e propria ‘mentalità impositiva’ che ci è stata progressivamente inculcata, e non certo una questione di ‘civiltà’: a meno che per ‘civiltà’ non si intenda l’attitudine remissiva dei sudditi rispetto allo Stato.

Si tratta di una mentalità servile che, rendendoci inermi dinanzi alla coercizione esercitata dal Fisco quale longa manus dello Stato, rischia di farci completamente dimenticare quei paradossi dell’autogoverno, specie democratico, su cui ha speso pagine non trascurabili James Buchanan: come posso sentirmi libero nell’obbedire ad altri?

Andrebbe a tal riguardo rammentato che, come emerge da un interessante studio di Peter T. Leeson (The Invisible Hook), le società piratesche, pur costituendo ovviamente esempi di affiliazione criminale, avevano ben presente – e assai meglio delle società statuali dell’epoca! – cosa significasse l’autogoverno. Anche a livello ‘fiscale’.

Esiste una giustificazione morale per il Fisco?
Esistono giustificazioni che vengono addotte sul piano morale per il prelievo fiscale (al limite – per quanto detto sopra – non v’è sua giustificazione che quantomeno non lambisca l’ambito morale), tuttavia, nella misura in cui si abbia riguardo all’imposizione fiscale, e cioè alla coercizione pura e semplice, e non alla tassazione in quanto corresponsione di servizi dietro prestazione pecuniaria (obbligata), nessuna di queste pare fondata.

Soprattutto mi paiono infondate quelle – frequenti – giustificazioni ‘morali’ che mettono capo a non meglio definiti – né definibili – ‘doveri di solidarietà’, nonostante tale espressione costituisca una contraddizione in termini. Eppure è esattamente questa la ‘ragione’ che ci viene ripetuta ogniqualvolta mettiamo in discussione l’imposizione fiscale, e cioè un prelievo fiscale che ci venga imposto in quanto tale dai nostri ‘rappresentanti’ politici.

Qualora poi lasciassimo da parte l’imposizione fiscale intesa in senso stretto, e la mettessimo sul piano dei servizi che il cittadino pagherebbe allo Stato attraverso le tasse propriamente dette (cose tipo scuola, sanità, sicurezza), be’, allora non si capirebbe bene perché lo Stato, in qualità di fornitore dei medesimi, non possa accettare la concorrenza di altri fornitori (che d’altronde la storia ha già dimostrato poter fare senz’altro meglio – cfr. il volume collettaneo, a cura di David T. Beito et al., La città volontaria). E quindi, ancora una volta, non si capirebbe bene perché dovrei essere costretto a ‘scegliere’ quel fornitore del servizio anziché un altro (esemplare il caso del ‘buono-scuola’, che di quando in quando riaffiora nel dibattito politico nazionale: in un caso come questo risulta più che evidente l’uso strumentale – ed in ultima analisi disonesto – che si fa della stessa lettera della Costituzione, pur di evitare una pericolosa deriva … liberale).

Per farla breve, addurre ad ogni piè sospinto ‘doveri di solidarietà’ (per le imposte) o la pretesa natura intrinsecamente statuale di certi servizi (per le tasse), onde legittimare un abnorme prelievo fiscale che i contribuenti dovrebbero pure accettare di buon grado, sembra tutt’altro che moralmente accettabile.

In particolare, poi, lasciando da parte il problema della qualità dei servizi offerti (?) dallo Stato quale controprestazione – spesso più virtuale che altro – delle tasse versate, non vedo certo tutti questi cittadini smaniosi di pagare imposte in nome della ‘solidarietà’ (mi pare anzi più verosimile il suicidio di massa dei lemming nel famoso documentario Disney del ’58). Naturalmente, qualora vi fossero, non avrebbero che da farsi avanti sin d’ora. Non ci si dica però che dobbiamo essere tutti solidali, e dunque ligi e prodighi contribuenti, accettando per ragioni ‘morali’ ciò che il Fisco impone a piacimento di chi può azionarne le leve (per foraggiare le proprie clientele). Anzi, a dirla tutta, è certo moralmente più rilevante il ‘male’ di chi liberamente decide di sottrarsi ad un’imposizione, qualunque essa sia (e quindi anche laddove di natura fiscale), del ‘bene’ per il quale altri vorrebbe costringerci a subirla.

