Illuminismo. Storia di un’idea plurale, Massimo Mori, Salvatore VecaProf. Massimo Mori, Lei ha curato con Salvatore Veca l’edizione del libro Illuminismo. Storia di un’idea plurale pubblicato da Carocci: quale attualità mantiene l’Illuminismo?
Parlare di attualità può essere rischioso. O almeno c’è una modalità in cui il ricorso all’attualizzazione del passato può essere distorsiva. Il passato è passato: i suoi eventi devono essere contestualizzati in un quadro storico e culturale che è diverso dal nostro e che in nessun caso può essere considerato “attuale” tout court. In questo senso anche l’illuminismo, per quanto sia stato un periodo storico eccezionale, non può essere considerato “attuale” senza precisazioni e il tentativo di fare ciò sta all’origine delle non infrequenti reazioni di rigetto nei suoi confronti. Ma ci sono due modi in cui gli eventi storici o ideali del passato possono rivivere nel nostro presente. In primo luogo, considerando l’azione che essi continuano a svolgere, l’onda lunga degli effetti che essi hanno avuto sulla storia successiva fino a influenzare ancora la nostra. In questo senso l’Illuminismo è una realtà storica che non può essere trascurata, perché continua a intessere – al di là del giudizio che se ne possa dare – la nostra contemporaneità. Ma c’è una seconda, più importante accezione in cui un momento passato della storia può legittimamente essere considerato “attuale”. È il caso in cui una realtà storica – soprattutto un movimento di idee, come è stato l’Illuminismo – abbia introdotto modalità di pensiero e di valutazione che, pur essendo nate in un determinato contesto, possono essere applicate a situazioni diverse con la stessa congruità e la stessa efficacia. L’importanza del pensiero critico, una posizione autonoma (ma non necessariamente iconoclasta) rispetto alla tradizione, l’istanza della verifica oggettiva condotta sia con l’analisi dei fatti sia con il confronto interindividuale, la capacità dell’uomo di definire la norma del proprio agire assumendosi la responsabilità delle scelte, il senso della forza e insieme dei limiti della ricerca razionale, la consapevolezza che non esistono questioni che l’uomo non possa interrogare ma neppure risposte definitive, la conseguente necessità di un atteggiamento reciproco di rispettosa tolleranza sono alcune “conquiste” dell’Illuminismo che valgono ancora oggi e non dovrebbero mai, speriamo, andare perdute. Certo sempre con una rivisitazione che le adatti ai tempi.

È corretta l’immagine di un illuminismo difensore monolitico della ragione?
No, non è corretta l’immagine di un Illuminismo difensore monolitico della ragione, e neppure quella di un Illuminismo difensore di una ragione monolitica. La prima cosa è errata perché gli Illuministi, pur ponendo la facoltà razionale al centro della ricerca filosofica, erano consapevoli della sua limitatezza, per quanto riguarda sia l’ambito di applicazione sia il grado di certezza che può conseguire. Rispetto al razionalismo del Seicento l’Illuminismo ha depotenziato la ragione, ora spesso confinata nei limiti di una conoscenza probabile, che riguarda solo alcuni aspetti della realtà umana. Troppo spesso si dimentica che gli Illuministi, chi più chi meno, nella descrizione delle facoltà umane hanno sempre collocato il sentimento e la passione accanto alla ragione, spesso non considerandoli alternativi o confliggenti. Ma ciò che più spesso è sfuggito nella ricezione dell’Illuminismo è che esso ha delineato la possibilità di una ragione plurale, che si serve di strumenti diversi e ha una cogenza diversa a seconda degli oggetti ai quali si applica. Plurale inoltre perché non è più concepita come una facoltà assoluta, ma spesso come un’abilità da coltivare e imparare, con tutte le sfumature applicative che ciò comporta. Plurale infine perché, persa la sua assolutezza, non può pretendere ad alcuna verità esclusiva e deve tradursi piuttosto in principio di collaborazione inclusiva tra gli uomini.

