“Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti? La testimonianza del Nuovo Testamento” di Oscar Cullmann

Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti? La testimonianza del Nuovo Testamento, Oscar CullmannImmortalità dell’anima o risurrezione dei morti? La testimonianza del Nuovo Testamento
di Oscar Cullmann
Jouvence

«Domandate a un cristiano, protestante o cattolico, intellettuale o no, che cosa insegni il Nuovo Testamento sulla sorte individuale dell’uomo dopo la morte, e, salvo pochissime eccezioni, avrete sempre la stessa risposta: l’immortalità dell’anima. Eppure questa opinione, per diffusa che sia, è uno dei più gravi fraintendimenti che riguardano il cristianesimo.

È inutile voler passare sotto silenzio questo fatto, o velarlo con interpretazioni arbitrarie che fanno violenza al testo. Conviene piuttosto parlarne molto apertamente. La concezione della morte e della risurrezione che sarà esposta in queste pagine è radicata nella storia della salvezza. Interamente determinata da questa storia, essa è incompatibile con la credenza greca nell’immortalità dell’anima. Essa urta il pensiero moderno, e tuttavia si presenta a noi come un elemento costitutivo della predicazione dei primi cristiani: non lo potremo abbandonare, o eludere con una interpretazione modernizzante, senza che il Nuovo Testamento sia privato della sua sostanza.

Oppure la fede dei primi cristiani nella risurrezione è compatibile con la concezione dell’immortalità dell’anima? Il Nuovo Testamento, soprattutto nell’evangelo giovanneo, non insegna pure che noi abbiamo già la vita eterna? E la morte, nel Nuovo Testamento, non è davvero altro che «l’ultimo nemico»? È davvero concepita in modo diametralmente opposto al pensiero greco che in essa vede un amico? L’apostolo Paolo non scrive forse: «Dov’è, morte, il tuo pungiglione?».

Il diffusissimo malinteso secondo il quale il Nuovo Testamento insegnerebbe l’immortalità dell’anima è in effetti favorito dalla convinzione incrollabile nutrita dai primi discepoli dopo la Pasqua, che con la risurrezione fisica del Cristo la morte abbia perso tutto il suo terrore, e che da quel momento lo Spirito Santo abbia già fatto nascere alla vita della risurrezione colui che crede. Ma in questa affermazione conforme al Nuovo Testamento bisogna sottolineare le parole «dopo la Pasqua», e ciò mostra l’abisso che separa, malgrado tutto, la concezione dei primi cristiani dalla concezione greca. Il pensiero della chiesa primitiva è interamente orientato nel senso della storia della salvezza. Tutto quanto è affermato sulla morte e sulla vita eterna dipende interamente dalla fede in un fatto reale, in avvenimenti reali che si sono svolti nel tempo. In ciò risiede la differenza radicale col pensiero greco. […]

Nel Nuovo Testamento la morte e la vita eterna sono legate alla storia del Cristo. È dunque chiaro che per i primi cristiani l’anima non è immortale in sé, ma lo diviene unicamente grazie alla risurrezione di Gesù Cristo, «il primogenito fra i morti», e grazie alla fede in lui. È altrettanto chiaro che la morte per se stessa non è «l’amico»; soltanto in seguito alla vittoria che Gesù ha riportato su di essa nella sua morte e nella sua risurrezione fisica, le è stato tolto il suo «pungiglione», la sua potenza è stata vinta. È chiaro infine che la risurrezione dell’anima che già è avvenuta, non è ancora lo stato di pienezza: dobbiamo attendere questo stato finché il nostro corpo non sarà risuscitato; e ciò avverrà alla fine dei tempi.

È falso ravvisare già nell’evangelo giovanneo una tendenza verso la dottrina greca dell’immortalità dell’anima, perché anche qui la vita eterna è legata alla storia del Cristo. Certo i diversi libri del Nuovo Testamento dànno diverse accentuazioni a quella storia; ma a tutti è comune ciò che sta alla base dell’intera dottrina: la storia della salvezza. È vero che dobbiamo riconoscere la possibilità d’una influenza greca sul cristianesimo nascente, già a partire dagli inizi; ma finché le nozioni greche sono subordinate a questa visione d’insieme della storia della salvezza, non si può parlare di vera ellenizzazione. Questa avrà inizio solo più tardi.

La concezione biblica della morte è dunque fondata su una storia della salvezza, e quindi essa non può non differire totalmente dalla concezione greca; ciò emerge con particolare chiarezza dal confronto fra la morte di Socrate e la morte di Gesù, confronto che nell’antichità già hanno istituito, con tutt’altra intenzione, gli avversari del cristianesimo.»

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