“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway: riassunto trama

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Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway, riassunto, trama«La straordinaria fortuna di questo libretto, una delle ultime opere di Hemingway, è dovuta all’estrema semplicità e alla forte carica emozionale del racconto. Nella Cuba degli anni cinquanta vive, in estrema povertà, il pescatore Santiago. Dopo ottantaquattro giorni senza che abbia preso un solo pesce, il suo giovane assistente, Manolo, gli viene sottratto dai genitori: un pescatore così sfortunato non può essere utile al ragazzo. E così il vecchio Santiago prende il mare da solo. Al suo amo abbocca un pesce enorme, un marlin, il pesce spada dei Caraibi, più grande della stessa barca. La durissima lotta tra Santiago e il pesce dura due giorni e due notti, finché il vecchio l’ha vinta e lega l’enorme pesce alla fiancata della barca. Ma il marlin lo ha trainato troppo al largo e, per tornare, Santiago deve attraversare un tratto di mare infestato dai pescecani. Il vecchio ingaggia un’altra lotta, questa volta senza speranza, contro gli squali. Ne malmena e uccide qualcuno, ma alla fine sono troppi e riescono a sbranare il suo pesce. Quando Santiago, sfinito, rientra in porto, al fianco della sua barca non c’è più che un’enorme lisca. Della eroica ma inutile lotta del pescatore contro il pesce, non resta che una testimonianza quasi bidimensionale: solo testa, rostro, spine e coda.

Il racconto è costruito sui dettagli della pesca, descritta in ogni particolare, dall’uso degli ami al modo in cui si annodano le duglie, da come si dà cavo al pesce fino a quando lo si fa girare intorno alla barca finché non lo si uccide con la fiocina. Ma insieme, Hemingway descrive il rapporto del vecchio con il pesce, con le proprie mani, col mare. Il mare, “il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle”. Alla mano che si è chiusa per un crampo, minaccia: “Che razza di mano è mai questa. Se vuoi un crampo tientelo. Diventa pure un artiglio. Non ti servirà a niente.” Col pesce ha un rapporto fraterno: “Pesce, resterò con te fino alla morte”; “Ti voglio bene e ti rispetto molto. Ma ti avrò ammazzato prima che finisca questa giornata”. Mentre mangia un piccolo tonno che ha pescato, pensa al pesce che lo trascina nella corrente: “Vorrei dar da mangiare al pesce, pensò. È mio fratello. Ma devo ucciderlo e mantenermi forte per farlo.” Perché il suo ruolo è quello del pescatore, e lo rivendica: “Lo ucciderò. […] Anche se è ingiusto, pensò. Ma gli farò vedere che cosa sa fare un uomo e che cosa sopporta un uomo.”

Se questi dialoghi, di forte consapevolezza, e a tratti filosofeggianti, possono sembrare un po’ inverosimili in bocca a un povero pescatore, dobbiamo considerarli come una libertà di interpretazione e di invenzione dello scrittore, che è incontestabile. E se la lotta quasi sovrumana di Santiago con la natura va al di là del plausibile, dobbiamo accettare il fatto che Hemingway, probabilmente, sta riportandoci una storia che ha sentito raccontare e che ripete, rifratta attraverso il suo prisma di romanziere. Se assume toni fiabeschi è perché così ha voluto lo scrittore, e non è un caso che sia un libro che ancora oggi viene letto con passione da giovani e giovanissimi. […]

Il rapporto tra il pescatore e il pesce, il suo dialogarci fraternamente, l’affrontarlo con dura violenza nel momento della cattura fanno parte di un modello narrativo che vuole essere a tutti costi insieme buono ed eroico, rispettoso della natura e violento nel contrastarla, delicato nei sentimenti verso il mare e chi lo abita e anche in perpetua lotta con lui. Un modello attraente, commovente, coinvolgente; che però è senza ironia, ha poco a che fare con la realtà, e lascia un sapore un po’ stucchevole, come un cibo troppo zuccherato.»

tratto da Il lavoro del lettore. Perché leggere ti cambia la vita di Piero Dorfles, Bompiani

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