Quali problemi solleva ancora oggi il giudizio sull’Illuminismo?
Sull’Illuminismo grava ancora oggi il peso di valutazioni unilaterali. I Romantici accusarono gli Illuministi di non avere senso della storia, mentre fu l’Illuminismo a porsi per primo il problema della filosofia della storia, cioè a chiedersi quale fosse il significato complessivo del corso storico. Così la tendenza antitecnologica di tanta filosofia della prima metà del Novecento, culminata sotto altre spoglie nella teoria critica della Scuola di Francoforte, ha messo capo all’idea di una ragione strumentale, che perde la sua funzione riflettente, per piegarsi supina alla realizzazione tecnica di scopi indiscussi. Ma l’Illuminismo è stato esattamente l’opposto. Il problema iniziale era proprio quello di interrogarsi su che cosa fossero la natura, il mondo, l’uomo, la società e lo stato e, di conseguenza, quale dovesse essere il corretto comportamento nei confronti di questi oggetti. L’illuminismo non pone lo scopo, accettato acriticamente, davanti alla ragione, mera esecutrice, ma attraverso la ragione (in questo sì strumentale, per quanto limitata e fragile) s’interroga sulla natura delle cose per definire gli scopi e le modalità dell’agire.

Quale bilancio filosofico-storiografico si può trarre dell’epoca dei Lumi? 
Come ho già detto rispondendo alla prima domanda, dell’epoca dei Lumi si può trarre un bilancio del tutto positivo se, anche attraverso la ricostruzione storica delle singole situazioni, rivisitiamo le modalità di pensiero e i valori umani essa ha introdotto nella cultura occidentale come suoi elementi costitutivi e costruttivi. Che poi alcune di queste forme di pensiero o prospettive assiologiche siano state distorte dal successivo processo storico e abbiano messo capo a realizzazioni lontane dai loro scopi originari è inoppugnabile: ma questo non è motivo per condannare l’Illuminismo nella sua plurale complessità. Che il marchese di Sade si sia servito della ragione per assecondare quell’istinto di sopraffazione che per lui esprime l’essenza della natura umana è senz’altro vero.  Ma questo non significa affatto che la ragione illuministica fosse di per sé neutra, cioè priva di ogni capacità riflessiva e destinata a servire qualsiasi padrone. Il rischio della distorsione, o anche semplicemente dell’impoverimento funzionale, è insito nella ragione illuministica come in qualsiasi altra dimensione filosofica. Ma è proprio quello che un’analisi spregiudicata delle fonti deve evitare.

Quale fu l’impatto con la nuova scienza newtoniana?
La nuova scienza newtoniana ebbe un’influenza grandissima sul Settecento. E sicuramente essa costituì l’elemento che maggiormente contribuì alla coscienza, a volte ottimistica, che gli Illuministi maturarono relativamente alla possibilità di conoscere la natura. Ma anche questa consapevolezza aveva dei limiti, sia in Newton sia nella società che lo recepì. A parte il legame di Newton con concezioni metafisico-teologiche che limitano molto il suo razionalismo filosofico, la sua posizione metodologica non esprimeva affatto uno scientismo incondizionato, ma piuttosto l’esigenza di un procedimento scientifico fondato – in linea con la tradizione galileiana – sull’unione di analisi matematica ed esperimento (ypotheses non fingo). In ogni caso non solo la posizione newtoniana non fu condivisa da vari settori della cultura sei-settecentesca, dall’innatismo di Leibniz al relativismo di Berkeley, ma un ridimensionamento della funzionalità della ragione si trova anche in autori che sicuramente si pongono in continuità con il filone Galilei-Locke-Newton: da d’Alembert, che, pur essendo uno dei padri dell’Enciclopedia, nutrì dubbi sempre più consistenti sull’unità del sapere scientifico, a Diderot che, criticando l’uso generalizzato della matematica, aprì la scienza ad ambiti, come quello della biologia, in cui la facoltà dell’immaginazione diventava primaria rispetto al  pensiero cognitivo.

Qual fu realmente il rapporto tra Lumi e religione?
Con la religione l’Illuminismo stabilì senz’altro un rapporto critico, come con qualsiasi altro aspetto della conoscenza e dell’attività umana. Ma solo in alcuni casi ciò ha comportato un rifiuto totale, come in quello del materialismo. La diffusa immagine, confortata anche da studi classici (Paul Hazard, Peter Gay) di un illuminismo antireligioso, anticristiano e anticlericale va sicuramente rivista (ed è già stata rivista da interpretazioni altrettanto classiche come quella di Cassirer). Ciò non solo nel senso che al supposto spirito irreligioso della ragione si contrappone talvolta, come in Rousseau, una religione del cuore. Ma anche nel senso che all’interno delle stesse correnti più razionalistiche occorre distinguere un Illuminismo plurale che spesso non ha alcun esito irreligioso: come la nuova “scienza delle religioni” che, criticando le concrezioni superstiziose intrinseche allo sviluppo delle sette religiose, ne ricercava l’autenticità originaria; oppure i movimenti di rinnovamento, in ambito protestante, cattolico o ebraico, che cercavano di ripulire e rafforzare razionalmente le religioni dall’interno; o ancora la nuova religione dell’umanità in cui il pensiero razionale convive con quello mitico e la filosofia si sposa con l’entusiasmo religioso.

