«Impaziente della quiete». Bartolomeo d'Alviano, un condottiero nell'Italia del Rinascimento (1455-1515), Erminia IraceProf.ssa Erminia Irace, Lei ha curato l’edizione del libro «Impaziente della quiete». Bartolomeo d’Alviano, un condottiero nell’Italia del Rinascimento (1455-1515) pubblicato dal Mulino: chi era Bartolomeo d’Alviano e qual è la sua importanza storica?
Bartolomeo d’Alviano è stato uno dei più importanti condottieri dell’epoca rinascimentale. Più in dettaglio, è stato il principale degli uomini d’arme vissuti in Italia nei primi anni del Cinquecento. Militò per molti anni al servizio della Repubblica di Venezia, nel periodo in cui, tra XV e XVI secolo, l’Italia era occupata dagli eserciti francesi, spagnoli e imperiali, che si contendevano il controllo della penisola. All’epoca, gli eserciti erano formati in gran parte da militari professionisti (i condottieri, appunto), che venivano ingaggiati per mezzo di appositi contratti, chiamati “condotte”. Arruolato da Venezia, l’Alviano compì una carriera brillante, diventando nel 1513 comandante generale di tutto l’esercito veneziano. Qui risiede il primo aspetto della sua rilevanza storica: il capitano di ventura si trasformò in alto ufficiale impegnato stabilmente al servizio di uno stato. La carriera dell’Alviano esemplifica, dunque, l’evoluzione complessiva attraversata dagli eserciti in Europa tra Medioevo ed età moderna, un fondamentale periodo di transizione in cui il mestiere della guerra fu soggetto a profonda riorganizzazione legata a una serie fattori, quali la diffusione della polvere da sparo, i conseguenti cambiamenti nelle tecniche di assedio, l’aumento del numero degli effettivi. Gli eserciti degli stati italiani dovettero confrontarsi con i molto più organizzati, numericamente consistenti e tecnologicamente evoluti eserciti internazionali. l’Alviano comprese rapidamente la portata di queste nuove sfide e la necessità di affrontarle. Pur scontando varie critiche, rivoltegli dai contemporanei, egli mise a punto un suo personale stile nel condurre una campagna bellica. Tale stile era caratterizzato da veloci manovre d’attacco contro i nemici. La velocità, la rapidità non appartenevano alla tradizione dei condottieri italiani; in questo senso, egli fu un innovatore.

Quali furono le principali tappe della sua biografia?
L’Alviano nacque in Umbria nel 1455 circa. La sua famiglia paterna, quella dei signori del castello di Alviano (ubicato presso Terni), era un’antica stirpe aristocratica locale, legata da alleanze matrimoniali e politiche con gli Orsini, a sua volta una delle più potenti famiglie nobili romane. Fino ai quarant’anni, Bartolomeo combatté nelle guerre di fazione locali e, molto spesso, al servizio degli Orsini. Costoro era divisi in vari rami familiari, ma, a fine Quattrocento, disponevano di pochi leaders militari. Per questo motivo irrobustirono i rapporti con l’Alviano, intuendo le sue doti nell’arte della guerra. Gli fecero sposare una donna della loro famiglia (Bartolomea Orsini) e, di fatto, presero a considerarlo, in tutto e per tutto, come un esponente di spicco della loro fazione, uno dei loro capi. Nel 1498, l’Alviano, insieme ad alcuni degli Orsini, entrò al servizio di Venezia. Di lì a poco, maturò la svolta. Nel 1503, Bartolomeo ottenne il permesso da Venezia per arruolarsi, insieme a un numeroso gruppo di membri degli Orsini, nelle fila dell’esercito spagnolo che aveva invaso il Regno di Napoli. Alviano diventò il comandante in seconda delle truppe del generale Gonzalo Fernández de Córdoba e svolse un ruolo fondamentale nella battaglia del Garigliano, in cui gli spagnoli sconfissero i francesi e si impadronirono del Regno napoletano, ipotecando in questa maniera il controllo su gran parte d’Italia.

Quella battaglia consacrò in tutta Europa la fama di Bartolomeo d’Alviano, considerato un coraggiosissimo e intraprendente uomo d’armi. All’epoca, numerosi scrittori (si pensi a Machiavelli) e altresì i generali francesi e spagnoli erano soliti criticare aspramente le milizie italiane. Era opinione diffusa che i condottieri italiani preferissero combattere chiudendosi in difesa anziché combattere in campo aperto, che pensassero soltanto a riscuotere le loro paghe e fossero pronti a vendersi al migliore offerente. Insomma, era gente infida, vile e traditrice. A fronte di questo stereotipo, l’Alviano rappresentava l’esatto opposto, per questo motivo colpì l’opinione pubblica del suo tempo. Era audace fino alla sconsideratezza, intento esclusivamente all’attacco, mai domo, infaticabile. E altresì memore degli impegni presi. Infatti, dopo il Garigliano, tornò a servire Venezia, che non lasciò mai fino alla morte, avvenuta nel 1516 a causa di una malattia.

Comandò le truppe veneziane in due vittorie memorabili: quelle delle battaglie di Cadore (1508) e di Marignano (1515). Ma fu anche accusato di essere il responsabile di una clamorosa sconfitta, quella avvenuta nella battaglia di Agnadello (1509), in cui l’esercito veneziano fu travolto dai francesi, i quali dilagarono nel territorio veneto arrivando ad attestarsi, sia pure per poco tempo, a poche miglia dalla laguna. Ma, nonostante ciò, Venezia seguitò a tenere in gran conto l’affidabilità e l’esperienza dell’Alviano. Lo nominò generale, lo colmò di onori e gli affidò, come dirò tra poco, il progetto di riorganizzare le difese territoriali della Serenissima.