La realtà è molto più cruda. Il gettito fiscale è abnorme, e tende ad accrescersi indefinitamente, nei paesi in cui l’apparato statuale, e il parastato, sono affetti da elefantiasi e, pure, richiedono sempre maggiori risorse, reggendosi sulla propria stessa inefficienza (per parafrasare Kraus, essi costituiscono la malattia di cui si propongono – attraverso il Fisco – come cura).

Chi non riconosce tutto ciò o non è assistito dal lume della ragione, o trae in qualche modo profitto da una situazione che parrebbe aver ormai realizzato fino in fondo lo «Stato servile» di cui parla Hilaire Belloc: «l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio».

Quanto sembra invece lontana l’imperitura lezione di Montesquieu sull’imposizione dei tributi (questa sì di rilievo morale): «Le entrate dello Stato sono la parte che ciascun cittadino dà di ciò che possiede per avere la sicurezza del restante, o per goderne piacevolmente. Per fissare bene queste entrate, bisogna avere riguardo e alle necessità dello Stato e alle necessità dei cittadini. Naturalmente non è lecito togliere al popolo quello di cui ha un reale bisogno, per gli immaginari bisogni dello Stato».

Come si può ripensare il patto fiscale?
La tentazione sarebbe qui di non rispondere.

Anzitutto perché non c’è mai stato un vero e proprio ‘patto fiscale’ tra me, contribuente, e lo Stato che mi impone il versamento di una cospicua parte dei proventi della mia vita lavorativa (anzi, per quanto già detto, della mia vita tout court).

Inoltre perché, pur dando per logicamente esclusa la possibilità di introdurre un sistema tributario radicalmente diverso da quello esistente (come dicevano gli Scolastici, nihil ex nihilo fit), non vorrei neppure incorrere nel rischio di dare ad intendere che si possa tramutare, come d’incanto, il lungo cahier de doléances di chi ha a cuore un Fisco sempre più imperniato sulla tassazione, e per converso sempre meno impositivo, in un vero e proprio programma. E quella di ‘libro dei sogni’ sarebbe, temo, la fine che farebbe anche un progetto di costituzione fiscale (sarà che di mio sono portato a dubitare di qualsiasi ‘soluzione’ meramente cartacea … ). Dopotutto siamo il paese della fiscalità creativa, in cui il proposito impositivo prevale su tutto il resto: il paese che, per dire, ha dato alla luce, con il canone RAI in bolletta elettrica, un autentico monstruum giuridico.

Ora, che – in generale – non sia un’idea buona, e men che meno giusta, chiedere sempre di più, e per giunta quasi solo a chi dichiara di più, credo che nessuno possa – in buona fede – negarlo.

Del pari, credo che nessuno possa negare l’opportunità di politiche fiscali di tax shift, che vadano cioè verso un riequilibrio di imposizione fiscale diretta ed indiretta (più equa per definizione).

Personalmente, però, ritengo che il punto decisivo resti comunque un altro, puramente politico: decidere se vogliamo, nel complesso, un sistema tributario di onore (basato sulla corresponsione spontanea dei propri proventi – poiché viene richiesto il ‘giusto’), oppure un sistema tributario di spionaggio (basato sulla caccia ai proventi tenuti nascosti al Fisco – poiché quanto richiesto non viene avvertito come ‘giusto’). Che equivale a decidere se vogliamo posizionarci, con il nostro sistema tributario, nella parte della curva di Laffer, che stima una positività del gettito, oppure in quella che, a fronte di una pressione fiscale eccessiva, ne stima una progressiva diminuzione – fino all’annullamento – per evasione, elusione e fattori vari (legati al ristagno economico).