Come si articolò il rapporto con le tradizioni?
Un’altra immagine stereotipata quanto falsa dell’Illuminismo vede in esso un movimento di rifiuto radicale della tradizione. Anche qui invece il discorso va differenziato. Sicuramente gli Illuministi criticano la tradizione nella misura in cui, in tutti i suoi aspetti, essa si fa portatrice di ”oscurantismo”, cioè di valori che devono essere dogmaticamente accettati, sebbene comportino convinzioni e comportamenti individualmente e socialmente dannosi. Ma la tradizione non è unica, bensì un complesso di “tradizioni”, rispetto al quale la posizione dell’Illuminismo è assai articolata. Così come all’interno delle stesse singole tradizioni si devono distinguere filoni diversi. L’atteggiamento dell’Illuminismo rispetto alla tradizione, o meglio rispetto alla pluralità delle tradizioni, non è stato quindi un rifiuto incondizionato. Ma piuttosto una selezione differenziata. Sicuramente gli Illuministi hanno fatto ampio riferimento al nuovo indirizzo libertino e clandestino che si era formato nel corso del Seicento in opposizione agli aspetti più retrivi della tradizione politica e religiosa – e che era diventato esso stesso una tradizione, cui riferirsi positivamente. Ma l’atteggiamento degli Illuministi fu spesso positivo anche rispetto alla tradizione del pensiero classico che, se rifiutato negli aspetti più esplicitamente metafisici, fu invece accolto e sviluppato in quelli etici e pratici. Perfino nell’affermare uno dei suoi caratteri più peculiari, il cosmopolitismo, il movimento illuministico fa appello a tradizioni diverse, che accentuano ora l’aspetto individualistico di opposizione all’appartenenza a singoli stati o nazioni, ora quello universalistico della costruzione della cosmopolis, vuoi in senso metaforico vuoi letteralmente come organismo politico sovranazionale. Anche il frequente appello che gli Illuministi fanno al mondo orientale distingue tra tradizioni diverse, considerate ora positive, come la cultura cinese (Voltaire), ora negative, come il dispotismo persiano (Montesquieu).

Qual è l’eredità illuministica?
L’illuminismo è in sé plurale e variegato, in qualche modo anche polisenso. Tuttavia le immagini che di esso si è fatta la cultura successiva, fino alle riflessioni più recenti, si agglomerano paradossalmente attorno a poche silouettes. Forse riducibili a quattro. a) L’illuminismo come filosofia militante, che intende riformare vari aspetti della vita collettiva. b) L’Illuminismo come pratica epistemica e metodologica razionale, che ha sullo sfondo una valutazione positiva dell’atteggiamento scientifico. c) L’Illuminismo come prospettiva etico-politica per definire le norme della convivenza degli individui. d) L’Illuminismo come laboratorio della modernità. Naturalmente queste quattro immagini possono diventare argomenti pro o contro l’Illuminismo, a seconda della valutazione positiva o negativa espressa sui valori da esse presupposti: la riforma contro la conservazione (ma anche la rivoluzione); il pensiero che costruisce procedendo in maniera analitico-discorsiva contro quello che punta alla totalità attraverso un procedimento dialettico (oppure mistico-allusivo) o ribalta viceversa la funzione riflessiva nella decostruzione e nella destrutturazione; il riconoscimento dell’individuo come principio di libertà personale e atomo della costruzione sociale contro i comunitarismi vecchi e nuovi; la fiducia nel fatto che la modernità abbia costituito un progresso nella storia umana e che, con tutti i suoi limiti ed errori, possa essere sviluppata in un nuovo progetto contro l’idea che, per ragioni conservative o rivoluzionarie, essa sia un errore cui occorre porre storicamente rimedio. Dunque il fatto che l’Illuminismo sia stato un movimento plurale e polisenso – la tesi fondamentale del libro – non significa che esso sia un abito per tutte le stagioni. I valori che esso ha difeso, come i disvalori che ha combattuto, sono molto più sfumati, poliedrici e complessi di quanto si pensi. Attraverso questa più articolata comprensione, spesso ostacolata da immagini troppo facilmente riduttive, è possibile scoprirne nuove potenzialità e nuove proposte per la riflessione futura. Ma il fatto che occorre decidere se si è pro o contro l’Illuminismo rimane un presupposto o una conclusione ineludibile. Il libro vuole essere un contributo per agevolare questa decisione.