Bartolomeo d’Alviano fu anche un valentissimo ingegnere militare: quali innovazioni introdusse nell’arte della guerra?
In qualità di condottiero, l’Alviano possedeva un ampio spettro di competenze che gli consentivano di far fronte alle più diverse situazioni cui la guerra lo costringeva, fra cui solide conoscenze sulle tecniche di fortificazione. Durante gli anni trascorsi al servizio degli Orsini, dovette conoscere alcuni dei più importanti architetti militari del tempo, quali Francesco di Giorgio. La preparazione così acquisita gli tornò utile allorché ricoprì ruoli di responsabilità nell’esercito di Venezia.

Bartolomeo d’Alviano fu uno dei primi, tra progettisti e comandanti militari, a estendere i principi della difesa moderna a scala urbana, in particolare in riferimento ai grandi centri della terraferma veneta, come Padova, Treviso, Vicenza e Rovereto. Propose anche l’erezione di vere e proprie cittadelle fortificate difese “alla moderna”, atte a resistere agli assedi condotti con i cannoni. La sua strategia difensiva non si limitò soltanto a questo tipo di progettazioni, ma coinvolse anche l’organizzazione da un lato del territorio, strutturato secondo una rete di fortificazioni, e dall’altro del tessuto urbano, attraversato da vie militari. In sostanza, sulla scorta delle indicazioni fornite da ingegneri e architetti militari, egli ideò una vera e propria “macchina territoriale”, un articolato sistema di difese che doveva proteggere l’intero territorio della Terraferma, strutturato su una pluralità di fortificazioni tra le quali poter spostare uomini, armamenti e vettovaglie. Uno degli esempi più rappresentativi di questo complessivo progetto fu la riorganizzazione del sistema difensivo della città di Padova, che si iniziò a realizzare nel 1509.

Progettare un sistema così elaborato implicava disporre di una conoscenza approfondita del territorio, significava averlo misurato e cartografato, applicando caso per caso la soluzione idonea sul piano ingegneristico e architettonico. In altri termini, in questa ideazione Alviano non fu solo, ma coordinò una schiera di collaboratori, esperti dei più differenti aspetti dell’arte delle fortificazioni, pur mantenendo sempre il controllo della situazione. Come si comprende dalla documentazione arrivata fino a noi, grazie a queste esperienze l’Alviano approfondì le sue conoscenze pregresse sul tema, divenendo sempre più competente e spesso dando suggerimenti sulle opere da erigere e sulle modalità per farlo. Il comandante Bartolomeo d’Alviano diventò, in questa maniera, una personalità assai diversa dal condottiero che era stato in gioventù. Egli si trasformò in un generale moderno, capace di muovere l’esercito e nel contempo di dirigere il sistema difensivo che tutelava le città e il territorio della Terraferma veneziana.

Quali relazioni con gli intellettuali e con i testi dell’antichità ebbe il condottiero umbro?
Una volta diventato celebre, l’Alviano ebbe tra i propri segretari alcuni letterati umanisti, quali Girolamo Borgia e Giovanni Cotta. Nei periodi in cui dimorò a Venezia, si circondò di una piccola corte, frequentata, tra gli altri, dal medico Girolamo Fracastoro, dal grecista Marco Musuro e dal patrizio Andrea Navagero (che compose l’elogio funebre dell’Alviano). Il grande tipografo Aldo Manuzio dedicò al comandante umbro le stampe di due opere di Sallustio. Il rapporto tra l’Alviano e questi intellettuali fu di mutua collaborazione. Egli si servì di loro come consiglieri e ispiratori, se non proprio estensori, dei discorsi e delle relazioni scritte che doveva presentare alle autorità pubbliche veneziane, per informarle circa il proprio operato e anche per indurle a prendere decisioni in materia militare. Dal canto loro, gli intellettuali identificarono in lui quella figura di comandante militare indispensabile per difendere l’indipendenza e la sovranità della Repubblica veneziana. E, in quegli anni di primi Cinquecento, la libertà di Venezia era considerata il tassello fondamentale e indispensabile per la libertà dell’intera Italia dall’espansionismo delle potenze straniere.

Più in particolare, la padronanza che gli umanisti avevano delle opere classiche, greche e latine, fu assai utile all’Alviano. Esse, infatti, illustravano le imprese militari condotte da grandi generali, come Giulio Cesare, oppure fornivano indicazioni dettagliate circa le strategie e le tattiche belliche degli eserciti antichi (si pensi alle opere di Tito Livio e di Vegezio). Fornivano, dunque, modelli circostanziati di comportamento in guerra; modelli dotati di grande prestigio, che potevano rappresentare fonti di ispirazione o, viceversa, suggerivano cosa assolutamente non fare se si voleva evitare di perdere le battaglie. Con l’aiuto dei letterati, l’Alviano studiò attentamente i testi classici dell’arte militare e, in più occasioni, ispirò i propri comportamenti in battaglia alle indicazioni degli antichi. In questo senso, l’Alviano fu un ottimo esempio di generale-umanista, che basò il proprio operato sullo studio dei precedenti antichi oltre che sull’esperienza diretta appresa sui campi di battaglia e dall’alto delle mura delle fortificazioni.

Erminia Irace insegna Storia moderna nell’Università degli Studi di Perugia