Una volta che – eventualmente – una maggioranza giunga ad assumersi la responsabilità di adottare politiche fiscali adeguate all’unica via percorribile, che è e resta – appunto – quella di un sistema tributario di onore, basato sulla libertà, l’imposizione fiscale opererà per il bene assai più che per il male (per il riprendere il titolo della citata opera di Adams), e cioè sarà sempre meno imposizione e più tassazione (prestazione che esige una controprestazione). E si potrà inoltre cominciare a (ri)avvicinare l’idea di tassazione a quella di concorrenza (all’interno come all’esterno del nostro ordinamento, nel pubblico come nel privato). Ciò che significa, con particolare riguardo al contesto italiano, che lo stesso tema dell’autonomia regionale – spesso elogiato nella forma, ma mortificato nella sostanza – potrebbe venire rideclinato proprio a partire dall’ambito tributario, magari attraverso una politica dei ‘piccoli’ – ma non piccolissimi! – passi.

Invero, nulla autorizza ottimismo in questo campo, se, come sempre Montesquieu ha visto con grande lucidità, persino i migliori sistemi tributari tendono – nel tempo – a corrompersi. Anche perché non possiamo dimenticare che, nell’usare il gettito fiscale lo Stato ha scarso interesse a spendere al meglio per la collettività, essendo chiamato a spendere denaro altrui in favore di qualcun altro (per riprendere note categorizzazioni di Milton Friedman).

E di qui arriviamo ai mali congeniti alla democrazia, specie italiana, che, quando si tratta appunto di assumere decisioni di indirizzo relativamente alle politiche tributarie, spinge in genere a discutere delle cose che vanno discusse, ma in termini – lo dirò con un eufemismo – inappropriati (si veda l’attuale dibattito su una flat tax che non può ancora dirsi, nella sostanza, tale).

Ecco allora che il solo provarsi ad evitare di ‘avvelenare’ il dibattito pubblico su ciò che chiamiamo ‘imposizione fiscale’ – con lo sbandierare soluzioni nette (che per ciò stesso resterebbero verosimilmente sulla carta), o col tuonare contro i condoni, gli ‘scudi fiscali’, i concordati etc. – varrebbe quantomeno a promuovere quella cultura della trasparenza circa l’azione fiscale che costituisce la condicio sine qua non di qualsiasi ‘patto’ – chiamiamolo allora così – con la cittadinanza.

A questo proposito, vorrei qui ricordare quanto che è stato bello ascoltare, al convegno di Verona di cui il volume Imposizione fiscale e libertà raccoglie (parzialmente) gli atti, Giorgio Fidenato: la sua viva voce ha mirabilmente restituito il senso della battaglia – tutt’altro che ‘personale’ – condotta fino in Cassazione contro il sostituto d’imposta, istituto vessatorio nei confronti del datore di lavoro (per le risorse che lo costringe a dedicarvi, senza una contropartita economica, e per la responsabilità che comporta), non meno che ‘fraudolento’ nei confronti del lavoratore, cui viene a questo modo impedito di percepire il valore dell’attività prestata, e appunto ‘nascosto’ il c.d. cuneo fiscale.

Ebbene, qualcuno senz’altro ricorderà che Giulio Tremonti tentò – senza successo – un’operazione-trasparenza di questo tipo, proponendo di sottoporre al corpo elettorale, per via referendaria, l’abolizione del sostituto d’imposta. Sennonché, sappiamo bene com’è andata a finire, dato che l’art. 75 della nostra Costituzione vieta il referendum in materia fiscale.

Come dire: in un paese come l’Italia, sarebbe troppo bello – per essere vero – un Fisco trasparente cui si possa, per ciò stesso, prestare il proprio consenso (o meno). Altrove, però, non è così: si pensi alla Confederazione Elvetica.

Daniele Velo Dalbrenta è docente di Filosofia del diritto e Metodologia della scienza giuridica nel Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Verona. Tra le sue pubblicazioni vanno ricordate le monografie La scienza inquieta. Saggio sull’Antropologia criminale di Cesare Lombroso (Cedam, 2004) e Brocardica. Una introduzione allo studio e all’uso dei brocardi (Franco Angeli, 2007), nonché la co-curatela, con Carlo Lottieri, Libertates. Stato, politica e diritto alla prova delle libertà individuali (IBLLibri 2014).